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Esteri
30 Gennaio 2026 - 09:04
Fu Cong
La pioggia ha trasformato in fango le piste di terra battuta che portano ai centri di distribuzione. Nelle tendopoli, il vento di gennaio strappa i teli e piega pali improvvisati; alcuni sono stati vietati come “beni a duplice uso”, eppure ricompaiono sugli scaffali dei mercati, venduti a caro prezzo. È in questo scenario di contraddizioni che al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore cinese Fu Cong ha scandito tre richieste: togliere i lacci burocratici agli aiuti, aprire “tutti i valichi” di Gaza e portare il cessate il fuoco da promessa intermittente a tregua “completa e duratura”.
Rafah, Gaza 2026 is a massive crime scene: pic.twitter.com/V91gk2KyvB
— PalMedia (@PalMediaOrg) January 29, 2026
Nel suo intervento a New York il rappresentante permanente della Repubblica Popolare Cinese ha ricondotto la crisi a un punto semplice e politicamente dirompente: senza accesso umanitario senza ostacoli non esiste protezione dei civili; senza una tregua credibile, ogni sforzo umanitario resta patchwork. Per Fu Cong, Israele deve “rispettare gli obblighi del diritto internazionale umanitario”, riaprire tutti i valichi e smettere di “reprimere” le organizzazioni umanitarie; la tregua va onorata “in buona fede” da tutte le parti. È una linea che Pechino sostiene da mesi, legandola alla prospettiva — definita “non negoziabile” — di una soluzione politica che riparta dal principio “i palestinesi governano la Palestina” entro l’orizzonte di una “soluzione a due Stati”.
L’appello cinese arriva mentre sul tavolo del Consiglio di Sicurezza restano tre coordinate. La prima è la risoluzione 2720 del 22 dicembre 2023, che chiede un incremento massiccio degli aiuti, l’apertura dei valichi e la creazione di un Coordinatore umanitario per Gaza. La seconda è la risoluzione 2728 del 25 marzo 2024, che ha chiesto un cessate il fuoco durante Ramadan, come ponte verso un cessate il fuoco “sostenibile”. La terza è la scia di veti statunitensi su formulazioni di cessate il fuoco “incondizionato” — l’ultimo nel giugno 2025 — che hanno polarizzato il Consiglio. In questo quadro, la posizione di Pechino punta a spostare il baricentro sulla tutela dei civili e sull’abbattimento degli ostacoli logistici, oggi vero collo di bottiglia della risposta umanitaria.
La geografia dell’accesso a Gaza è un mosaico in continua mutazione:
Secondo l’OCHA, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 circa il 74% degli aiuti raccolti a confine è transitato da Kerem Shalom; Zikim ha operato tre giorni a settimana per il nord; Rafah è rimasto perlopiù chiuso, con rare evacuazioni mediche. Il flusso è migliorato nei mesi di tregua, ma la consegna resta zavorrata da carburante insufficiente, strade dissestate e procedure di coordinamento lunghe e volatili.
Sul piano pratico, la richiesta di Fu Cong tocca nodi politici e tecnici. Il primo è la ricostruzione di un quadro di gestione dei valichi che escluda il controllo di Hamas, conforme alle clausole del cessate il fuoco e accettabile per Israele e i partner regionali. Il secondo è riportare Rafah a un regime di funzionamento stabile: servono investimenti per riparare la struttura, definire chi gestisce i controlli lato Gaza e chiarire le regole per il passaggio delle merci. Il terzo è superare la lista dei “beni a duplice uso”, che oggi blocca migliaia di articoli indispensabili alla sopravvivenza e alla ricostruzione — dai pannelli solari alle tubazioni, fino ai pali delle tende — ma che talvolta entrano via canali commerciali privati generando una sorta di “doppio binario”. È qui che l’accusa cinese di “repressione delle organizzazioni umanitarie” trova sponda nelle denunce di ONG e agenzie ONU.
Tra piogge e allagamenti, OCHA stima che decine di migliaia di persone vivano in aree ad alto rischio climatico; la riapertura parziale dei valichi durante la tregua ha consentito di triplicare l’ingresso di aiuti rispetto ai mesi di guerra attiva, ma la rete di distribuzione soffre di magazzini saturi, strade interrotte e furti sporadici. Le evacuazioni mediche sono riprese a scartamento ridotto: nel 2025 l’OMS ha facilitato oltre 2.700 pazienti verso l’estero; a inizio 2026 solo poche decine sono riuscite a uscire, tra Rafah e Kerem Shalom. Nel frattempo, UNICEF segnala che oltre 100 minori sono stati uccisi “dopo” l’avvio del cessate il fuoco, a riprova che la tregua resta fragile e disomogenea.
Negli ultimi giorni, fonti diplomatiche indicano che Rafah potrebbe riaprire “entro pochi giorni” nell’ambito della fase due dell’intesa negoziata da USA, Egitto e Qatar: il passaggio, per ora, riguarderebbe solo persone — in primis feriti, malati e casi umanitari — con quote giornaliere tra circa 50 e 150 varchi, previa verifica israeliana e con un ruolo di supporto della UE e della Autorità Palestinese. Per le merci, non ancora. Uno spiraglio, dunque, ma ben lontano dalla scala necessaria per riportare a regime una popolazione di oltre 2 milioni di persone.
Dal lato israeliano, la cornice resta quella della “sicurezza prima di tutto”. Le autorità sostengono di favorire l’ingresso di aiuti “nella misura compatibile” con le esigenze operative, mantenendo controlli rigorosi ai valichi e aprendo corridoi “quando possibile”. L’operatività di Zikim per il nord e i periodi di ripresa a Kerem Shalom vengono rivendicati come passi concreti; tuttavia, la discrezionalità nelle chiusure e l’estensione della lista dei beni vietati restano i principali fattori di frizione con le agenzie ONU e i governi donatori.
La scelta dell’Unione Europea di riattivare EUBAM Rafah — missione civile nata nel 2005 e ibernata dopo il 2007 — è un tassello chiave. Nei piani di Bruxelles, la presenza di osservatori europei al valico dovrebbe:
I 27 hanno intanto rinnovato il mandato di EUBAM Rafah fino al 30 giugno 2026, lasciando la porta aperta a un rafforzamento della missione — anche con una “project cell” per interventi mirati — se la tregua reggerà.
Le richieste avanzate da Fu Cong richiamano disposizioni già scolpite nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e nel diritto umanitario: protezione dei civili, accesso rapido, sicuro e senza ostacoli agli aiuti, obbligo di distinzione tra obiettivi militari e beni civili, divieto di fame come metodo di guerra. La risoluzione 2720 ha chiesto esplicitamente di aprire i valichi e di nominare un Coordinatore per gli aiuti e la ricostruzione; la 2728 ha chiesto una tregua come “ponte” verso la cessazione sostenibile delle ostilità. Il punto sollevato dalla Cina è che queste previsioni devono tradursi in procedure più snelle e prevedibili sul terreno, altrimenti restano lettera morta.
Se l’appello di Pechino ottenesse sponde operative, la sequenza possibile — non automatica — sarebbe questa:
Sul cessate il fuoco, la posizione cinese resta imperniata su tre pilastri:
Nelle ultime settimane, la tregua ha migliorato la logistica degli aiuti e ridotto, senza azzerare, i bombardamenti. Ma i segnali di ritorno della violenza, le tensioni in Cisgiordania e gli episodi di violazione della tregua alimentano la diffidenza reciproca. Da qui la richiesta di Pechino di “blindare” la tregua con impegni verificabili e con un sistema di garanzie che coinvolga i principali sponsor regionali e internazionali.
Il discorso di Fu Cong ha una valenza che supera la contingenza. Nel lessico della diplomazia, l’insistenza cinese su “accesso senza ostacoli” e “cessate il fuoco duraturo” è anche un test di multilateralismo: se il Consiglio di Sicurezza non riesce a garantire la protezione dei civili e la continuità degli aiuti in una crisi così mediatizzata, l’erosione della sua autorevolezza diventa strutturale. Per Pechino, che negli ultimi anni ha accresciuto il profilo mediorientale (dalla mediazione tra Riad e Teheran al sostegno all’ANP), la partita è anche reputazionale.
La realtà, però, è che i risultati si misureranno in camion che passano, pazienti che varcano il confine, scuole e ospedali che riaprono — e in civili che non muoiono. Per questo, l’insistenza su regole chiare ai valichi e su un cessate il fuoco verificabile può fare la differenza tra una tregua nominale e una pace praticabile.
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