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29 Gennaio 2026 - 01:09
“Il tempo sta per scadere”: perché l’ultimatum di Trump all’Iran apre una nuova, pericolosa fase
C’è una frase che rimbalza dagli schermi di Truth Social alle cancellerie mediorientali come un colpo di tamburo: “Time is running out”. Il 26-28 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump scandisce l’ultimatum: l’Iran torni al tavolo per un accordo “equo” e “senza armi nucleari”, altrimenti l’America è pronta a colpire “più duramente” di quanto già fatto a giugno. Sul mare, intanto, una “massive armada” – una flotta guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln – si muove “con potenza, entusiasmo e determinazione”. A Teheran la risposta è immediata: “Ogni attacco sarà considerato l’inizio di una guerra” e la reazione sarà “senza precedenti”. La miccia è accesa.
Nel suo post, il presidente Trump lega il ritorno al negoziato a un monito militare: se l’Iran non accetterà un’intesa che garantisca “nessuna arma nucleare”, gli Stati Uniti sono pronti a un nuovo attacco, “più devastante” dell’operazione di giugno 2025 – la cosiddetta “Operazione Midnight Hammer” – condotta insieme a Israele contro tre siti chiave del programma nucleare iraniano: Fordow, Natanz e Isfahan. Nelle stesse ore, la Casa Bianca lascia filtrare che la flotta diretta nell’area sarebbe “più grande di quella inviata in Venezuela” alcuni anni fa, ed è “pronta a compiere la sua missione con rapidità e violenza, se necessario”. Il segnale è chiaro: ritorno alla pressione massima, con leva militare e temporale.
US President, Donald Trump, has warned Iran that time is running out to negotiate a deal on its nuclear programme.
— Nationwide90FM (@NationwideRadio) January 29, 2026
It follows the steady build-up of US military forces in the Gulf.
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Dall’altra parte, Teheran compone un doppio registro: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce di essere “pronto a un accordo nucleare equo, su basi di reciprocità e senza coercizioni”, ma aggiunge che le forze armate sono “con il dito sul grilletto”. Messaggio rafforzato dal consigliere della Guida Suprema Ali Shamkhani: “Qualsiasi azione militare da parte degli Stati Uniti […] sarà considerata l’inizio di una guerra, e la risposta sarà totale e senza precedenti, colpendo il cuore di Tel Aviv.”
Da giugno 2025, quando gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente al fianco di Israele, il programma nucleare iraniano è in una zona grigia. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ha confermato che i siti di Fordow, Natanz e Isfahan sono stati colpiti, descrivendo danni “significativi”, soprattutto alle strutture di conversione dell’uranio a Isfahan e ai tunnel d’accesso. Allo stesso tempo, la stessa IAEA e valutazioni d’intelligence statunitensi hanno suggerito che le infrastrutture critiche potrebbero essere riattivabili “in mesi”, e che una parte dell’uranio ad alto arricchimento sarebbe stata spostata prima dei bombardamenti. La narrativa del “programma obliterato” appare dunque, quanto meno, ottimistica.
Sul piano delle ispezioni, l’Iran ha alternato aperture e chiusure: dopo una ripresa parziale dell’accesso dei tecnici, Teheran ha limitato visite e report “speciali” nei siti colpiti, con la conseguenza che l’IAEA ha ammesso di aver “perso continuità di conoscenza” su parte dei materiali precedentemente dichiarati. Un dettaglio tecnico che diventa politico: senza tracciabilità, ogni stima su scorte, capacità e tempi di breakout è necessariamente più incerta.
Dopo aver promesso più volte decisioni “entro due settimane” nel giugno scorso, Trump torna alla carica con un countdown che punta a stringere Teheran e rassicurare i falchi interni: l’idea che “il tempo stia per scadere” è essa stessa uno strumento di pressione. In pubblico, il presidente rivendica la volontà di un accordo; in parallelo, ordina il rafforzamento militare nel Golfo. A Washington, inoltre, viene rimarcato come eventuali scelte militari restino “non definitive”, segno che la leva del dubbio – e della sorpresa – fa parte della strategia. Già a giugno 2025, la Casa Bianca aveva “comprato tempo” tra spinte contrapposte, dal fronte interventista ai sostenitori di una linea più negoziale. Oggi quello schema riemerge: massimizzare la pressione, senza chiudere (ancora) la porta al canale diplomatico.
Il rinnovato rischio di escalation mette in allerta le capitali del Golfo. Tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti prevale un messaggio: no all’uso del proprio spazio aereo per operazioni offensive contro l’Iran; meglio un’azione di contenimento e mediazione, dove Qatar, Egitto e Turchia provano a fare da ponte. In queste ore, Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan hanno moltiplicato i contatti con Araghchi, mentre le monarchie del Golfo avvertono delle “conseguenze per la stabilità regionale” di un nuovo conflitto. L’armada americana, insomma, naviga tra alleati prudenti.
Nel discorso pubblico americano, una linea è stata marcata dal segretario di Stato Marco Rubio, che davanti alla Commissione Esteri del Senato ha definito il regime iraniano “probabilmente più debole che mai”, pur riconoscendo che missili e UAV iraniani minacciano circa 30.000 militari statunitensi schierati nella regione. L’obiettivo dichiarato di Washington è duplice: dissuadere Teheran da nuove mosse e indurla al tavolo, facendo leva su isolamento, sanzioni e superiorità militare sul campo. Ma la stessa ammissione dei rischi – razzi e droni a corto raggio, saturazione difensiva, vulnerabilità delle basi – spiega perché la “minaccia credibile” conviva con l’ansia di controllo dell’escalation.
C’è poi il fattore che ha riallineato la narrativa della Casa Bianca: la repressione delle proteste in Iran. Dati indipendenti parlano di migliaia di vittime dall’inizio delle manifestazioni, scatenate dal collasso economico e dal crollo della valuta. Stime di attivisti e organismi per i diritti umani – pur difficili da verificare per via dei blackout digitali – indicano oltre 6.000 morti accertati, con picchi di violenza registrati a inizio gennaio 2026. Per Trump, in precedenza, due “linee rosse” erano state la strage di manifestanti pacifici e le esecuzioni di massa dei detenuti; oggi la priorità torna sul dossier nucleare, ma il tema dei diritti rimane nella cornice, anche come giustificazione morale di nuove pressioni. Prudenza, però, sui numeri: le cifre ufficiali di Teheran sono assai più basse, e il quadro resta contestato.
La narrativa ufficiale iraniana ribadisce tre cardini:
La conclusione di medio periodo delle fonti occidentali più caute è che i colpi del 2025 abbiano “ritardato di mesi, non di anni” il progresso iraniano. Non un azzeramento, dunque, ma un decremento temporaneo della capacità. È un punto cruciale per capire la logica dell’ultimatum: se il rallentamento non è strutturale, la finestra per forzare la mano al negoziato si restringe davvero.
Il linguaggio di Teheran sul “colpire Tel Aviv” e la disponibilità a rispondere “immediatamente” è coerente con la dottrina della deterrenza asimmetrica: all’armada si oppone la minaccia di saturare lo spazio aereo con droni e missili a corto raggio, colpendo basi e interessi americani nella regione. Gli Stati Uniti, da parte loro, marcano la superiorità tecnologica e la prontezza d’impiego. Il risultato è una partita di nervi. Se la deterrenza regge, c’è spazio per l’off-ramp diplomatico; se salta, l’innesco potrebbe essere anche un incidente tattico. Rischio calcolato, ma pur sempre rischio.
Sotto traccia, emissari e canali di messaggistica – dai contatti di Araghchi alle triangolazioni via Ankara e Doha – lavorano su un pacchetto minimo: congelamento dell’arricchimento oltre soglie concordate, ripresa verificabile delle ispezioni IAEA nei siti colpiti, moratoria su nuovi test missilistici e progressivo alleggerimento di alcune sanzioni secondarie. Non è un “grande accordo”, ma un “cessate il fuoco nucleare” per allontanare lo spettro della guerra e riaprire lo spazio negoziale. Perché funzioni, però, serve una coreografia credibile: meno retorica sulla “distruzione totale” e più trasparenza tecnica, oltre a un meccanismo di verifica che impedisca ad entrambe le parti di rivendicare vittorie di propaganda.
Il fattore distintivo è l’intreccio tra tre pressioni simultanee:
In questo mosaico, il concetto chiave è la “gestione del rischio”. Ogni mossa è pensata per ridurre l’autonomia dell’avversario senza precipitare nel baratro. Ma gli spazi di errore sono stretti: basta un drone fuori rotta, un lancio mal interpretato o un blackout di comunicazione per trasformare la coercizione in collisione.
L’ultimatum di Trump non è solo un messaggio all’Iran: è un banco di prova per la capacità degli Stati Uniti di imporre un’agenda nucleare più ampia del JCPOA, in un Medio Oriente dove gli alleati chiave preferiscono l’argine alla tempesta. Le parole pesano – “il tempo sta per scadere”, “attacco peggiore” – e la flotta conta. Ma a fare la differenza, ancora una volta, saranno i dettagli: la tracciabilità dell’uranio, l’accesso degli ispettori, l’uso o meno dello spazio aereo dei partner, la reale portata dello “smantellamento” chiesto a Teheran. Finché questi tasselli non troveranno un incastro verificabile, la crisi resterà sospesa tra diplomazia armata e guerra evitata per un soffio.
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