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28 Gennaio 2026 - 00:52
Kobane, città senz’ombra: l’assedio che spegne acqua, luce e voce di una comunità
La notte a Kobane non è più buia: è muta. Le sirene hanno ceduto il posto al ronzio costante dei generatori che non partono, alle connessioni che non si agganciano, al vuoto che resta quando l’elettricità, l’acqua e la rete spariscono insieme. Nella città curda della Siria del nord, assediata da giorni dall’esercito siriano, le luci spente raccontano più di molti comunicati: gli ospedali tirano a campare a intermittenza, i panifici chiudono per mancanza di farina o di carburante, le famiglie affollano aule scolastiche senza porte né finestre per scaldarsi a coperte condivise. È qui che una nuova ondata di sfollati ha cercato riparo, mentre i colpi d’artiglieria martellano la periferia e una tregua fragile viene invocata, annunciata, violata, ripetuta. A fotografare il quadro – con voci dal terreno e dati incrociati – sono analisi indipendenti e aggiornamenti delle Nazioni Unite.
Secondo quando sta emergendo l’offensiva delle forze governative ha stretto Kobane in una morsa logistica: acqua, elettricità e internet risultano interrotti, mentre il carburante è diventato un bene rarissimo. Il racconto di residenti come Saif al-Din Qadir, Msallem Nabo e Sonia Ibrahim compone il mosaico di una vita sospesa: panifici al collasso, scorte alimentari al lumicino, comunicazioni quasi impossibili. Sullo sfondo, il timore – dichiarato da attivisti e osservatori – di violenze contro i civili curdi se i combattimenti dovessero riprendere con intensità.
In parallelo, fonti umanitarie e media internazionali convergono su un dettaglio chiave: alla crisi dei servizi si è sommata l’ondata di freddo che ha investito la regione, aggravando il prezzo umano dei tagli energetici. La Mezzaluna Rossa Curda segnala la morte di almeno quattro-cinque bambini negli ultimi giorni per ipotermia e mancanza di carburante e medicine, un bilancio che alcuni media locali e regionali stimano essere salito fino a sei. Le cifre variano a seconda delle fonti, ma il tratto comune è lo stesso: il freddo uccide quando i servizi si spengono.
A spezzare – almeno in parte – l’isolamento è stata la notizia dell’ingresso a Kobane di un convoglio umanitario delle Nazioni Unite: 24 camion carichi di “aiuti salva-vita”, inclusi carburante, pane, razioni pronte, forniture sanitarie, materiali per l’inverno e kit per bambini. È il primo passaggio di questo genere da quando sono riesplose le ostilità; i mezzi sono entrati la sera del 25 gennaio 2026 e hanno scaricato per poi uscire dal perimetro urbano. Secondo l’OCHA e il portavoce Stéphane Dujarric, nel carico erano compresi anche due autobotti di diesel destinate alla stazione idrica di Karakoi, per tentare di ripristinare almeno in parte l’approvvigionamento idrico. Un respiro, non la guarigione.
Gli aiuti sono arrivati in coda a un cessate il fuoco rinnovato per 15 giorni, frutto di un negoziato precario tra Damasco e le Forze Democratiche Siriane (SDF): una finestra di relativa calma subito messa alla prova da accuse reciproche di violazioni. La tregua – sostengono fonti ONU e media regionali – è stata anche funzionale a un’operazione parallela: il trasferimento verso l’Iraq di circa 7.000 detenuti legati all’ISIS che si trovavano in carceri dell’area. Un nodo di sicurezza sensibile, che intreccia interessi locali e pressioni internazionali.
Kobanê’de halk kent ve köylerini savunuyor | Foto Galeri#DefendRojava #RojavaUnderAttackhttps://t.co/fw8BBrxzwx
— Yeni Yaşam (@yeniyasamnews1) January 27, 2026
Mentre in città si contano razioni e gradi sottozero, i media statali siriani e diversi organi di stampa regionali hanno annunciato l’apertura di due corridoi umanitari: uno nei pressi del villaggio di Tal Dawud lungo l’asse Raqqa–Hasakah, l’altro vicino a Nour Ali, all’innesto tra M4 e lo snodo per Ayn al-Arab. L’Operazione Comando dell’Esercito Siriano ha presentato i corridoi come vie per facilitare l’ingresso degli aiuti e l’evacuazione dei casi vulnerabili. Sul terreno, tuttavia, il loro utilizzo è apparso discontinuo e legato al continuo tira e molla del cessate il fuoco.
Dal versante curdo, la percezione resta opposta: più che un varco, un cappio allentato a intermittenza. A raccontarlo non sono soltanto gli operatori locali, ma anche reportage e analisi indipendenti che segnalano una città “piena oltre soglia” di sfollati dalle campagne e da altre aree del Nord-Est siriano, con famiglie costrette a dormire in automobili, scuole, negozi svuotati.
La distanza fra i due registri non è solo semantica: determina ciò che entra o non entra in città, chi può muoversi, come vengono interpretate le violazioni della tregua, a chi attribuire i colpi d’artiglieria o i droni. In questo quadro, gli analisti sottolineano che la paura curda è “esistenziale”, sedimentata da esperienze traumatiche – dall’assedio dell’ISIS (2014–2015) alla campagna di Afrin (2018) – e acuita dagli eventi di gennaio 2026.
Kobane sta su una linea dove ogni chilometro pesa: confine turco a nord, Eufrate a ovest, Aleppo a 130 km circa. Una geografia che ha fatto della città un simbolo e, allo stesso tempo, un bersaglio infrastrutturale. Precedenti campagne militari nella regione – in particolare i raid turchi tra 2023 e 2024 – hanno mostrato quanto sia vulnerabile la rete di centrali elettriche, serbatoi d’acqua, stazioni di pompaggio: colpirle significa mettere in ginocchio interi distretti. Negli ultimi giorni, i blackout a Kobane si sono sovrapposti a questa fragilità strutturale, moltiplicandone gli effetti.
Il cessate il fuoco esteso di 15 giorni è l’ultimo tassello di un percorso. Dopo i colloqui falliti di inizio gennaio 2026 sull’integrazione delle SDF nelle forze statali, si è giunti a un’intesa rinnovata il 18 gennaio: previsione di incorporare i miliziani “come individui” nelle strutture dell’esercito e della polizia, in cambio di garanzie sulla rappresentanza e sulla sicurezza nelle aree a maggioranza curda. È su questo crinale che scorrono sia il destino di Kobane sia l’architettura di sicurezza del Nord-Est. Ma gli scambi di accuse su droni e colpi alle porte della città mostrano quanto sia sottile il filo.
La finestra di quindici giorni è stata legata – secondo fonti ONU e regionali – anche alla gestione dei detenuti ISIS: lo spostamento di circa 7.000 su 9.000 presunti affiliati verso strutture in Iraq, per ridurre il rischio di evasioni in caso di ripresa dei combattimenti. Una misura che intreccia la sicurezza transfrontaliera e il dilemma, irrisolto, della giustizia per i crimini del Califfato.
Al netto della congiuntura, la crisi di Kobane illumina un difetto più profondo: la guerra alle infrastrutture come strategia di pressione. Lo si è visto negli anni recenti in tutto il Nord-Est siriano, dove colpire centrali, dighe, oleodotti, stazioni idriche e reti di telecomunicazione produce impatti civili immediati e duraturi. La città curda – per la sua posizione e il suo valore simbolico – è l’epicentro di un fenomeno che si ripete in forme diverse lungo la linea del fronte. Gli aiuti possono attenuare gli effetti, ma non sostituiscono la protezione delle reti vitali, che resta un obbligo sotto diritto internazionale umanitario.
Oggi Kobane vive nell’ombra, ma non fuori dal mondo. La trasparenza sulle operazioni militari, l’accesso umanitario regolare e verificabile, il rispetto dei civili come linea rossa per tutti gli attori: sono i tre interruttori che possono riaccendere – passo dopo passo – la vita della città. In assenza di questi presìdi, ogni cessate il fuoco è una pausa fra due blackout. E ogni oggetto di uso quotidiano – una lampadina, un rubinetto, un telefono – diventa il barometro impietoso della distanza tra diplomazia e realtà.
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