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27 Gennaio 2026 - 14:39
Migliaia di miniature, vent’anni di lavoro: il presepe che racconta i paesi di una volta all'Abbazia di Vezzolano (VIDEO)
Il presepe di Anna Rosa Nicola non si conta. Non si misura. Non si esaurisce in una cifra. Si attraversa. Oggi occupa 72 metri quadrati negli spazi dell’Abbazia di Vezzolano, ma dentro ogni metro quadrato c’è un mondo che si moltiplica: migliaia di miniature, scene, gesti, frammenti di vita che raccontano molto più di una Natività. Raccontano una comunità.
Anna Rosa Nicola è restauratrice di mestiere. Il presepe, dice, è nato come un hobby, ritagliato “nei pochi minuti che ho a disposizione”. Vent’anni fa, quasi per caso, per animare l’oratorio di Aramengo. Da allora non si è più fermata. Perché quel lavoro paziente, quasi ostinato, è diventato un modo di stare nel mondo. Una cosa che mi dà una grande gioia, racconta. E si vede.
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Le figure sono realizzate con la ceroplastica, con l’aceroplastica, con materiali di recupero che normalmente finiscono nella spazzatura. Oggetti buttati via che diventano botteghe, utensili, corpi, volti, pezzi di memoria. Nulla è seriale, nulla è ripetuto. Ogni personaggio ha una postura diversa, un’espressione distinta, un gesto riconoscibile. È un presepe che non guarda solo al sacro, ma al quotidiano. Anzi: è soprattutto questo.
Perché quello di Anna Rosa Nicola, più che un presepe, è un villaggio. Un borgo che cresce attorno alla capanna. All’inizio c’era una separazione netta: da una parte la povertà, dall’altra la ricchezza. Una scelta voluta, quasi didascalica. Oggi, con l’espansione dell’opera, quei confini si toccano, si mescolano. Come nella vita reale. Come nei paesi veri.
L’ispirazione arriva dalla gente. Da chi guarda, da chi si ferma, da chi racconta. Soprattutto dagli anziani, che davanti a quelle scene riconoscono mestieri scomparsi, abitudini cancellate, dettagli che non esistono più. Mi raccontano delle cose che sono passate, dice. E da quei racconti nascono nuove scene. Il presepe diventa così etnografico, uno strumento per tramandare la memoria dei paesi di una volta, senza nostalgia finta, senza folklore da cartolina.
I numeri, anche qui, dicono qualcosa ma non spiegano tutto. Dal 7 dicembre, data di apertura, i visitatori hanno già superato quota 16.225, battendo il record dell’anno precedente. Un flusso continuo, reso possibile dal lavoro dei volontari della Cabalesta, dalle associazioni del territorio e dalla Direzione regionale Musei Piemonte. Il presepe resterà visitabile fino al 1° febbraio, il venerdì, sabato e domenica, dalle 10 alle 17.
Ma Vezzolano non è un punto d’arrivo. È una tappa. Dal 2023 Anna Rosa Nicola e suo marito hanno dato vita alla Fondazione Ara, con un obiettivo chiaro: creare ad Aramengo una sede permanente per il presepe e per gli altri lavori dell’artista. Un progetto ambizioso, su tre piani espositivi, con sale didattiche, laboratorio, spazi per i ragazzi, una piccola caffetteria. Un vero polo museale, non una semplice esposizione.
I tempi non sono immediati. L’orizzonte è Natale 2027, quando dovrebbe essere pronta una prima parte del restauro del locale ipogeo che ospiterà il presepe. Serviranno fondi, energie, sostegno. Da soli non ce la possiamo fare, ammette. Ma l’idea è chiara: trasformare un lavoro nato per caso in un luogo stabile di cultura, artigianato e memoria condivisa.
E forse è proprio questo il senso più profondo del presepe di Anna Rosa Nicola: dimostrare che anche ciò che nasce ai margini, nei ritagli di tempo, può diventare patrimonio collettivo, se trova lo spazio giusto per essere visto, capito e custodito.
L’Abbazia di Santa Maria di Vezzolano non è solo una cornice prestigiosa. È parte integrante dell’esperienza. Chi arriva quassù, sulle colline tra Albugnano e il Monferrato, capisce subito che questo luogo non si presta a eventi qualunque. Vezzolano impone rispetto, silenzio, tempo lento. E proprio per questo è uno spazio ideale per accogliere un’opera che vive di dettagli e attenzione.
Fondata probabilmente tra l’XI e il XII secolo, l’abbazia è uno degli esempi più significativi di architettura romanica-gotica in Piemonte. La facciata, sobria e potente, introduce a un complesso che nei secoli ha attraversato trasformazioni, abbandoni e rinascite. Al suo interno convivono stratificazioni storiche diverse, come se il tempo avesse deciso di fermarsi senza cancellare nulla.

L'Abbazia di Vezzolano
Uno degli elementi più affascinanti è il jubé, la struttura che separa l’area dei fedeli dal presbiterio, decorata con un ciclo pittorico trecentesco di straordinaria intensità. È una rarità nel panorama italiano, un segno di come Vezzolano fosse un luogo centrale, non marginale, nella geografia religiosa e culturale medievale. Qui l’arte non serviva solo a decorare, ma a raccontare, a istruire, a costruire senso.
Nel corso dei secoli l’abbazia ha conosciuto periodi di declino, soprattutto dopo la soppressione degli ordini religiosi. Ma proprio questa storia accidentata ha contribuito a preservarne l’autenticità. Vezzolano non è mai diventata un monumento addomesticato. È rimasta ruvida, vera, attraversata dal tempo. Oggi è gestita dalla Direzione regionale Musei Piemonte, che ne cura la tutela e la valorizzazione, aprendola a eventi culturali selezionati, coerenti con la sua identità.
Ospitare il presepe di Anna Rosa Nicola significa mettere in dialogo due forme di memoria: quella monumentale, fatta di pietra, affreschi e architettura, e quella popolare, costruita con materiali poveri, gesti quotidiani, scene di vita comune. Non è un contrasto, ma una continuità. Entrambe raccontano comunità, lavoro, fede, relazioni. Entrambe chiedono allo spettatore di fermarsi, osservare, riconoscere.
La Foresteria dell’abbazia, dove è allestito il presepe, svolge da secoli una funzione di accoglienza. Un luogo pensato per il passaggio, per l’incontro. In questo senso, il presepe non invade Vezzolano: la abita. E restituisce al complesso una dimensione viva, contemporanea, senza snaturarlo.
Vezzolano non è solo uno sfondo suggestivo per una visita natalizia. È un luogo che continua a interrogare il presente, proprio perché custodisce il passato senza imbalsamarlo. Ed è forse questa la ragione per cui il presepe di Anna Rosa Nicola, qui, trova una collocazione naturale. Due storie diverse che parlano la stessa lingua: quella della memoria che resiste.



Scene di vita quotidiana nel presepe di Anna Rosa Nicola
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