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Gaza, la mossa di Pechino all’ONU: “Aprite i valichi, togliete i lacci agli aiuti, fate tacere le armi”

Dal Palazzo di Vetro un messaggio netto: la Cina chiede la revoca delle restrizioni sull’accesso umanitario a Gaza, l’apertura di tutti i varchi e un cessate il fuoco “completo e duraturo”. Ma sul terreno, tra valichi danneggiati, liste di “beni a duplice uso” e accordi ancora fragili, la macchina degli aiuti continua a inciampare.

Gaza, la mossa di Pechino all’ONU: “Aprite i valichi, togliete i lacci agli aiuti, fate tacere le armi”

Fu Cong

La pioggia ha trasformato in fango le piste di terra battuta che portano ai centri di distribuzione. Nelle tendopoli, il vento di gennaio strappa i teli e piega pali improvvisati; alcuni sono stati vietati come “beni a duplice uso”, eppure ricompaiono sugli scaffali dei mercati, venduti a caro prezzo. È in questo scenario di contraddizioni che al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore cinese Fu Cong ha scandito tre richieste: togliere i lacci burocratici agli aiuti, aprire “tutti i valichi” di Gaza e portare il cessate il fuoco da promessa intermittente a tregua “completa e duratura”.

Nel suo intervento a New York il rappresentante permanente della Repubblica Popolare Cinese ha ricondotto la crisi a un punto semplice e politicamente dirompente: senza accesso umanitario senza ostacoli non esiste protezione dei civili; senza una tregua credibile, ogni sforzo umanitario resta patchwork. Per Fu Cong, Israele deve “rispettare gli obblighi del diritto internazionale umanitario”, riaprire tutti i valichi e smettere di “reprimere” le organizzazioni umanitarie; la tregua va onorata “in buona fede” da tutte le parti. È una linea che Pechino sostiene da mesi, legandola alla prospettiva — definita “non negoziabile” — di una soluzione politica che riparta dal principio “i palestinesi governano la Palestina” entro l’orizzonte di una “soluzione a due Stati”.

L’appello cinese arriva mentre sul tavolo del Consiglio di Sicurezza restano tre coordinate. La prima è la risoluzione 2720 del 22 dicembre 2023, che chiede un incremento massiccio degli aiuti, l’apertura dei valichi e la creazione di un Coordinatore umanitario per Gaza. La seconda è la risoluzione 2728 del 25 marzo 2024, che ha chiesto un cessate il fuoco durante Ramadan, come ponte verso un cessate il fuoco “sostenibile”. La terza è la scia di veti statunitensi su formulazioni di cessate il fuoco “incondizionato” — l’ultimo nel giugno 2025 — che hanno polarizzato il Consiglio. In questo quadro, la posizione di Pechino punta a spostare il baricentro sulla tutela dei civili e sull’abbattimento degli ostacoli logistici, oggi vero collo di bottiglia della risposta umanitaria.

Valichi e colli di bottiglia: dove si incastra l’accesso

La geografia dell’accesso a Gaza è un mosaico in continua mutazione:

  1. Il valico di Rafah, porta d’uscita verso l’Egitto, è stato chiuso per gran parte del conflitto e poi ripreso a singhiozzo; i danni strutturali e la gestione del lato gazawi restano questioni aperte. Nel nuovo quadro negoziale, si lavora a una riapertura graduale per il transito pedonale, con controlli stringenti e senza merci nella fase iniziale. L’Unione Europea ha riattivato la missione civile EUBAM Rafah per affiancare la Autorità Nazionale Palestinese al valico: una presenza “neutrale” che dovrebbe ridare credibilità ai flussi e coordinare con Israele ed Egitto.
  2. Il Kerem Shalom/Karem Abu Salem — principale punto d’ingresso per i camion — ha alternato fasi di apertura e chiusure improvvise, con effetti immediati sui prezzi e sulle scorte. Ogni stop si traduce in razionamenti e code, come documentato dalle Nazioni Unite.
  3. Nel nord della Striscia, l’apertura del valico di Zikim nel novembre 2025 ha consentito di riportare aiuti dove la fame è stata più acuta. Ma i volumi restano insufficienti rispetto ai bisogni, e la sicurezza dei convogli non è garantita.

Secondo l’OCHA, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 circa il 74% degli aiuti raccolti a confine è transitato da Kerem Shalom; Zikim ha operato tre giorni a settimana per il nord; Rafah è rimasto perlopiù chiuso, con rare evacuazioni mediche. Il flusso è migliorato nei mesi di tregua, ma la consegna resta zavorrata da carburante insufficiente, strade dissestate e procedure di coordinamento lunghe e volatili.

La domanda di Pechino: aprire “tutti i valichi” è possibile?

Sul piano pratico, la richiesta di Fu Cong tocca nodi politici e tecnici. Il primo è la ricostruzione di un quadro di gestione dei valichi che escluda il controllo di Hamas, conforme alle clausole del cessate il fuoco e accettabile per Israele e i partner regionali. Il secondo è riportare Rafah a un regime di funzionamento stabile: servono investimenti per riparare la struttura, definire chi gestisce i controlli lato Gaza e chiarire le regole per il passaggio delle merci. Il terzo è superare la lista dei “beni a duplice uso”, che oggi blocca migliaia di articoli indispensabili alla sopravvivenza e alla ricostruzione — dai pannelli solari alle tubazioni, fino ai pali delle tende — ma che talvolta entrano via canali commerciali privati generando una sorta di “doppio binario”. È qui che l’accusa cinese di “repressione delle organizzazioni umanitarie” trova sponda nelle denunce di ONG e agenzie ONU.

Gli effetti sul terreno: una crisi che cambia forma, non sostanza

Tra piogge e allagamenti, OCHA stima che decine di migliaia di persone vivano in aree ad alto rischio climatico; la riapertura parziale dei valichi durante la tregua ha consentito di triplicare l’ingresso di aiuti rispetto ai mesi di guerra attiva, ma la rete di distribuzione soffre di magazzini saturi, strade interrotte e furti sporadici. Le evacuazioni mediche sono riprese a scartamento ridotto: nel 2025 l’OMS ha facilitato oltre 2.700 pazienti verso l’estero; a inizio 2026 solo poche decine sono riuscite a uscire, tra Rafah e Kerem Shalom. Nel frattempo, UNICEF segnala che oltre 100 minori sono stati uccisi “dopo” l’avvio del cessate il fuoco, a riprova che la tregua resta fragile e disomogenea.

Il capitolo Rafah: una riapertura “con il contagocce”

Negli ultimi giorni, fonti diplomatiche indicano che Rafah potrebbe riaprire “entro pochi giorni” nell’ambito della fase due dell’intesa negoziata da USA, Egitto e Qatar: il passaggio, per ora, riguarderebbe solo persone — in primis feriti, malati e casi umanitari — con quote giornaliere tra circa 50 e 150 varchi, previa verifica israeliana e con un ruolo di supporto della UE e della Autorità Palestinese. Per le merci, non ancora. Uno spiraglio, dunque, ma ben lontano dalla scala necessaria per riportare a regime una popolazione di oltre 2 milioni di persone.

Israele, sicurezza e “facilitazione” degli aiuti

Dal lato israeliano, la cornice resta quella della “sicurezza prima di tutto”. Le autorità sostengono di favorire l’ingresso di aiuti “nella misura compatibile” con le esigenze operative, mantenendo controlli rigorosi ai valichi e aprendo corridoi “quando possibile”. L’operatività di Zikim per il nord e i periodi di ripresa a Kerem Shalom vengono rivendicati come passi concreti; tuttavia, la discrezionalità nelle chiusure e l’estensione della lista dei beni vietati restano i principali fattori di frizione con le agenzie ONU e i governi donatori.

Il ruolo dell’Europa: EUBAM, il ritorno in una zona grigia

La scelta dell’Unione Europea di riattivare EUBAM Rafah — missione civile nata nel 2005 e ibernata dopo il 2007 — è un tassello chiave. Nei piani di Bruxelles, la presenza di osservatori europei al valico dovrebbe:

  1. ricostruire un perimetro di fiducia tra Israele, Autorità Palestinese ed Egitto;
  2. accompagnare la gestione tecnica del flusso pedonale (evacuazioni mediche, rientri selezionati);
  3. preparare, se le condizioni politiche lo consentiranno, un futuro ripristino del passaggio merci.

I 27 hanno intanto rinnovato il mandato di EUBAM Rafah fino al 30 giugno 2026, lasciando la porta aperta a un rafforzamento della missione — anche con una “project cell” per interventi mirati — se la tregua reggerà.

Il quadro giuridico: cosa chiede il diritto internazionale umanitario

Le richieste avanzate da Fu Cong richiamano disposizioni già scolpite nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e nel diritto umanitario: protezione dei civili, accesso rapido, sicuro e senza ostacoli agli aiuti, obbligo di distinzione tra obiettivi militari e beni civili, divieto di fame come metodo di guerra. La risoluzione 2720 ha chiesto esplicitamente di aprire i valichi e di nominare un Coordinatore per gli aiuti e la ricostruzione; la 2728 ha chiesto una tregua come “ponte” verso la cessazione sostenibile delle ostilità. Il punto sollevato dalla Cina è che queste previsioni devono tradursi in procedure più snelle e prevedibili sul terreno, altrimenti restano lettera morta.

Cosa cambia, se qualcosa cambierà

Se l’appello di Pechino ottenesse sponde operative, la sequenza possibile — non automatica — sarebbe questa:

  1. Stabilizzazione del regime dei valichi con calendari e quote minime garantite, sotto coordinamento ONU e con monitoraggio esterno (UE a Rafah, Nazioni Unite a Kerem Shalom e Zikim).
  2. Revisione della lista dei beni vietati, distinguendo con maggiore precisione ciò che è davvero a rischio da ciò che è indispensabile alla sopravvivenza e alla ricostruzione, riducendo margini di arbitrarietà.
  3. Corridoi protetti per la distribuzione interna, con ripristino di strade e ponti essenziali e fornitura minima di carburante alle flotte logistiche e agli ospedali.
  4. Meccanismi di deconflitto più rapidi per le missioni umanitarie, in modo da ridurre cancellazioni, impedimenti e ritardi che oggi — secondo OCHA — colpiscono una quota significativa delle operazioni.

Il nodo politico: cessate il fuoco “completo e duraturo”

Sul cessate il fuoco, la posizione cinese resta imperniata su tre pilastri:

  1. cessazione totale degli attacchi, non solo “riduzione delle ostilità”;
  2. rispetto integrale degli accordi già sottoscritti (compreso lo scambio ostaggi-prigionieri, dove previsto);
  3. rilancio di un percorso diplomatico verso la “soluzione a due Stati” e la piena rappresentanza palestinese nelle sedi multilaterali.

Nelle ultime settimane, la tregua ha migliorato la logistica degli aiuti e ridotto, senza azzerare, i bombardamenti. Ma i segnali di ritorno della violenza, le tensioni in Cisgiordania e gli episodi di violazione della tregua alimentano la diffidenza reciproca. Da qui la richiesta di Pechino di “blindare” la tregua con impegni verificabili e con un sistema di garanzie che coinvolga i principali sponsor regionali e internazionali.

Domande aperte per le prossime settimane

  1. Chi controllerà in modo operativo il lato gazawi di Rafah quando i flussi aumenteranno? L’ipotesi di una gestione tecnica della Autorità Palestinese con supporto UE e coordinamento con Egitto e Israele è sul tavolo, ma richiede accordi di sicurezza e formazione del personale, oltre a investimenti infrastrutturali.
  2. Come uniformare i criteri sui beni a duplice uso? La credibilità del sistema passa da un quadro chiaro e pubblicamente verificabile: oggi, la discrepanza tra ciò che è vietato alle agenzie umanitarie e ciò che entra tramite commercianti privati mina la legittimità delle restrizioni.
  3. Quale ruolo per il Coordinatore umanitario previsto dalla 2720 nella fase di riapertura di Rafah e nel riequilibrio tra Kerem Shalom e Zikim? Una regia visibile può ridurre tempi morti e conflitti di competenza tra attori sul campo.

La posta in gioco: oltre l’emergenza

Il discorso di Fu Cong ha una valenza che supera la contingenza. Nel lessico della diplomazia, l’insistenza cinese su “accesso senza ostacoli” e “cessate il fuoco duraturo” è anche un test di multilateralismo: se il Consiglio di Sicurezza non riesce a garantire la protezione dei civili e la continuità degli aiuti in una crisi così mediatizzata, l’erosione della sua autorevolezza diventa strutturale. Per Pechino, che negli ultimi anni ha accresciuto il profilo mediorientale (dalla mediazione tra Riad e Teheran al sostegno all’ANP), la partita è anche reputazionale.

La realtà, però, è che i risultati si misureranno in camion che passano, pazienti che varcano il confine, scuole e ospedali che riaprono — e in civili che non muoiono. Per questo, l’insistenza su regole chiare ai valichi e su un cessate il fuoco verificabile può fare la differenza tra una tregua nominale e una pace praticabile.

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