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Allarme truffa al Carnevale di Ivrea. E scoppia il caos...

Dalla nota “importante” contro gli spazi pubblicitari non ufficiali al polverone sui social: nel mirino finisce un editore e, senza volerlo, anche una squadra di arancieri. Il Carnevale popolare scopre il gusto dell’esclusiva

Allarme truffa al Carnevale di Ivrea. E scoppia il caos

Allarme truffa al Carnevale di Ivrea. E scoppia il caos

C’è un Carnevale che da secoli invade le strade di Ivrea, ribalta i ruoli, sfida il potere a colpi di arance e fa della libertà il suo tratto distintivo. E poi c’è il Carnevale del 2026 del presidente Alberto Alma, che scopre improvvisamente il valore supremo dell’esclusiva, dell’autorizzazione preventiva e della pubblicità sotto controllo.

Succede così che la Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea diffonda una nota “importante”, invitando commercianti e professionisti a prestare attenzione: “qualcuno, là fuori, osa proporre spazi pubblicitari legati al Carnevale senza essere passato dal canale ufficiale”. Un allarme lanciato con toni quasi da emergenza, come se tra un’arancia e un carro fosse comparsa una nuova, temibile minaccia.

Il messaggio è chiaro: “la Fondazione siamo noi, le sponsorizzazioni pure, la pubblicità anche”. Tutto il resto è, per definizione, “non autorizzato”.

raccolta pubblicitaria

Peccato che, grattando appena la superficie, non si parli di truffatori improvvisati o di misteriosi emissari porta a porta. Il “caso” riguarderebbe in realtà - ma non ne siamo certi -  un editore che avrebbe pubblicato uno speciale sullo Storico Carnevale di Ivrea. Un prodotto editoriale. Carta stampata. Pubblicità venduta come avviene da sempre in qualunque giornale.  Considerando che di editori che lo fanno, ce ne sono, storicamente, più di uno, la cosa più che sorridere fa ridere e basta...

E qui la domanda diventa inevitabile: da quando raccontare il Carnevale richiede il timbro della Fondazione?
Da quando per pubblicare uno speciale serve una sorta di lasciapassare carnevalesco?

La confusione – voluta o meno – tra sponsorizzazioni ufficiali dell’evento e normale attività editoriale ha fatto il resto. Il risultato? Un messaggio ambiguo che, più che informare, mette in allarme. E soprattutto mette pressione su chi fa impresa, su chi investe in pubblicità, su chi non ha nessuna voglia di ritrovarsi coinvolto in una polemica.

Alberto Alma

Alberto Alma

Come prevedibile, la miccia ha attecchito subito. La notizia, ripresa da un quotidiano online, ha iniziato a rimbalzare sui social, dove in poche ore si è trasformata in un vero e proprio polverone. E qui entra in scena l’ennesimo paradosso: una squadra di aranceri, improvvisamente protagonista suo malgrado della vicenda per via di una fotografia utilizzata a corredo della notizia.

Gli aranceri se ne accorgono e pongono una domanda tanto semplice quanto legittima: perché è stata usata una nostra foto? Con quale autorizzazione? E soprattutto: perché finire dentro una polemica che non ci riguarda?

A questo punto il cortocircuito è completo.

Sui social, ovviamente, la questione non passa inosservata. Anzi. C’è chi ironizza, chi difende gli arancieri e chi, con una certa malizia, osserva che questa storia sta facendo più rumore di una battaglia delle arance ben riuscita.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nota che doveva “fare chiarezza” ha prodotto l’effetto opposto, proprio perchè non era abbastanza chiara. Ha acceso un dibattito, ha coinvolto un editore, ha messo in mezzo una squadra di arancieri e ha trasformato una questione amministrativa in un caso pubblico.

E allora a questo punto il problema è la Fondazione. E' il suo presidente Alberto Alma. Faccia i nomi se li conosce. Dica esattamente chi, dove, quando e perchè. E' un editore? E' un squadra? E un'associazione? Chi?

Sia chiaro: la Fondazione ha tutto il diritto di tutelare marchio e logo ma quando il confine tra tutela e controllo si fa così sottile, il rischio è di trasformare lo Storico Carnevale in una commedia da “guerra dei poveri”, dove a finire sotto tiro non sono le arance, ma il buon senso. E quello non risulta soggetto ad autorizzazione.

Alla cassa...

C’è una cosa che mette tutti in disaccordo, molto più delle arance e della tradizione: la pubblicità.
Appena si pronuncia la parola, il Carnevale smette di essere una festa e diventa un confine. Con tanto di dogana.

Fino a un attimo prima si parlava di popolo, storia, identità collettiva. Un attimo dopo si parla di chi è autorizzato, chi no, e soprattutto di chi passa dal canale giusto. Il Carnevale resta quello di sempre, ma improvvisamente scopre di avere una cassa. E, soprattutto, di doverla presidiare.

La pubblicità ha questo potere miracoloso: rende serissime anche le cose più allegre. Nessuno si preoccupa troppo di chi lancia arance, di chi occupa strade, di chi trasforma Ivrea in un campo di battaglia rituale. Ma guai a toccare la raccolta pubblicitaria. Lì scatta l’allarme. Lì si diventa improvvisamente rigorosi.

È curioso, perché la pubblicità non è mai stata il fulcro del Carnevale. È sempre stata una conseguenza. Un contorno. Qualcosa che arrivava dopo la festa. Oggi, invece, sembra esserne diventata il centro di gravità: ciò che va tutelato e regolato con grande zelo.

Forse c’entra anche il momento. La crisi economica morde, le risorse scarseggiano, e quando i soldi sono pochi l’attenzione aumenta. Capita così che qualcuno passi alla cassa prima degli altri. E che questo, improvvisamente, diventi un problema.

Il Carnevale continuerà, come sempre. Le arance voleranno, la città farà festa.
La battaglia pure. Ma a qualcuno resterà il dubbio che, tra un’arancia e l’altra, la vera gara non fosse in piazza.

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