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Palazzo Nuovo, stop alle attività dopo tre giorni di occupazione

La rettrice Cristina Prandi si rivolge alla Procura e dispone la sospensione di lezioni ed esami. Gli occupanti respingono le accuse e parlano di allarmismo

Palazzo Nuovo, stop alle attività dopo tre giorni di occupazione

Palazzo Nuovo, stop alle attività dopo tre giorni di occupazione

Palazzo Nuovo entra nel terzo giorno di occupazione e l’Università di Torino sceglie di alzare nettamente il livello dello scontro istituzionale. La rettrice Cristina Prandi ha deciso di rivolgersi alla Procura della Repubblica e, contestualmente, ha disposto la sospensione di tutte le attività didattiche e lavorative all’interno dell’edificio a partire dal pomeriggio di ieri. Una scelta definita necessaria per «tutelare la sicurezza delle persone e degli spazi», resa – sottolinea l’ateneo – ancora più critica dalla presenza, durante l’occupazione, di soggetti estranei alla comunità universitaria.

Una decisione che segna una discontinuità evidente rispetto al passato recente. Neppure durante la lunga occupazione della primavera 2024, quando Palazzo Nuovo rimase bloccato per oltre un mese, l’università era arrivata a presentare un esposto in Procura. Questa volta, però, il Rettorato ritiene che siano state superate soglie considerate fino a ieri invalicabili.

Il provvedimento arriva dopo una serata che rappresenta uno spartiacque. Giovedì sera oltre mille persone affollano Palazzo Nuovo per un evento musicale, trasformando aule, corridoi e spazi comuni in luoghi di socialità e festa. Il giorno successivo, studenti e docenti che si presentano per sostenere esami trovano un edificio profondamente cambiato: nuove scritte sui muri, un grande murale con la scritta Torino è partigiana, frigoriferi improvvisati, allestimenti temporanei e segni evidenti di una gestione alternativa degli spazi universitari. Le telecamere di videosorveglianza, installate negli anni scorsi proprio per scoraggiare occupazioni e intrusioni, risultano oscurate con la vernice.

A promuovere l’occupazione sono esponenti del centro sociale Askatasuna, del Collettivo universitario autonomo, di Studenti indipendenti – lista risultata la più votata alle ultime elezioni universitarie – e di Cambiare Rotta, con una partecipazione dichiaratamente aperta. Tra i presenti non ci sono soltanto universitari, ma anche numerosi minorenni provenienti dalle scuole superiori. Un quadro che, secondo il Rettorato, rende impossibile garantire condizioni minime di sicurezza, soprattutto alla luce di attività svolte in locali non idonei e della crescente affluenza serale e notturna.

È proprio su questi elementi che Cristina Prandi insiste nel messaggio inviato alla comunità accademica. Una valutazione definita “attenta” della situazione avrebbe portato alla conclusione che l’università non è più in grado di assicurare lo svolgimento regolare delle attività né la tutela di studenti, lavoratori e strutture. La sospensione delle lezioni viene così presentata come una misura obbligata, non politica, ma legata alla sicurezza.

La replica degli occupanti non tarda ad arrivare e passa, come ormai consuetudine, dai social. Cua, Assemblea precaria e Coordinamento antifascista di UniTo respingono l’accusa di aver messo a rischio la sicurezza e parlano di allarmismo ingiustificato. Secondo loro, le attività didattiche sarebbero state garantite e gli eventi organizzati avrebbero addirittura ampliato l’offerta culturale dell’università, trasformando Palazzo Nuovo in uno spazio aperto, attraversato da musica, dibattiti e momenti di confronto. La sospensione delle lezioni viene letta come una scelta dettata da pressioni politiche e di natura poliziesca, con ricadute dirette sull’intera comunità accademica.

Resta incerto quanto durerà lo stop. Tutto dipenderà dalla fine dell’occupazione e dall’eventuale necessità di interventi di ripristino degli spazi. Nel frattempo, Palazzo Nuovo continua ad attirare attivisti da tutta Italia: arrivano da Milano, Venezia, Pisa, Napoli, Catania. Zaini in spalla, sacchi a pelo alla mano, in molti si fermano a dormire nelle aule trasformate in dormitori improvvisati. Il filo che unisce le presenze è il sostegno ad Askatasuna e la protesta contro il governo Meloni, mentre sui muri compaiono slogan contro la guerra e messaggi polemici rivolti al mondo politico e intellettuale: Stop war, accuse agli intellettuali, richiami al conflitto in Medio Oriente.

Dentro l’edificio, l’università vive una sorta di doppia realtà: da una parte il tentativo, fino a ieri, di mantenere in piedi lezioni ed esami; dall’altra la preparazione del corteo nazionale annunciato per oggi, con tutto ciò che comporta in termini di organizzazione, ospitalità e gestione degli spazi. Dal terzo giorno, però, qualcosa cambia anche nel rapporto con l’esterno: ai giornalisti non è più consentito l’accesso a Palazzo Nuovo.

Fuori e online, intanto, crescono le critiche. Alcuni rappresentanti degli studenti prendono pubblicamente le distanze dall’occupazione. Tra loro Giacomo Pellicciaro, di Obiettivo Studenti e membro del Consiglio di amministrazione di UniTo, che invita gli occupanti a dichiarare apertamente le finalità dell’azione, accusandoli di aver trasformato uno spazio di studio in un bivacco. Parole che, dalle scale e dai corridoi di Palazzo Nuovo, sembrano rimbalzare senza lasciare traccia. All’interno, intanto, si continua a discutere del percorso del corteo. E l’occupazione va avanti.

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