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Mosca sotto una coltre storica: la neve che mancava da due secoli

Accumuli fino a 60 cm, trasporti in tilt e una città che si reinventa: cosa c’è dietro la nevicata più intensa registrata in oltre duecento anni secondo i meteorologi, e perché eventi così estremi potrebbero non essere un’eccezione isolata

Mosca sotto una coltre storica: la neve che mancava da due secoli

Mosca sotto una coltre storica: la neve che mancava da due secoli

La fila di automobili si ferma davanti a una montagna bianca che ieri non c’era. Siamo a Miusskaya Ploshchad, nel cuore di Mosca: un cumulo alto come una casa a tre piani compare dove fino a poche ore fa correva una corsia riservata. I bambini ci salgono sopra, i genitori scattano foto, i vigili urbani deviano il traffico. Non è un’opera d’arte, ma il risultato concreto di uno sforzo logistico: la neve rimossa dalle arterie principali, ammassata in piazza per mantenere la città in movimento. Ed è la fotografia di un record che entra nei libri di meteorologia. A fine gennaio, gli strumenti dell’Osservatorio meteorologico dell’Università Statale di Mosca hanno contato quasi 92 millimetri di precipitazioni dall’inizio del mese: il valore più alto in oltre 200 anni. In diversi quartieri gli accumuli hanno superato i 60 centimetri, bloccando linee di superficie e rallentando la mobilità di una metropoli da 13 milioni di abitanti.

Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio dell’Università Lomonosov, “gennaio 2026 si chiude come il più nevoso degli ultimi 203 anni” e con temperature medie inferiori di circa 1,5 °C alla norma climatologica per la capitale russa. A determinare l’evento, dicono i ricercatori, è stata la sequenza di cicloni profondi con fronti atmosferici marcati che hanno attraversato la regione moscovita. Il risultato, nel giro di pochi giorni, è stato un saldo pluviometrico da primato e una coltre che, complice il freddo persistente (in media intorno a -10 °C), non ha avuto modo di assestarsi o fondere tra una perturbazione e l’altra.

La notizia è rimbalzata dalle testate italiane a quelle internazionali: video e fotogallery mostrano pedoni che avanzano tra cumuli alti fino al ginocchio, strade centrali trasformate in corridoi di neve pressata, stazioni ferroviarie con ritardi diffusi e arterie in coda per ore. Le immagini di RaiNews confermano accumuli locali fino a 60 centimetri, mentre le corrispondenze di agenzie e tv europee hanno documentato l’andamento della tempesta e i suoi effetti a catena su treni pendolari e traffico urbano.

mosca

La traiettoria verso il primato si è probabilmente innescata già nella prima decade del mese. Tra 8 e 10 gennaio, una nevicata definita la più intensa degli ultimi 56 anni ha scaricato in 24 ore fino a 22 mm di precipitazione equivalente, pari a circa il 42% della media mensile di gennaio per Mosca. Quell’episodio ha immediatamente messo in crisi il sistema dei trasporti e avviato un’operazione straordinaria di sgombero neve: oltre 1 milione di m³ rimossi nell’area di Sheremetyevo in appena un giorno, sui 603 voli gestiti la mattina successiva si sono contati 78 ritardi prolungati e 35 cancellazioni, con assistenza a base di 25mila bottiglie d’acqua e 8mila panini distribuiti ai passeggeri.

L’equilibrio fragile fra cielo e terra si è rotto di nuovo nella terza decade: un’altra saccatura ha esteso una fascia continua di neve su gran parte dell’Europa orientale, colpendo Mosca tra 26 e 29 gennaio. In sole dodici ore sono caduti circa 11 mm di precipitazione (grossolanamente equivalenti a 11 cm di neve nuova), e in più quartieri l’altezza del manto ha toccato o superato i 50 cm, per poi salire ancora. L’allerta arancione ha accompagnato i bollettini cittadini, mentre i tecnici invitavano a evitare gli spostamenti non necessari.

Per tenere aperta una metropoli in condizioni così ostili, la gestione operativa conta quanto la nevicata stessa. Il Comune ha dispiegato migliaia di addetti e centinaia di mezzi: lame, spazzaneve, pale gommate, convogli per il carico e il trasporto verso le aree di stoccaggio temporaneo, come la ormai celebre “duna di Miusskaya”, che in questi giorni è diventata quasi un luogo di ritrovo urbano, citato, fotografato, perfino inserito nelle mappe dagli utenti. Scenari simili si sono già visti nella capitale russa, ma la scala di gennaio 2026 — spiegano le autorità e i media locali — ha imposto turni ininterrotti e priorità assolute: prima gli assi di scorrimento, poi i marciapiedi e, non appena il carico sulle coperture è apparso significativo, la bonifica di 17mila tetti.

Sui cieli della capitale, intanto, la gestione delle piste e delle rampe aeroportuali si è trasformata in una corsa contro il tempo: tra 9 e 10 gennaio più di 300 voli tra arrivi e partenze sono stati ritardati o cancellati nei quattro scali principali (Sheremetyevo, Domodedovo, Vnukovo e Zhukovsky). Eppure, nonostante i disservizi, la rete è rimasta operativa: l’Agenzia federale del trasporto aereo ha sottolineato che gli scali hanno continuato a ricevere e far partire aeromobili, modulando le finestre in base ai picchi di precipitazione e alle finestre utili per il de-icing.

È utile chiarire i termini del primato. Quando i meteorologi dell’Università Statale di Mosca parlano di 92 mm di precipitazione entro il 29 gennaio, si riferiscono alla quantità d’acqua complessiva caduta, misurata in millimetri con un pluviometro. Non è, quindi, l’“altezza della neve” al suolo — che dipende dalla densità del manto, dal vento, dalle temperature, dal compattamento e da eventuali fasi di fusione. Così può accadere che i 92 mm “equivalenti in acqua” corrispondano a 60 cm o più di neve, soprattutto se le temperature restano stabilmente sottozero e la neve cade asciutta. Nei giorni del record, i meteorologi hanno insistito proprio su questo punto: “La neve è per lo più aria” — dicono — e il livello accumulato visibile in strada supera di gran lunga il dato pluviometrico.

Il confronto storico a cui si fa riferimento è quello delle serie di Moscow State University: una base di misure continua che consente di collocare gennaio 2026 oltre i valori massimi registrati nell’Ottocento e nel Novecento. La dimensione storica del dato è stata ripresa anche dall’agenzia TASS, che ha citato l’Osservatorio nel definire “il più nevoso degli ultimi 203 anni” il mese di gennaio.

Effetti a catena: scuola, servizi, economia quotidiana

Nelle cronache cittadine sono arrivate ondate di segnalazioni: ritardi ai treni suburbani, rallentamenti del trasporto pubblico di superficie, incidenti stradali per fondo sdrucciolevole, richieste di intervento per caduta di rami e ghiaccio dai cornicioni. Le immagini raccolte sul territorio mostrano corsie temporaneamente destinate allo stoccaggio della neve, con strade laterali trasformate in “parcheggi bianchi” in attesa dei camion di carico. In alcuni quartieri, i disagi hanno spinto gli esercizi di vicinato a riorganizzare le forniture e i turni del personale, mentre le piattaforme di delivery hanno limitato le aree di servizio nei picchi di precipitazione. Nel complesso, però, la città ha tenuto: tra il 12 e il 27 gennaio le gallerie fotografiche di testate indipendenti mostrano una capitale che — non senza fatica — ha mantenuto operativi i nodi strategici e riaperto gli assi principali entro poche ore dai fronti più intensi.

Domande inevitabili: che c’entra la crisi climatica?

Record di neve e crisi climatica non sono in contraddizione. La fisica dell’atmosfera racconta una storia semplice: aria più calda significa aria capace di trattenere più vapore; la relazione — nota come Clausius–Clapeyron — vale circa +7% di capacità di contenere umidità per ogni +1 °C di riscaldamento. Se l’aria resta sotto 0 °C, quell’eccesso di umidità può precipitare sotto forma di neve, con eventi più intensi rispetto al passato quando si presentano le condizioni giuste. È una dinamica spiegata in maniera accessibile da NOAA e ripresa da studi e divulgazioni scientifiche: più umidità in atmosfera, più potenziale per precipitazioni estreme, sia pioggia sia neve.

Naturalmente, il quadro non è monolitico. Gli scienziati dell’IPCC sottolineano che, a scala emisferica, l’estensione della neve è in calo, specie in primavera, ma nel frattempo possono aumentare gli episodi intensi nelle regioni che restano sufficientemente fredde, almeno in una fase di transizione climatica. Nelle valutazioni per l’Europa e l’emisfero nord, il rapporto AR6 evidenzia una tendenza a stagioni più brevi e a una riduzione della copertura nevosa di lungo periodo, senza escludere — anzi, prevedendo in alcune aree — un aumento della quota di precipitazione concentrata in singoli episodi. In altre parole: meno giorni con neve al suolo non esclude più nevicate “bomba” quando aria fredda e umidità elevata coincidono.

La specificità moscovita: perché proprio qui, perché adesso

Mosca si trova a cavallo tra masse d’aria continentali fredde e impulsi umidi che possono risalire dal Mar Nero e dal settore orientale dell’Atlantico. L’inverno 2025–2026 ha offerto una combinazione “efficiente”: un corridoio persistente per le perturbazioni, la presenza di aria artica a bassa quota e una temperatura media del mese sufficientemente bassa da favorire neve asciutta, quindi voluminosa a parità di contenuto d’acqua. Le testimonianze dei ricercatori della Lomonosov e le ricostruzioni giornalistiche convergono su questo schema: una serie di sistemi ciclonici con fronti molto attivi hanno attraversato la regione a distanza di pochi giorni, impedendo al manto di assestarsi. Da qui l’effetto cumulativo che ha alimentato il record pluviometrico e, visivamente, gli imponenti cumuli ai lati delle strade.

Sul versante della gestione urbana, Mosca arriva a questo gennaio con procedure rodate: piani per il trasporto e lo stoccaggio della neve, siti temporanei di accumulo, squadre dedicate al de-icing, priorità per ospedali, scuole, nodi di interscambio. Le immagini di Reuters mostrano turisti e studenti salire sulla “duna” centrale come su un promontorio effimero, a metà tra disagio e attrazione: un modo per leggere l’evento anche come fenomeno sociale, oltre che meteorologico.

Numeri chiave del mese record

  1. Precipitazione cumulata al 29 gennaio: ~92 mm (valore più alto in 203 anni di serie osservativa MSU).
  2. Altezza neve in alcune zone della capitale: fino a 60 cm.
  3. Temperature medie di gennaio: circa -10 °C in città, 1,5 °C sotto la norma climatologica (-6,2 °C).
  4. Impatto sui voli tra 9–10 gennaio: >300 tra ritardi e cancellazioni secondo dati incrociati di stampa e autorità; 78 ritardi prolungati e 35 cancellazioni al 10 gennaio, con 603 voli gestiti fino a mezzogiorno.
  5. Volumi rimossi: >1 milione m³ di neve in 24 ore nell’area di Sheremetyevo (dato aeroportuale).

Che cosa abbiamo imparato

  1. I record meteorologici sono spesso il prodotto di una sequenza più che di un singolo evento: a Mosca gennaio 2026 non è una bufera isolata, ma un mese scandito da più passaggi perturbati su un substrato freddo.
  2. L’interpretazione dei record richiede di distinguere tra millimetri di precipitazione e centimetri di neve: il primo è un dato fisico di acqua equivalente, il secondo dipende dalla densità e dalle condizioni al suolo.
  3. In un clima che si riscalda, le regioni che restano sottozero possono sperimentare nevicate più abbondanti, perché l’atmosfera trattiene più umidità: è un paradosso solo apparente, ampiamente spiegato dalla fisica e dalla letteratura scientifica.

E adesso?

I bollettini indicano che, dopo il picco di fine mese, la fase più intensa è in attenuazione, ma il freddo manterrà il manto compatto ancora per giorni. Le autorità chiedono prudenza negli spostamenti, attenzione ai tetti e ai cornicioni per il possibile distacco di ghiaccio, e invitano i cittadini a collaborare con il calendario di rimozione. Sul medio periodo, i climatologi ricordano che questo tipo di episodi estremi si inserisce in un contesto di grandi variazioni stagionali: la neve potrà risultare meno persistente nel corso dei decenni, ma nulla esclude, anzi è plausibile attendersi, massimi locali più alti quando le condizioni si allineano.

Cosa ci dice Mosca, cosa ci insegna l’inverno europeo

Il caso moscovita arriva mentre una vasta porzione dell’Europa orientale affronta condizioni severe e mentre l’inverno alterna, spesso nello stesso mese, ondate di gelo e episodi di mitezza anomala. La coesistenza di estremi opposti è parte di un clima in transizione, in cui circolazioni atmosferiche più ondulate e una termodinamica modificata dall’aumento dei gas serra ridisegnano la frequenza delle situazioni “di manuale”. Se il Nord Atlantico invia aria umida e l’Est resta sufficientemente freddo, città come Mosca — ma anche centri dell’Europa centro-orientale — possono osservare nevicate “eccezionali” in un contesto che, su orizzonti più lunghi, tenderà a ridurre la permanenza della neve al suolo. È una lezione che vale anche per amministrazioni e servizi: investire in previsione a breve, logistica flessibile e comunicazione efficace è ormai parte integrante della resilienza urbana.

Una città che si racconta dalla neve

C’è infine un elemento culturale: Mosca che trasforma un disservizio in rito urbano, che adotta la “duna” di quartiere come punto di riferimento e che usa la neve per ridefinire tempi e spazi. Lo si vede nelle voci raccolte in piazza — alcuni parlano di un ritorno alla “vera” invernalità, altri ricordano anni recenti con Natali senza neve — e nelle scelte amministrative che, da anni, prevedono siti di accumulo e filiere di smaltimento dedicate. In questo gennaio di statistiche riscritte, la città ha risposto con una coreografia coordinata: spazzaneve, tute arancioni, turni h24, segnaletica mobile, treni in marcia lenta e, soprattutto, una trama di gesti quotidiani che hanno reso possibile la vita ordinaria sotto un cielo straordinario.

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