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Ombre su Torino
28 Gennaio 2026 - 05:05
Un’anatra di vetro e il sangue sotto il letto: il delitto di Franca Anselmino
C’è un uomo che corre.
Urla, piange, si mette le mani tra i capelli, bestemmia.
La gente che lo vede per strada tenta di fermarlo, di capire cos’abbia, di farlo ragionare ma quell’uomo è inarrestabile, come se fosse posseduto da energie che non pensava neanche di avere.
Arrivato in via Rossini, scende dal marciapiede e si mette in mezzo ai binari, esattamente nel momento in cui un tram sta arrivando nel senso opposto di marcia. I freni del mezzo stridono, il conducente suona furiosamente il clacson e la tragedia viene evitata soltanto grazie all’intervento di un passante che lo solleva di peso e lo salva.
Dalla sua bocca esce un’unica frase, sempre la stessa, come una nenia ripetuta all’infinto: “E’ morta. Mi uccido, non posso più vivere”.
Per scoprire a cosa faccia riferimento, è necessario entrare nell’abitazione dalla quale è uscito Walter Pressenda correndo come un pazzo.
È un pied-à-terre in via Gaudenzio Ferrari 2, di fronte alla Mole: una perfetta cartolina di Torino. Ha la porta d’ingresso scassinata e ad averla forzata è stato proprio Pressenda con un cacciavite. Lo ha fatto dopo aver cercato la ex moglie sul posto di lavoro, alla sua osteria preferita e negli altri posti che frequenta normalmente senza trovarla. Ha provato a bussare e, non ricevendo risposta, ha deciso di fare da sé.
Una volta arrivato in camera da letto l’ha vista subito: a terra, sotto il letto, c’è il cadavere di Franca Anselmino, 25 anni. Qualcuno gli ha spaccato la testa e ha lasciato l’arma del delitto, un’anatra di vetro di Murano azzurra, insanguinata di fianco al corpo seminudo.
È morta 5 giorni prima, l’11 gennaio 1969, ma nessuno, nel palazzo, si è accorto di niente.
Interrogato dalla polizia, Walter racconta di aver sposato Franca nel 1966. Si è innamorato perdutamente di quella bellissima bionda e, per qualche mese, sono stati anche felici ma poi si sono lasciati a causa del lavoro della ragazza.
La Anselmino si prostituisce, portandosi i clienti nel piccolo appartamento dove l’hanno ammazzata. L’ex coniuge riferisce che la giovane aveva una cagnetta che probabilmente è scappata e, soprattutto, che conosce l’attuale compagno di vita della vittima.
Lo aveva incontrato l’ottobre precedente mentre tentava, per l’ennesima volta, di ricucire il rapporto con l’amata sposa ed era finita malissimo: il rivale, Marco Piazzo, lo aveva malmenato e mandato all’ospedale dove rimase 20 giorni.
Violento e prevaricatore, Piazzo stava insieme a Franca anche prima che convolasse a nozze e con lei ha avuto Manuela, una bambina di 5 anni affidata a una balia praticamente subito dopo essere nata.
Ricercato immediatamente, viene trovato all’albergo Castello, in via Verolengo 208.
Gli inquirenti lo sottopongono a una serie fittissima di domande alle quali l’uomo risponde negando ogni addebito. Non vede Franca da qualche giorno e non ha idea di chi possa aver commesso il delitto, suggerendo, tuttavia, di indagare Pressenda.
Il suo castello di bugie crolla quando, mentre è ancora sotto torchio, un’agente entra nella stanza riferendo al suo superiore che hanno trovato Lilla, il volpino bianco della morta. Era stata portata al canile di via Germagnano da un signore molto nervoso che il guardiano della struttura, dopo che gli viene mostrata una foto, riconosce subito: è Marco Piazzo.
Messo spalle al muro, l’accusato confessa.
Il 10 gennaio era andato a ballare con Franca in un locale in via Rivara dove, durante la serata, aveva visto la donna flirtare con un altro, probabilmente dopo aver bevuto un bicchiere di troppo.
“Abbiamo iniziato a litigare al locale e poi, a casa, abbiamo continuato tutta la notte. A un certo punto Franca mi ha detto che Manuela non era mia figlia e che ero un vecchio bavoso. Mi ha sputato in faccia ed è a quel punto che ho perso la testa. L’ho colpita in testa con la prima cosa che ho trovato ma non volevo ucciderla. Poi però ha iniziato a urlare e ho avuto paura che i vicini la sentissero e allora le ho messo un cuscino in faccia con una mano e con l’altra l’ho strozzata”.
Questa è la versione che Piazzo ripete anche in tribunale, nell’aprile 1970, dove viene condannato a 30 anni per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
La sentenza parlerà di un assassinio stupido e brutale, perpetrato da “un barbaro che uccide solo per affermare il suo diritto di proprietà non di una cosa ma di una donna”.
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