Cerca

Esteri

“Il tempo sta per scadere”: perché l’ultimatum di Trump all’Iran apre una nuova, pericolosa fase

Una “armada” in rotta verso il Golfo, l’ombra della guerra e un negoziato che nessuno vuole davvero chiudere: dentro le 72 ore che hanno rialzato la tensione tra Washington e Teheran

“Il tempo sta per scadere”: perché l’ultimatum di Trump all’Iran apre una nuova, pericolosa fase

“Il tempo sta per scadere”: perché l’ultimatum di Trump all’Iran apre una nuova, pericolosa fase

C’è una frase che rimbalza dagli schermi di Truth Social alle cancellerie mediorientali come un colpo di tamburo: “Time is running out”. Il 26-28 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump scandisce l’ultimatum: l’Iran torni al tavolo per un accordo “equo” e “senza armi nucleari”, altrimenti l’America è pronta a colpire “più duramente” di quanto già fatto a giugno. Sul mare, intanto, una “massive armada” – una flotta guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln – si muove “con potenza, entusiasmo e determinazione”. A Teheran la risposta è immediata: “Ogni attacco sarà considerato l’inizio di una guerra” e la reazione sarà “senza precedenti”. La miccia è accesa.

L’ultimatum e la “armada”: che cosa cambia davvero

Nel suo post, il presidente Trump lega il ritorno al negoziato a un monito militare: se l’Iran non accetterà un’intesa che garantisca “nessuna arma nucleare”, gli Stati Uniti sono pronti a un nuovo attacco, “più devastante” dell’operazione di giugno 2025 – la cosiddetta “Operazione Midnight Hammer” – condotta insieme a Israele contro tre siti chiave del programma nucleare iraniano: Fordow, Natanz e Isfahan. Nelle stesse ore, la Casa Bianca lascia filtrare che la flotta diretta nell’area sarebbe “più grande di quella inviata in Venezuela” alcuni anni fa, ed è “pronta a compiere la sua missione con rapidità e violenza, se necessario”. Il segnale è chiaro: ritorno alla pressione massima, con leva militare e temporale.

Dall’altra parte, Teheran compone un doppio registro: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce di essere “pronto a un accordo nucleare equo, su basi di reciprocità e senza coercizioni”, ma aggiunge che le forze armate sono “con il dito sul grilletto”. Messaggio rafforzato dal consigliere della Guida Suprema Ali Shamkhani: “Qualsiasi azione militare da parte degli Stati Uniti […] sarà considerata l’inizio di una guerra, e la risposta sarà totale e senza precedenti, colpendo il cuore di Tel Aviv.”

La cornice che non si può ignorare: il dopo-giugno e il programma nucleare

Da giugno 2025, quando gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente al fianco di Israele, il programma nucleare iraniano è in una zona grigia. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ha confermato che i siti di Fordow, Natanz e Isfahan sono stati colpiti, descrivendo danni “significativi”, soprattutto alle strutture di conversione dell’uranio a Isfahan e ai tunnel d’accesso. Allo stesso tempo, la stessa IAEA e valutazioni d’intelligence statunitensi hanno suggerito che le infrastrutture critiche potrebbero essere riattivabili “in mesi”, e che una parte dell’uranio ad alto arricchimento sarebbe stata spostata prima dei bombardamenti. La narrativa del “programma obliterato” appare dunque, quanto meno, ottimistica.

Sul piano delle ispezioni, l’Iran ha alternato aperture e chiusure: dopo una ripresa parziale dell’accesso dei tecnici, Teheran ha limitato visite e report “speciali” nei siti colpiti, con la conseguenza che l’IAEA ha ammesso di aver “perso continuità di conoscenza” su parte dei materiali precedentemente dichiarati. Un dettaglio tecnico che diventa politico: senza tracciabilità, ogni stima su scorte, capacità e tempi di breakout è necessariamente più incerta.

Il tempo come arma politica

Dopo aver promesso più volte decisioni “entro due settimane” nel giugno scorso, Trump torna alla carica con un countdown che punta a stringere Teheran e rassicurare i falchi interni: l’idea che “il tempo stia per scadere” è essa stessa uno strumento di pressione. In pubblico, il presidente rivendica la volontà di un accordo; in parallelo, ordina il rafforzamento militare nel Golfo. A Washington, inoltre, viene rimarcato come eventuali scelte militari restino “non definitive”, segno che la leva del dubbio – e della sorpresa – fa parte della strategia. Già a giugno 2025, la Casa Bianca aveva “comprato tempo” tra spinte contrapposte, dal fronte interventista ai sostenitori di una linea più negoziale. Oggi quello schema riemerge: massimizzare la pressione, senza chiudere (ancora) la porta al canale diplomatico.

Le reazioni regionali: partner cauti e diplomazia di sbarramento

Il rinnovato rischio di escalation mette in allerta le capitali del Golfo. Tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti prevale un messaggio: no all’uso del proprio spazio aereo per operazioni offensive contro l’Iran; meglio un’azione di contenimento e mediazione, dove Qatar, Egitto e Turchia provano a fare da ponte. In queste ore, Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan hanno moltiplicato i contatti con Araghchi, mentre le monarchie del Golfo avvertono delle “conseguenze per la stabilità regionale” di un nuovo conflitto. L’armada americana, insomma, naviga tra alleati prudenti.

Washington, tra pressione e deterrenza: la voce di Rubio

Nel discorso pubblico americano, una linea è stata marcata dal segretario di Stato Marco Rubio, che davanti alla Commissione Esteri del Senato ha definito il regime iraniano “probabilmente più debole che mai”, pur riconoscendo che missili e UAV iraniani minacciano circa 30.000 militari statunitensi schierati nella regione. L’obiettivo dichiarato di Washington è duplice: dissuadere Teheran da nuove mosse e indurla al tavolo, facendo leva su isolamento, sanzioni e superiorità militare sul campo. Ma la stessa ammissione dei rischi – razzi e droni a corto raggio, saturazione difensiva, vulnerabilità delle basi – spiega perché la “minaccia credibile” conviva con l’ansia di controllo dell’escalation.

La variabile interna iraniana: proteste, repressione, numeri incerti

C’è poi il fattore che ha riallineato la narrativa della Casa Bianca: la repressione delle proteste in Iran. Dati indipendenti parlano di migliaia di vittime dall’inizio delle manifestazioni, scatenate dal collasso economico e dal crollo della valuta. Stime di attivisti e organismi per i diritti umani – pur difficili da verificare per via dei blackout digitali – indicano oltre 6.000 morti accertati, con picchi di violenza registrati a inizio gennaio 2026. Per Trump, in precedenza, due “linee rosse” erano state la strage di manifestanti pacifici e le esecuzioni di massa dei detenuti; oggi la priorità torna sul dossier nucleare, ma il tema dei diritti rimane nella cornice, anche come giustificazione morale di nuove pressioni. Prudenza, però, sui numeri: le cifre ufficiali di Teheran sono assai più basse, e il quadro resta contestato.

Che cosa vuole davvero Washington

  1. Obiettivo esplicito: un accordo che azzeri l’orizzonte delle armi nucleari iraniane, con limiti all’arricchimento dell’uranio, riapertura completa alle ispezioni IAEA e controllo del dossier missilistico e delle reti di proxy regionali. È una piattaforma più ampia del vecchio JCPOA, dunque più difficile da digerire per Teheran.
  2. Strumenti: pressione militare (la flotta in movimento), pressione diplomatica (mediazioni terze), pressione economica (sanzioni e minacce di dazi secondari).
  3. Vincoli: la riluttanza dei partner regionali a farsi piattaforma di un attacco, il rischio di una risposta asimmetrica iraniana contro basi e interessi statunitensi, l’incertezza tecnica sul reale arretramento del programma nucleare dopo i raid del 2025.

Che cosa è disposto a concedere Teheran

La narrativa ufficiale iraniana ribadisce tre cardini:

  1. diritto all’uso “pacifico” del nucleare;
  2. rifiuto di trattative “sotto minaccia”;
  3. disponibilità a un dialogo “basato sul rispetto reciproco”.In controluce, Teheran cerca di guadagnare tempo – anche per riorganizzare capacità e catene logistiche colpite dai raid – e di dividere il fronte occidentale, contando sulle cautele dei partner arabi e sull’ansia di Washington di evitare un conflitto prolungato.

Cosa sappiamo (e cosa no) sui siti colpiti

  1. A Isfahan, dove sono situate le strutture di conversione, i danni a edifici e ingressi dei tunnel sono “significativi”. Questo colpisce la capacità di trasformare il “yellowcake” in UF6, il gas alimentante le centrifughe.
  2. A Natanz, il sito pilota in superficie è stato distrutto, mentre sull’impianto sotterraneo pesano soprattutto i danni alle alimentazioni elettriche; l’entità dei guasti alle centrifughe resta oggetto di valutazioni divergenti.
  3. A Fordow, scavato nella roccia, la protezione naturale ha attenuato gli effetti diretti: qui le stime oscillano tra “nessun danno visibile” e “danni limitati” non facilmente verificabili.

La conclusione di medio periodo delle fonti occidentali più caute è che i colpi del 2025 abbiano “ritardato di mesi, non di anni” il progresso iraniano. Non un azzeramento, dunque, ma un decremento temporaneo della capacità. È un punto cruciale per capire la logica dell’ultimatum: se il rallentamento non è strutturale, la finestra per forzare la mano al negoziato si restringe davvero.

La deterrenza funziona ancora?

Il linguaggio di Teheran sul “colpire Tel Aviv” e la disponibilità a rispondere “immediatamente” è coerente con la dottrina della deterrenza asimmetrica: all’armada si oppone la minaccia di saturare lo spazio aereo con droni e missili a corto raggio, colpendo basi e interessi americani nella regione. Gli Stati Uniti, da parte loro, marcano la superiorità tecnologica e la prontezza d’impiego. Il risultato è una partita di nervi. Se la deterrenza regge, c’è spazio per l’off-ramp diplomatico; se salta, l’innesco potrebbe essere anche un incidente tattico. Rischio calcolato, ma pur sempre rischio.

Le tre domande che contano

  1. Quale “accordo” è realisticamente sul tavolo?La piattaforma americana – niente arricchimento oltre soglie minime, ripristino pieno delle ispezioni, limiti sul missilistico e sul sostegno a proxy – è molto più ampia del JCPOA e investe la postura regionale iraniana. Per Teheran, accettarla significherebbe ridefinire la propria dottrina di sicurezza. Non impossibile, ma improbabile senza robuste contropartite su sanzioni, garanzie di non aggressione e graduale normalizzazione economica.
  2. Quanto ha inciso davvero il raid del 2025?Dalle fonti IAEA e da analisi d’intelligence risulta un danno sostanziale ma non definitivo. La capacità di ricostruzione – o di delocalizzazione – è l’incognita. Se la rete industriale iraniana riuscirà a rimettere in moto le catene di centrifugazione e conversione, la leva del tempo diventa meno favorevole a Washington.
  3. Il fronte regionale reggerà?L’Arabia Saudita e gli EAU hanno alzato una diga contro l’uso dei loro cieli. Qatar, Egitto e Turchia chiedono de-escalation. Se la coalizione degli esitanti si consolidasse, la finestra per un’azione militare statunitense “a basso costo” si restringerebbe; crescerebbe il peso della deterrenza e dell’azione indiretta (sanzioni, cyber, interdizioni).

Un possibile sentiero di uscita

Sotto traccia, emissari e canali di messaggistica – dai contatti di Araghchi alle triangolazioni via Ankara e Doha – lavorano su un pacchetto minimo: congelamento dell’arricchimento oltre soglie concordate, ripresa verificabile delle ispezioni IAEA nei siti colpiti, moratoria su nuovi test missilistici e progressivo alleggerimento di alcune sanzioni secondarie. Non è un “grande accordo”, ma un “cessate il fuoco nucleare” per allontanare lo spettro della guerra e riaprire lo spazio negoziale. Perché funzioni, però, serve una coreografia credibile: meno retorica sulla “distruzione totale” e più trasparenza tecnica, oltre a un meccanismo di verifica che impedisca ad entrambe le parti di rivendicare vittorie di propaganda.

Che cosa aspettarsi nelle prossime settimane

  1. Movimento navale e prove di forza continueranno. La USS Abraham Lincoln resterà la “scena mobile” della crisi. Ogni transito o esercitazione congiunta sarà un segnale calibrato a Teheran e agli alleati.
  2. La retorica resterà alta. Da Washington, nuove scadenze e richiami al “fare l’accordo” sono probabili; da Teheran, avvertimenti e posture di pronti all’uso.
  3. L’IAEA proverà a riacquisire “continuità di conoscenza” sulle scorte. Se gli ispettori torneranno nei siti colpiti, sarà un indizio di distensione. Se resteranno fuori, aumenterà l’opacità e con essa il rischio.
  4. La diplomazia di corridoio – Turchia, Qatar, Egitto, monarchie del Golfo – è l’ago della bilancia: più canali paralleli significa più opzioni di de-escalation.

Perché questa volta è diverso

Il fattore distintivo è l’intreccio tra tre pressioni simultanee:

  1. una pressione militare che esibisce prontezza operativa (l’armada e i corridoi aerei da negoziare);
  2. una pressione diplomatica multilivello (partner regionali riluttanti, ruolo della IAEA come arbitro tecnico);
  3. una pressione interna all’Iran, dove la combinazione di crisi economica e repressione lascia ferite profonde e alimenta polarizzazioni.

In questo mosaico, il concetto chiave è la “gestione del rischio”. Ogni mossa è pensata per ridurre l’autonomia dell’avversario senza precipitare nel baratro. Ma gli spazi di errore sono stretti: basta un drone fuori rotta, un lancio mal interpretato o un blackout di comunicazione per trasformare la coercizione in collisione.

L’ultimatum di Trump non è solo un messaggio all’Iran: è un banco di prova per la capacità degli Stati Uniti di imporre un’agenda nucleare più ampia del JCPOA, in un Medio Oriente dove gli alleati chiave preferiscono l’argine alla tempesta. Le parole pesano – “il tempo sta per scadere”, “attacco peggiore” – e la flotta conta. Ma a fare la differenza, ancora una volta, saranno i dettagli: la tracciabilità dell’uranio, l’accesso degli ispettori, l’uso o meno dello spazio aereo dei partner, la reale portata dello “smantellamento” chiesto a Teheran. Finché questi tasselli non troveranno un incastro verificabile, la crisi resterà sospesa tra diplomazia armata e guerra evitata per un soffio.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori