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Barbero e d’Orsi a Torino: pensare è diventato un problema

In tempo di guerra la democrazia si restringe: informazione censurata, cultura disciplinata e una conferenza trasformata in atto di resistenza civile

Barbero e d’Orsi a Torino: pensare è diventato un problema

Ieri sera, 28 gennaio, Torino aveva addosso quell’aria particolare che accompagna le serate destinate a lasciare un segno. Non l’euforia delle grandi feste né la ritualità delle commemorazioni, ma una tensione composta, quasi vigile. Quella che si respira quando anche un appuntamento culturale deve essere protetto, organizzato, presidiato. Come se le parole, prima ancora dei fatti, potessero diventare pericolose.

Il titolo dell’incontro non lasciava spazio ad ambiguità: “Democrazia in tempo di guerra e il sottotitolo, “Censurare l’informazione, disciplinare la cultura e la scienza”, chiariva subito che non si trattava di una semplice conferenza, ma di una presa di posizione. Sul palco del Palazzetto dello Sport di Parco Ruffini, i due storici, professori universitari e intellettuali torinesi Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero hanno finalmente tenuto la conferenza che era stata bloccata il 9 dicembre 2025, riportandola nello spazio pubblico da cui era stata esclusa.

Da Torino è partita così una diretta che aveva il sapore di una restituzione collettiva. Non solo un evento recuperato, ma un gesto simbolico. Gli organizzatori lo avevano chiarito fin dall’inizio, fissando una cornice che ieri sera ha trovato conferma nei fatti: “Intanto, i tentativi di censura sono diventati più diffusi e aggressivi, han fatto sapere gli organizzatori. Non un’iperbole, ma una constatazione che spiegava sia la partecipazione massiccia sia le misure di sicurezza visibilmente rafforzate.

Dentro questa cornice, il nodo non era un singolo episodio, ma una traiettoria politica e culturale più ampia: “Sempre più forte, perciò, è l’esigenza di impedire la guerra alla Russia che ci si vuole imporre come difesa: è la democrazia che va difesa, con la libertà di pensiero e la verità storica”. E la conclusione, netta, quasi programmatica“L’Italia ha bisogno non di guerra, ma di pace, non di armi, ma di servizi sociali, di istruzione, di sviluppo”.

Nel corso dell’evento, è stato inoltre rilanciato l’invito a partecipare alla manifestazione nazionale in programma a Torino il 31 gennaio 2026, una mobilitazione promossa da una rete di collettivi, spazi sociali, realtà associative e movimenti civici, nata in risposta allo sgombero del centro sociale Askatasuna e più in generale contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi di dissenso. Un appuntamento che, nelle intenzioni dei promotori, vuole portare fuori dalle sale e nelle piazze la difesa della democrazia, della libertà di espressione e del diritto al conflitto sociale, proseguendo sul terreno pubblico il confronto aperto al Palazzetto di Parco Ruffini.

Accanto ai due protagonisti, la serata è stata costruita come un coro di voci: intellettuali, giornalisti, attivisti, chiamati a contribuire a un dibattito che voleva superare i confini della sala. Tra i collegamenti annunciati e poi andati in scena, quelli con Marco Travaglio, Francesca Albanese e Moni Ovadia.

L’organizzazione aveva scandito tempi e procedure con una precisione che parlava da sola: l’evento è iniziato alle ore 21 precise; i cancelli si sono aperti alle ore 19; nel palazzetto, un duplice servizio d’ordine, la presenza di FF. OO., e servizi d’emergenza per garantire lo svolgimento della manifestazione nel modo più ordinato, pacifico ed efficiente possibile. E per chi non era riuscito a entrare, perché la richiesta aveva superato la capienza, restava lo streaming sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, La Poderosa - Associazione di Promozione Sociale ed altri.

Una serata accolta da applausi prolungati, germogliata da un boicottaggio che ne ha finito per rafforzare il significato. Ad aprirla è stato il dottor Stefano Alberione, responsabile dell’associazione di promozione sociale La Poderosa - promotrice dell'incontro - che ha ringraziato i presenti, gli ospiti e quanti hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa, comprese alcune sezioni ANPI del torinese e del Canavese. Ma il passato recente non poteva essere rimosso, anzi, è stato evocato apertamente, quasi rivendicato. Un ringraziamento ironico (e politico) è stato rivolto anche a Carlo Calenda, Pina Picierno ed al Teatro Grande Valdocco di Torino, gestito dall'Oratorio Salesiano San Francesco di Sales, presentati come protagonisti del boicottaggio”, che aveva fatto saltare il primo appuntamento. E insieme a loro, ai censori di Barbero: perché, come spesso accade, il tentativo di silenziare aveva finito per amplificare.

Il primo grande intervento in collegamento è stato quello del filologo Luciano Canfora, apparso sul maxischermo del palazzetto. Il suo messaggio ha colpito nel segno, intrecciando russofobia e incultura, censura e divieti. Canfora ha richiamato il clima che ha portato all’esclusione di artisti e intellettuali russi, al blocco di riconoscimenti e alla decisione del Ministero di tagliare i fondi ai dottorandi di lingua russa. La censura di guerra, nel suo racconto, non è solo una questione simbolica: è un meccanismo che incide sulle vite, sui percorsi di studio, sulla produzione culturale.

Il cuore del confronto, sul palco, è arrivato subito. Angelo d’Orsi ha messo il punto con una frase che ha attraversato la sala come una lama: “Stanno applicando la censura di guerra ma non ci dicono che siamo in guerra”.

La risposta di Alessandro Barbero ha allargato il quadro storico: Oggi, ha spiegato, le guerre non hanno più bisogno di essere proclamate: “In genere le guerre, ormai, si fanno senza dichiararle”. Poi è arrivata una riflessione pronunciata quasi come una confessione, capace di attraversare la sala: “Mi viene sempre un brivido quando un capo di Stato dice ‘Siamo in guerra’, perché in realtà sta dicendo: ‘Possiamo adottare misure straordinarie e voi dovrete obbedire’”.

Da lì, Barbero ha messo a fuoco il paradosso contemporaneo: “In questo senso non è nemmeno del tutto vero che oggi non ce lo dicano: ce lo fanno capire, ce lo dicono sotto traccia, ci suggeriscono che siamo in guerra”. Ma senza mai assumersene fino in fondo la responsabilità politica e giuridica: “Non l’hanno dichiarata”. Una scelta che, ha ricordato lo storico, non è affatto casuale: “Dichiarare formalmente una guerra è passato di moda dopo il 1945. Oggi le guerre si combattono senza più proclamarle”.

La riflessione si è così spinta oltre il contesto immediato, mostrando come il linguaggio sia diventato uno strumento di governo e di controllo delle società: “Nessuno osa più dire apertamente ‘Questa è una guerra’. Però, quando conviene, lo si dice comunque al proprio popolo: ‘Siamo in guerra, abbiamo dei nemici, dobbiamo difenderci’”. La chiusura, affidata ad un’amara ironia, ha condensato l’intero ragionamento in una sola frase: “È una situazione perfetta, dal loro punto di vista”.

Subito dopo, il collegamento con Marco Travaglio ha incendiato il palazzetto. Ha esordito partendo da un dato concreto, osservando come la partecipazione fosse di gran lunga superiore a quella che si sarebbe avuta al Teatro Valdocco, a dimostrazione di quanto questa censura sia stata controproducente. E ha rilanciato: “Mi aspetto che la prossima volta ci sia lo stadio”.

Il direttore de il Fatto Quotidiano ha quindi messo il dito nella piaga con una domanda brutale: “Sono così stupidi da non rendersi conto di essere stupidi?”, per poi spostare il discorso su un piano più inquietante: “Oppure sono costretti alla censura? Io penso che siano soprattutto costretti alla censura”.

Travaglio ha inoltre ricostruito con dovizia di esempi quattro anni di narrazioni contraddittorie sulla guerra in Ucraina, mostrando come la propaganda abbia cambiato pelle più volte senza mai preoccuparsi della coerenza. Da un lato, ha ricordato, Vladimir Putin veniva descritto come un leader malato, con “tre o quattro cancri” e “i giorni contati”; dall’altro, la Russia veniva dipinta come una potenza militare inarrestabile, pronta a travolgere l’Europa. Un racconto schizofrenico che, secondo Travaglio, avrebbe dovuto far scattare il sospetto ben prima: eserciti allo sbando che combattevano “con le pale”, soldati senza calzini e microchip sottratti alle lavatrici, salvo poi trasformarsi improvvisamente in una minaccia tale da giustificare 800 miliardi di euro di riarmo europeo.

Un accumulo di narrazioni incompatibili, portate avanti contemporaneamente, pretendendo che l’opinione pubblica le accettasse senza ridere e senza fare domande. È in questo cortocircuito che, per Travaglio, si annida il vero scopo della censura: impedire che la realtà emerga nella sua evidenza, mentre si preparano scelte economiche e politiche pesantissime. Tagli al welfare, alla sanità, alla scuola, all’università, ha spiegato, diventano più digeribili se la popolazione viene tenuta in uno stato di emergenza permanente, distratta da droni avvistati, nemici ovunque e minacce sempre imminenti.

Da qui il passaggio cruciale: la censura non è un errore, ma uno strumento funzionale. Serve a “tenere ferma la popolazione”, mentre si spostano risorse pubbliche verso l’industria degli armamenti e si scoraggia qualsiasi forma di dissenso o di domanda scomoda. E quando la propaganda mostra le sue crepe, come nel caso delle sanzioni “micidiali” o delle presunte invasioni russe imminenti, invece di correggersi, si irrigidisce, moltiplicando i divieti e l’oscuramento delle voci critiche.

In questo quadro, il direttore de il Fatto Quotidiano ha legato il tema della guerra a quello, altrettanto delicato, della tenuta democratica dei governi europei, descritti come strutturalmente fragili, privi di consenso e appesi a un equilibrio sempre più precario. “Sono come lo yogurt, hanno una scadenza ravvicinata”, ha detto, spiegando come lo stato di emergenza e il clima di guerra diventino una forma di assicurazione politica: in guerra non si cambiano governi, non si mettono in discussione le scelte strategiche, non si vota davvero.

La conclusione è arrivata come una sintesi brutale dell’intero ragionamento. Il modello, secondo Travaglio, è già sotto gli occhi di tutti: “È la regola Netanyahu applicata all’Europa”.

Riprendendo il filo, Barbero ha riportato al centro il tema della russofobia: “La Russia per l’Occidente è da molto tempo un candidato ideale per fare il nemico”. Un mondo complesso, difficile da capire, perfetto da trasformare in caricatura. Poi il richiamo storico, la guerra di Crimea, l’odio verso la Russia ben precedente a Putin o al bolscevismo. E infine la provocazione storica che ha fatto sorridere e riflettere: “Quante volte abbiamo invaso noi la Russia? Quattro. Quante volte la Russia ha invaso noi? Mai”.

Il collegamento con Francesca Albanese ha spostato l’attenzione su Israele e Palestina, indicati come termometro dello stato di salute delle democrazie occidentali. Parlare di Palestina, ha sottolineato d’Orsi subito dopo l'intervento della giurista, è diventato quasi impossibile. E ha usato un’immagine tagliente citando Liliana Segre: “È come Padre Pio: non si può criticare”.

Nella parte finale, d’Orsi ha affrontato il tema più profondo: la storia ridotta a opinione. Ha difeso la necessità di distinguere il comunismo storico dalle sue istanze originarie, citando Norberto Bobbio e ricordando che, se il comunismo è fallito come sistema storico, “non per questo sono venute meno le istanze di giustizia, di liberazione”. E ha denunciato il modello mediatico che mette sullo stesso piano competenza e improvvisazione: Se non sai nulla devi tacere. Perché la storia non si inventa”.

Barbero ha chiuso tornando al ruolo dello storico, con una semplicità cercata e consapevole: “Io sono uno storico e credo che il compito dello storico sia in primo luogo di studiare la storia perché gli piace da matti”. Ma la funzione civile resta: “Un popolo che non conosce la storia è un popolo più debole”, così come una lezione fondamentale: “Qualunque cosa ti dicano, chiediti sempre: ‘Tu come fai a saperlo?’”.

Quando la serata si è conclusa, Torino non appariva più rassicurata, ma più lucida. Tra cancelli, controlli, dirette streaming e parole sorvegliate, prendeva forma una sensazione netta: oggi anche la cultura è chiamata a dimostrare di essere “sicura” prima ancora di poter essere ascoltata. In un tempo in cui, come ha ricordato Barbero, “le guerre si fanno senza dichiararle”, ieri sera Torino ha compiuto una scelta tanto semplice quanto radicale: tenere aperto lo spazio del pensiero.

Sul biglietto, un QR code



 

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