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28 Gennaio 2026 - 06:04
Francia verso il divieto dei social agli under 15: la sfida che può riscrivere le regole del digitale in Europa
Una campanella suona a fine lezione. In un liceo della periferia nord di Parigi, un’insegnante raccoglie gli smartphone in una scatola trasparente. Sui banchi, lo sguardo dei ragazzi è rivolto altrove: niente notifiche, nessuno scroll. Potrebbe essere l’istantanea della Francia che verrà, se il Parlamento confermerà la linea dura contro i social. Con una maggioranza netta nell’Assemblea nazionale — 130 voti favorevoli e 21 contrari — i deputati hanno approvato in prima lettura un testo che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni, affiancato da un divieto degli smartphone nei licei: un combinato disposto che punta a ridurre l’“iperconnessione” adolescenziale e i suoi effetti sulla salute mentale. Il provvedimento passa ora al Senato per l’esame definitivo, con l’obiettivo dichiarato di farlo entrare in vigore già dall’1 settembre 2026 per i nuovi account e completare l’adeguamento entro il 1 gennaio 2027. Se approvato in via definitiva, la Francia diventerebbe il secondo paese al mondo — dopo l’Australia — a introdurre un limite d’età legale per l’uso dei social su scala nazionale.
Il nocciolo del provvedimento è una formula semplice e ambiziosa: l’“accesso a un servizio di rete sociale online è vietato ai minori di 15 anni”. Non si entra nel dettaglio delle singole piattaforme — scelta che evita una lista “a inseguimento” e un contenzioso infinito — ma si disegna un criterio generale riferito alla categoria di servizio. Restano esclusi, per come scritto oggi, “enciclopedie online” e piattaforme educative o scientifiche senza scopo di lucro. Sono inoltre esplicitamente fuori campo le messaggerie private interpersonali (come WhatsApp nella sua funzione di chat), anche se il legislatore si riserva di intervenire sulle funzionalità “social” dentro le app di messaggistica qualora si trasformassero, di fatto, in social network mascherati.

Il testo è firmato dalla deputata Laure Miller del gruppo presidenziale Renaissance, fortemente sponsorizzato dal presidente Emmanuel Macron e dal capogruppo Gabriel Attal. L’obiettivo politico è netto: fare della Francia il primo laboratorio europeo di una stretta strutturale sulla “addiction digitale” dei più giovani, superando la frammentazione delle regole interne alle piattaforme e la scarsa efficacia degli attuali meccanismi di parental consent.
Il limite dei 15 anni non è un numero pescato a caso. In Francia, dal 2018, la cosiddetta “majorité numérique” fissa a 15 anni la soglia oltre la quale un minore può prestare da solo il proprio consenso al trattamento dei dati personali nei servizi online. Sotto quella soglia, il consenso deve essere co-firmato da un genitore o tutore. In pratica, si tratta di un recepimento nazionale della finestra prevista dal RGPD (che consente ai Paesi UE di scegliere tra 13 e 16 anni). Il nuovo disegno di legge fa un salto: non si limita ai dati personali, ma introduce un vero e proprio divieto di accesso ai servizi social per gli under 15, con la conseguente necessità di verifica dell’età per tutti gli utenti che aprono — o mantengono — un account.
Sul piano sanitario, l’urgenza è stata corroborata dall’ultimo rapporto dell’ANSES (l’agenzia francese di sicurezza sanitaria), che dopo un lavoro di cinque anni evidenzia effetti “numerosi” e “documentati” dell’uso intensivo dei social su sonno, ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare e autolesionismo, con un impatto più accentuato sulle ragazze. Per l’ANSES, la risposta più efficace è “agire alla fonte”: garantire che i minori accedano solo a “social progettati e parametrizzati per proteggere la salute”, intervenendo anche su algoritmi, interfacce manipolative e amplificazione di contenuti dannosi.
Queste date sono ambiziose, ma coerenti con la corsa del governo a imprimere un cambio di fase già nel medio periodo. Per la vita quotidiana significherà che un tredicenne non potrà aprire un nuovo profilo su TikTok, Instagram o Snapchat dopo settembre 2026, e che gli account già esistenti dovranno essere disattivati o “convertiti” secondo le nuove regole entro la fine del 2026.
La Francia non è sola. L’Australia ha approvato la sua legge nel novembre 2024, facendola entrare in vigore il 10 dicembre 2025: vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni, obbligo di age verification per tutti e sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani per chi non si adegua. Dopo Canberra, diversi Paesi hanno avviato percorsi analoghi o stretto i tempi di riflessione, dalla Danimarca (con un piano per vietare ai minori di 15 anni entro il 2026) alla Malesia (blocco under 16 dal 1 gennaio 2026), fino al dibattito negli Stati Uniti, dove alcuni Stati — come la Florida — hanno già normato con soglie e permessi parentali. In Europa, la Francia punta a diventare il primo caso di divieto generalizzato su scala nazionale, aprendo la strada a un eventuale standard comune nell’Unione.
Una delle questioni più delicate è il rapporto con il Digital Services Act (DSA), la normativa europea che disciplina gli obblighi delle piattaforme. Il Consiglio di Stato francese ha avvertito che uno Stato membro non può imporre unilateralmente “nuove obbligazioni” alle piattaforme oltre il quadro UE. Per evitare l’impasse, il testo ha riformulato la norma: non dice “le piattaforme devono vietare”, ma “è vietato ai minori l’accesso”. In questo modo, l’effetto rimane (le piattaforme dovranno impedire l’iscrizione), ma l’obbligo giuridico diretto grava sul cittadino; la vigilanza e le sanzioni verso i grandi servizi digitali restano nel perimetro europeo, con la Commissione chiamata a intervenire sui VLOP (Very Large Online Platforms). È una soluzione ingegnosa, ma non priva di rischi legali: diversi giuristi, ascoltati dalla stampa francese, ne sottolineano la fragilità potenziale e i possibili contenziosi sull’effettività delle misure.
La questione tecnica è tanto importante quanto la norma. La verifica dell’età deve essere:
Le strade tecniche sul tavolo includono:
L’esperienza australiana e le consultazioni avviate dalla CNIL mostrano che non esiste un “silver bullet”: la certificazione degli schemi è cruciale, così come la distruzione dei dati sensibili dopo l’esito della verifica e meccanismi di audit indipendenti. La Francia sembra orientata a un mix: un framework nazionale di attestazione dell’età, compatibile con le architetture europee, e l’uso dei poteri del DSA contro le piattaforme riluttanti.
Il fronte favorevole, che unisce maggioranza presidenziale, una larga parte del centro-destra e segmenti della sinistra riformista, insiste sui dati sanitari, sul legame fra iperconnessione, cyberbullismo e salute mentale, e sulla responsabilità di imporre un limite sociale chiaro. “Il cervello dei nostri figli non è in vendita — né alle piattaforme americane né agli algoritmi cinesi”, ha scandito Emmanuel Macron, sintetizzando una linea anche geopolitica: ridurre la dipendenza culturale e cognitiva da grandi piattaforme extraeuropee.
Le critiche non mancano. Dalla France Insoumise a ricercatori e associazioni per i diritti digitali, si parla di “paternalismo digitale” e di rischio di esclusione: chi già vive isolamento o fragilità potrebbe perdere uno spazio di socialità e accesso a risorse utili. Altri interrogativi: il divieto incentiverà pratiche clandestine (nuovi profili, età falsificate, piattaforme “ombra”)? La “cintura” tecnologica sarà davvero a prova di scappatoie? E ancora: fino a che punto è legittimo impedire l’uso di strumenti di espressione e informazione a una fascia d’età che inizia a prendere parte al discorso pubblico?
La sfida, qui, è di accompagnamento: linee guida chiare per i genitori, strumenti semplici e universali, e un investimento in educazione digitale che non si limiti alla proibizione, ma costruisca competenze critiche.
Poiché le grandi piattaforme — TikTok, Instagram, Snapchat, YouTube, X — rientrano nel perimetro dei “servizi di piattaforma di dimensioni molto grandi” del DSA, la Commissione europea manterrà il ruolo centrale nell’eventuale sanzionamento per inadempienze sistemiche (incluse le violazioni sull’accesso dei minori). Sul fronte nazionale, l’esecutivo punta a introdurre obblighi di risultato: o impedisci l’accesso under 15 o scattano provvedimenti proporzionati (che possono includere ordini di conformità, limitazioni temporanee di funzionalità, fino alle multe amministrative nei binari concessi dal diritto UE).
L’esperienza australiana suggerisce che il “deterrente” funziona se è credibile: là, le multe possono arrivare a decine di milioni di euro equivalenti e l’eSafety Commissioner ha poteri incisivi. La Francia dovrà coordinarsi strettamente con Bruxelles per evitare conflitti di competenza e per contare sull’effetto rete europeo: un modello di verifica dell’età interoperabile e riconosciuto in più Paesi vale più di mille diffide nazionali.
Se la Francia arriverà al traguardo, sarà difficile per gli altri Paesi europei restare alla finestra. L’idea — già evocata più volte da Emmanuel Macron — di una “maggioranza digitale europea a 15 anni” tornerebbe al centro dell’agenda comunitaria, con la possibilità di trasformare l’attuale patchwork RGPD (13–16 anni) in uno standard comune per l’accesso ai social. Per l’Italia, dove il tema è esploso soprattutto attorno al contrasto del cyberbullismo e all’accesso ai contenuti pornografici da parte dei minori, la traiettoria francese offre un benchmark concreto: non solo spostare l’asticella normativa, ma costruire le infrastrutture (tecniche e culturali) che rendono gli standard effettivi e costituzionalmente solidi.
Il voto dell’Assemblea nazionale francese è una svolta. Non tanto — o non solo — per il divieto in sé, quanto per la visione che incarna: riportare il tempo e l’attenzione dei giovanissimi dentro soglie compatibili con il loro sviluppo, e costringere i giganti del web a misurarsi con responsabilità vere, verificabili e sanzionabili. La riuscita dipenderà dalla precisione tecnica (come si verifica l’età?), dalla copertura europea (come si sanziona chi non si adegua?) e dal coinvolgimento sociale (come si accompagnano famiglie e scuole?). Se questi tre assi terranno insieme, il “modello Francia” potrà davvero diventare un nuovo standard europeo; se salteranno, resterà un divieto simbolico e facilmente aggirabile. La differenza la faranno i dettagli — e la capacità di trasformare una norma in ecosistema.
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