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Lo Stiletto di Clio
28 Gennaio 2026 - 15:53
Il colonnello americano Charles Poletti fu a Settimo Torinese nel 1946, prima del referendum costituzionale
Ottant’anni fa, nel maggio 1946, l’Italia era ancora una monarchia. Vittorio Emanuele III, il sovrano compromessosi col regime fascista, non regnava più, avendo trasferito i poteri al figlio Umberto, nominato luogotenente generale del Regno. Presieduto dal trentino Alcide De Gasperi, il governo era composto dai rappresentanti dei sei partiti politici antifascisti che avevano animato la Resistenza (Democrazia cristiana, Partito d’azione, Partito liberale, Partito comunista, Partito socialista di unità proletaria e Partito democratico del lavoro). Ma non esisteva alcun Parlamento: al suo posto funzionava una Consulta nazionale, priva di poteri legislativi.

A Sparone la monarchia s'impose con l'80,5 per cento dei consensi

La scheda per il referendum costituzionale del 2 giugno 1946
Poi vennero le prime elezioni politiche del dopoguerra, quelle del 2-3 giugno 1946, alle quali presero parte anche le donne. Oltre alla scheda per scegliere i deputati dell’Assemblea costituente, a cui sarebbe toccato il compito di redigere la carta costituzionale della nuova Italia, gli elettori ricevettero una seconda scheda che consentiva di optare per la forma monarchica o repubblicana dello Stato. I risultati di quel referendum sono noti. La Repubblica prevalse con un margine di vantaggio non elevato: il 54 per cento dei voti validi, contro il 46 per cento che andò alla Monarchia.
A ottant’anni di distanza è curioso osservare come nella storia di un modesto centro di provincia qual era Settimo Torinese si ritrovino tutti gli elementi che caratterizzarono il clima politico nazionale in quel periodo di grandi scelte. Anche a Settimo, l’esistenza quotidiana era dura e stentata, ma la gente guardava al futuro con speranza, tornando ad assaporare il gusto della partecipazione alla vita democratica. E se scarseggiavano i generi di prima necessità, era radicato il convincimento che l’Italia si sarebbe presto risollevata dalle macerie del conflitto.
Un succedersi incalzante di avvenimenti segnò i mesi tra la fine della guerra e il referendum del 2 giugno ’46. I settimesi ebbero modo d’incontrare personaggi illustri della vita politica italiana, cominciando da Palmiro Togliatti, il segretario generale del Partito comunista, che fece sosta in paese il 23 maggio 1945. Venne a Settimo anche il popolarissimo colonnello americano Charles Poletti. Sul suo conto circolavano strane voci: si diceva, ad esempio, che avesse facilitato lo sbarco degli Alleati in Sicilia, grazie a contatti con ambienti mafiosi dell’isola. La sinistra lo accusava di preparare la restaurazione monarchica, ma agli occhi dei più appariva come una sorta di alfiere degli Stati Uniti, il simbolo di un mondo libero e seducente dove progresso, benessere e democrazia costituivano un trinomio inscindibile.
Pur serrato e passionale, il confronto tra le forze politiche locali fu sostanzialmente corretto, senza violenze, nel rispetto delle regole democratiche. I settimesi si espressero in modo nettissimo a favore della Repubblica (65 per cento dei suffragi a fronte di un 35 per cento circa per la Monarchia). Non andò diversamente a Brandizzo, Caselle e Ciriè. Il divario fu minore a Chivasso (55 contro 45 per cento), Lanzo (51 a 49), Crescentino (57 a 43) e San Mauro (61 a 39). La monarchia s’impose a Casalborgone (53 contro 47 per cento), Leinì (57 a 43), Rivalba (64 a 36), Rivarolo (60 a 40), Rondissone (52 a 48), Brusasco-Cavagnolo (52 a 48) e Castagneto Po (54 a 46). Di misura vinse a Caluso(50,16 contro 49,84) e Volpiano (50,06 contro 49,94). A Pont Canavese, la Repubblica si affermò col 73 per cento dei voti, a Sparone con l’80,5 per cento. Il miglior risultato lo ottenne a Lugnacco (95 per cento).
Il 13 giugno 1946 Umberto II lasciò l’Italia alla volta del Portogallo; il 25 giugno si riunì l’Assemblea costituentepresieduta da Giuseppe Saragat. La Repubblica italiana muoveva i primi passi. Parlando alla radio, il 14 giugno, Alcide De Gasperi disse:
«Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una Repubblica di tutti [...], una democrazia equilibrata nei suoi poteri, fondata sul lavoro, ma giusta verso le classi sociali, riformatrice ma non sopraffattrice, e soprattutto rispettosa della libertà della persona, dei comuni e delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo dinnanzi a noi, la salita è faticosa. Diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto, perché altrimenti, senza questo sforzo comune, non riusciremo».
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