Cerca

Attualità

E' morto Marco Magrini, l’ultimo artigiano capace di realizzare scarpe da calcio su misura. Da lui i campioni del Toro del '76

Dal laboratorio di Corso Regina Margherita alle storie del Toro: una vita passata a far “calzare” il talento

E' morto Marco Magrini, l’ultimo artigiano capace di realizzare scarpe da calcio su misura. Da lui i campioni del Toro del '76

E' morto Marco Magrini, l’ultimo artigiano capace di realizzare scarpe da calcio su misura. Da lui i campioni del Toro del '76

Torino oggi è un po’ più leggera. Ma non nel senso buono. È leggera perché ha perso peso, sostanza, mestiere. Marco Magrini se n’è andato improvvisamente a 64 anni, e con lui non se ne va soltanto un uomo: se ne va un modo di stare al mondo. Un modo che non chiedeva applausi, non pretendeva riflettori, non cercava scorciatoie. Faceva una cosa semplice e rarissima: lavorava bene. E lavorava per gli altri.

Marco era l’ultimo artigiano capace di realizzare scarpe da calcio su misura, continuando la tradizione di suo padre Angelo Magrini, quello che in bottega aveva una convinzione che oggi suona quasi sovversiva: “I piedi ci portano nel mondo. Sono il nostro viaggio quotidiano”. Non è poesia. È precisione. È la differenza tra chi parla di sport e chi lo fa, lo tocca, lo costruisce con le mani.

Perché certe storie non finiscono in prima pagina finché non è troppo tardi. Esistono botteghe che hanno fatto la storia del calcio senza mai comparire in televisione, senza mai diventare “brand”, senza mai trasformarsi in slogan. A Torino quella bottega era un indirizzo che per molti suona come un richiamo: Corso Regina Margherita. Lì dentro, tra odore di pellame e pazienza, si entrava con un piede e si usciva con un destino un po’ più comodo. Non è un’esagerazione: nel calcio, il piede è tutto. È il contatto con il campo, è la sicurezza nel contrasto, è il dettaglio che ti salva un ginocchio e ti fa durare una stagione.

La storia comincia a metà anni Sessanta, quando Angelo Magrini fonda una piccola realtà artigianale. All’inizio non c’è solo calcio: c’è atletica leggera, c’è bowling, c’è persino la guida professionale. Ma poi arrivano gli anni Settanta, e lì succede qualcosa che oggi sembra ovvio, ma allora era una rivoluzione: qualcuno capisce che nel pallone non bastano scarpe pesanti e “uguali per tutti”. Serve un cambio di mentalità. Servono morbidezza, leggerezza, elasticità, stabilità. Serve una scarpa che non sia un pezzo di cuoio inchiodato addosso, ma uno strumento di precisione.

Il negozio Magrini

Marco cresce dentro quell’idea. La eredita, la difende, la porta avanti. E la trasforma in una reputazione che non ha bisogno di pubblicità: i giocatori arrivavano perché sapevano. Perché si parlavano. Perché nel calcio vero, quello di spogliatoio e di allenamento, la qualità gira più veloce delle chiacchiere.

In un’intervista Marco aveva raccontato che nel laboratorio passavano campioni di Juventus e Torino, protagonisti della Serie A di quegli anni: Fabio Capello, Marco Tardelli, Oscar Damiani. Non venivano per una firma, non venivano per una foto. Venivano per una cosa concreta: la scarpa che calza come deve, quella che ti “fascia” il piede senza farti sentire prigioniero. Quella che ti accompagna, invece di costringerti.

E poi c’è un legame che a Torino non è mai solo sportivo: lo Scudetto del Toro del 1976. L’ultimo tricolore granata. Un anno che ancora oggi, a distanza di decenni, viene pronunciato con la stessa cura con cui si toccano le cose sacre. In quel calcio fatto di botte, campi pesanti e domeniche dure, la scarpa era l’unico vero ponte tra il talento e l’erba del Comunale. E in quel ponte c’era anche la mano di Magrini. Renato Zaccarelli e Ciccio Graziani si affidavano a quelle calzature realizzate in morbidissimo pellame, vitello o canguro, tomaia intera, calzata avvolgente. Non un talismano: un lavoro fatto bene. Un lavoro che, in certi casi, è la differenza tra arrivare un attimo prima su un pallone e arrivare un attimo dopo.

Marco non era “il tifoso artigiano” da cartolina. Era uno che faceva il suo mestiere. E lo faceva con una serietà che oggi sembra quasi anacronistica: gestiva ogni particolarità morfologica, lavorava su piante larghe o strette, sistemava, correggeva, aggiustava. E soprattutto garantiva quello che il mondo moderno ha quasi cancellato: il rapporto. La continuità. Il post-vendita, le riparazioni, la fiducia che cresce nel tempo.

Oggi le scarpe dei calciatori pesano pochi grammi, sono prodotte in serie, sono spesso un’operazione di marketing prima ancora che un attrezzo sportivo. E non è nostalgia: è realtà industriale. Ma dentro questa realtà, la storia di Magrini resta come una domanda fastidiosa: che cosa abbiamo perso, mentre credevamo di guadagnare velocità? Abbiamo perso l’idea che un oggetto possa avere un’anima, perché ha avuto un artigiano. Abbiamo perso la dignità del dettaglio, quella che non si vede in televisione ma si sente nei piedi.

A dirlo con una frase che vale più di tante commemorazioni è stato Carlo Nesti, giornalista sportivo torinese, con un saluto che non si mette in posa e proprio per questo colpisce: “Addio, Marco Magrini! Tuo papà, Angelo, costruì le scarpe da calcio, su misura, anche per uno… scarso, come me…”.

È un modo elegante per dire una cosa enorme: in quella bottega non entravano solo i campioni. Entravano anche quelli che sognavano di diventarlo. Entravano i ragazzi, gli appassionati, chi voleva sentirsi per una volta trattato come un atleta vero. E forse è questa la parte più bella e più amara: Magrini metteva le ali ai piedi di migliaia di persone, non solo ai professionisti. C’è chi racconta ancora l’emozione della prima volta in laboratorio, da diciassettenne, nel 1972: le impronte prese come un rito, l’attesa come una promessa, le scarpe conservate per decenni come una reliquia. Non perché fossero “scarpe”. Ma perché erano una storia personale cucita addosso.

E allora sì, quando muore un uomo così, Torino perde una bottega e perde un pezzo della sua identità. Perché l’artigianato non è folclore: è cultura pratica. È la città che sa fare, non solo dire. È il lavoro che non ha bisogno di slogan per essere rispettato.

L’ultimo commiato a Marco Magrini inizierà venerdì 30 gennaio dalle 13.30, presso la Casa Funeraria Athena, in via Cuorgnè 36 a Rivoli. Sarà un saluto che non riguarda solo la famiglia, la moglie, i suoi cari. Riguarda anche chi, almeno una volta, ha capito che il calcio non è soltanto un pallone che rotola: è un mondo di mani, di botteghe, di artigiani che non comparivano nelle figurine ma tenevano in piedi il gioco.

Oggi resta il vuoto. Resta la malinconia di chi sa che certe competenze non si ricomprano, non si rimpiazzano, non si aggiornano con un’app. E resta una certezza semplice: Marco Magrini non faceva scarpe. Faceva passi. E in quei passi c’era Torino, c’era il Toro, c’erano i derby, c’era la fatica, c’era l’orgoglio silenzioso di chi lavora bene e basta.

Adesso che lui non c’è più, toccherà a noi ricordarci una cosa: il futuro corre veloce, sì. Ma senza artigiani come Magrini, corre anche più povero.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori