Mahmood ha scelto un contesto lontano dai palchi tradizionali per presentare “Moët”, il suo nuovo brano inedito: una sfilata a Parigi firmata dallo stilista Willy Chavarria. Un debutto che non è passato inosservato. Il cantante milanese, due volte vincitore del Festival di Sanremo, ha eseguito il pezzo in una sorta di video in presa diretta, accompagnato da un corpo di ballo, trasformando la passerella in uno spazio narrativo e musicale. “Moët” entrerà a far parte del prossimo album di Mahmood, di cui al momento non è stata resa nota la data di uscita.
Il brano si muove tra sonorità mediorientali e atmosfere urbane, un terreno già esplorato dall’artista in passato e che continua a definire la sua identità musicale. Ancora una volta Mahmood conferma la sua capacità di fondere la lingua italiana con suoni globali, costruendo un racconto che alterna immagini crude, frammenti di quotidianità e una forte tensione emotiva.
Nel testo di “Moët” l’ascoltatore viene catapultato fin dai primi versi in un incontro casuale e straniante, che si trasforma subito in fuga e alienazione:
«Mi viene a salutare. Salam alaikum la posso aiutare?
Mi chiede dov’è il centro commerciale.
Gli rispondo “Non lo so”, lui mi guarda strano, preso male.
Mi metto a correre come se fossi stato beccato a rubare.
Chiamo gli amici, non vanno le cuffie, non ho manco da fumare.»
La città diventa uno spazio ostile, popolato da voci aggressive e incomprensioni, come nella scena con la donna e il cane:
«Una bitch davanti col cane mi grida
“Che cazzi guardi”, le dico che non ho sbatti
ed essere trattato come un malato mentale”.»
Il titolo “Moët” richiama lo champagne e uno status simbolico, che nel brano viene però svuotato di glamour e contrapposto a un vuoto emotivo dichiarato:
«Fino all’alba senza di me.
Con te Moet e neanche una lacrima.»
Nel testo emergono anche ricordi familiari e una dimensione intima che mescola amore, desiderio e disincanto. La relazione raccontata è fisica, intensa, ma destinata a non compiersi davvero:
«Confessavo il mio amore.
Quando tu mi dicesti siediti
Sotto quest’albero dentro alle tasche due condom
e poi sull’altare tolgo la giacca, mi sputi in bocca,
ora che restiamo qua accendila.»
E ancora, il passato che riaffiora attraverso uno sguardo alterato, tra memoria e consapevolezza della fine:
«Sulla montagna la canna mi sale,
io rivedo mia madre e mio padre, torno di là,
non vedi che qua più parli d’amore più andiamo a puttane,
dai, non qui, non restarci male così,
lo sai non avremo dei cani, dammi un bacio prima di partire.»
Il significato di “Moët” si costruisce così su più livelli. C’è l’alienazione urbana, la fuga improvvisa, l’amore che resta sospeso e mai risolto, ma anche il contrasto continuo tra ciò che appare e ciò che manca davvero. Il lusso evocato dal titolo non consola, non salva, non fa versare lacrime. Resta solo una notte che scorre fino all’alba, senza promesse.
Con questa anteprima parigina, Mahmood lancia un segnale chiaro sul percorso del suo prossimo progetto discografico: un lavoro che sembra destinato a esplorare ancora una volta identità, radici e fragilità, senza rinunciare alla sperimentazione sonora e a una scrittura viscerale.