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26 Gennaio 2026 - 21:48
Agricoltori in rivolta al Lingotto: seimila in piazza contro cibi stranieri senza regole
Seimila agricoltori arrivati da Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, un colpo d’occhio che al Lingotto Fiere non passa inosservato. Trattori lasciati fuori, bandiere gialle in sala e un messaggio che Coldiretti decide di scandire senza giri di parole: basta concorrenza sleale, basta prodotti che arrivano dall’estero aggirando regole, controlli e divieti che invece valgono – e pesano – sulle spalle degli agricoltori italiani.
La mobilitazione, annunciata come il primo passo di una nuova fase di iniziative su scala nazionale, parte da Torino e mette subito sul tavolo il nodo centrale: le importazioni agroalimentari dai Paesi extra Ue. Carni congelate trattate con ormoni vietati in Europa, riso coltivato con pesticidi banditi da anni, alimenti che entrano nel mercato comunitario sfruttando maglie doganali larghe e controlli considerati insufficienti. Una distorsione che, secondo Coldiretti, non mette a rischio solo il reddito degli agricoltori, ma anche la sicurezza alimentare e la trasparenza verso i consumatori.





A rendere plastico il messaggio, in sala vengono allestite due tavole simboliche: da una parte i cibi definiti “pericolosi”, dall’altra le eccellenze del Made in Italy. Un confronto visivo che diventa anche politico. Sul palco, insieme ai vertici nazionali, i presidenti regionali e provinciali, in una dimostrazione di compattezza che l’organizzazione rivendica come punto di forza.
Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti, non usa mezzi termini: «Non si può continuare a usare il codice doganale come strumento opaco. Vogliamo un’origine chiara e trasparente che permetta ai cittadini di sapere davvero cosa portano in tavola». E rilancia la battaglia contro gli accordi di libero scambio, accusati di aprire il mercato a prodotti che non rispettano gli stessi standard europei in materia di sicurezza, ambiente e diritti del lavoro. «Pretendiamo che le stesse regole valgano per tutti, indipendentemente dal Paese di origine», ribadisce.
Accanto a lui il segretario generale Vincenzo Gesmundo, i presidenti regionali Cristina Brizzolari per il Piemonte, Gianluca Boeri per la Liguria, Alessia Gontier per la Valle d’Aosta, e il delegato confederale Bruno Rivarossa, insieme ai vertici delle federazioni piemontesi. Una presenza corale che sottolinea come il tema non sia circoscritto a una singola filiera, ma attraversi tutto il sistema agricolo.
I numeri citati durante l’assemblea spiegano il motivo della tensione. Nel solo Piemonte, il valore delle importazioni agroalimentari dai Paesi extra Ue ha raggiunto nel 2024 i 2,8 miliardi di euro. E nei primi nove mesi del 2025 l’incremento è stato del 30%. Dati che, secondo Coldiretti, fotografano una crescita che rischia di schiacciare le produzioni locali se non accompagnata da controlli stringenti e dal principio di reciprocità.
Proprio su questo punto insiste Cristina Brizzolari, ricordando che la mobilitazione non nasce oggi. «Ripartiamo dal Piemonte, dal 15 dicembre scorso, quando sotto il grattacielo della Regione abbiamo dato vita a una prima grande iniziativa», spiega. Un percorso che, rivendica Coldiretti, ha già prodotto risultati concreti: circa 60 milioni di euro ottenuti dalla Regione Piemonte a sostegno del comparto agricolo.
Ma l’assemblea del Lingotto guarda anche avanti. «Non siamo qui per fare passerelle», chiarisce Brizzolari, «ma per costruire un filo diretto con i nostri soci, raccontare cosa facciamo e soprattutto quali risultati portiamo a casa». Gli obiettivi messi in fila sono chiari: più reddito per gli agricoltori, attenzione alle nuove generazioni e un passaggio generazionale solido. Su quest’ultimo fronte, la Regione ha già stanziato 3 milioni di euro aggiuntivi, destinati a favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura.
Al centro del dibattito anche il tema degli investimenti e dell’ammodernamento delle aziende agricole, chiamate a confrontarsi con modelli sempre più avanzati, le cosiddette aziende “5.0”, capaci di coniugare tecnologia, sostenibilità e competitività internazionale. Un passaggio considerato cruciale per evitare che le campagne si svuotino e che il settore perda attrattività per le nuove generazioni.
Non meno importante la tutela e la valorizzazione delle produzioni piemontesi: dai pascoli alla carne piemontese, dal vino al riso, fino al racconto del territorio e della cultura del prodotto. Un patrimonio che, secondo Coldiretti, va difeso non solo sul piano economico ma anche narrativo, perché il Made in Italy non è solo un marchio, ma una filiera fatta di regole, controlli e identità.
Da qui la richiesta politica più forte: aumentare i controlli alle frontiere e applicare davvero il principio di reciprocità. «Gli stessi standard europei di sicurezza e sostenibilità devono valere per tutti», insiste Brizzolari, rilanciando anche una proposta simbolicamente pesante: assegnare all’Italia, e in particolare a Roma, la sede dell’Authority doganale europea, per rafforzare il ruolo del Paese nella tutela del mercato agroalimentare.
La giornata torinese si articola infine in focus dedicati alle principali filiere – vino, zootecnia, riso e cereali – affidati ai referenti territoriali. Un lavoro di dettaglio che accompagna la mobilitazione di piazza e che, nelle intenzioni di Coldiretti, dovrà tradursi in proposte concrete da portare ai tavoli istituzionali.
«È una mobilitazione partecipata», conclude Brizzolari, «con oltre 6.000 agricoltori presenti perché ci credono». Un segnale che l’organizzazione legge come la conferma di un rapporto diretto e concreto tra vertici e associati. Insomma, dal Lingotto parte un messaggio che va oltre Torino: l’agricoltura italiana chiede regole uguali per tutti, controlli veri e un futuro che non passi per la svendita silenziosa delle sue eccellenze.
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