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25 Gennaio 2026 - 08:15
Takaichi accelera: Tokyo al voto in 16 giorni. Perché il Giappone si gioca molto più di un’elezione lampo
La scena è quella codificata dal rituale politico nipponico: nell’aula della Dieta, al suono della proclamazione di scioglimento, i deputati si alzano e intonano tre volte “banzai”. Questa volta, però, a colpire non è la cerimonia, ma il cronometro: tra lo scioglimento della Camera dei Rappresentanti annunciato da Sanae Takaichi il 23 gennaio 2026 e le urne dell’8 febbraio passeranno appena 16 giorni. Una finestra strettissima che stringe la campagna ufficiale in 12 giorni (dal 27 gennaio), e che batte perfino i 17 giorni del 2021: una corsa elettorale con ogni probabilità la più rapida del dopoguerra. Il motivo? Sfruttare un consenso personale attorno al 70%, trasformandolo in seggi e stabilità, mentre il Paese fa i conti con inflazione, yen debole e un nuovo centro politico che prova a rimescolare la partita.
Con un atto che in Giappone spetta al premier, Takaichi ha sciolto la Camera bassa (465 seggi) e fissato le elezioni generali per l’8 febbraio. La decisione, formalizzata con la lettura della comunicazione da parte dello speaker e accompagnata dal tradizionale triplice “banzai”, apre la strada a una campagna lampo. La premier, insediata a ottobre come prima donna a guidare il governo, cerca un mandato popolare pieno per “una svolta di politica maggiore” su fisco, crescita e sicurezza. L’azzardo temporale rinvia però il varo del bilancio: un documento da 122,3 trilioni di yen (circa 770 miliardi di dollari) che dovrebbe finanziare misure anti-inflazione e sostegno ai redditi dal 1° aprile 2026.
Dietro il calcolo c’è un dato politico: la popolarità personale della premier — attorno al 70% nei sondaggi — supera di gran lunga quella del suo partito, il Partito Liberal Democratico (LDP), scossa da scandali di finanziamento e dalla rottura con l’ex alleato storico Komeito. Takaichi punta dunque a mettere il proprio volto in cima alla scheda e capitalizzare una luna di miele che potrebbe non durare.
Il quadro delle alleanze è cambiato in profondità. Nell’ottobre 2025, Komeito ha lasciato — dopo 26 anni — la coalizione con LDP, invocando più rigore sulla trasparenza dei fondi politici. La maggioranza che sostiene Takaichi poggia ora su un’intesa con il Japan Innovation Party (JIP, o Nippon Ishin no Kai), formazione liberal-conservatrice nata a Osaka, con cui l’esecutivo dispone di una maggioranza risicata alla Camera dei Rappresentanti e resta minoranza alla Camera dei Consiglieri. È una base fragile, che spiega la ricerca di un mandato allargato.
Sul fronte opposto, l’asse dell’opposizione si è ricomposto al centro: Komeito e il Partito Costituzionale Democratico (CDP) hanno annunciato la nascita dell’Alleanza Riformista Centrista (CRA), un contenitore che si propone di intercettare l’elettorato moderato, promettendo rigore etico e pragmatismo economico. Le leadership di Tetsuo Saito e Yoshihiko Noda offrono un profilo rassicurante, seppur non ancora rodato sul terreno comune dei collegi uninominali.
Sul piano economico, la proposta bandiera di Takaichi è la sospensione per due anni dell’8% di imposta sui consumi applicata ai generi alimentari. Un taglio che, nelle stime circolate sulla stampa, vale fino a 5.000 miliardi di yen l’anno e che la premier difende come paracadute immediato per il potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Critici e mercati, però, osservano i conti: togliere gettito in piena fase di spesa espansiva può alzare l’asticella del debito pubblico (già tra i più alti al mondo), mentre i rendimenti dei JGB hanno toccato picchi pluriennali.
Accanto al fronte fiscale, la premier rilancia due pilastri identitari: la spinta al riarmo — con l’obiettivo di portare la spesa militare verso il 2% del PIL — e una postura più assertiva in politica estera, specie su Taiwan e il contenimento della proiezione cinese. Dichiarazioni recenti hanno irrigidito i rapporti con Pechino, mentre da Washington sono arrivate pressioni a investire di più in capacità difensive. Sono temi potenzialmente mobilitanti per l’elettorato conservatore, ma rischiano di polarizzare.

La compressione dei tempi è più che un dettaglio logistico: in 16 giorni si decidono i collegi uninominali in cui si gioca la vera partita. In Giappone, la campagna ufficiale per la Camera dei Rappresentanti dura 12 giorni: comincia il quarto giorno dopo lo scioglimento e si chiude alla vigilia del voto. Con lo scioglimento il 23 gennaio, il via è fissato al 27 gennaio, e le urne si aprono l’8 febbraio. Nel confronto storico, il precedente “record” di rapidità — 17 giorni — risale al 2021; la tornata 2026 stringe ulteriormente la finestra. Tempo ridotto significa vantaggio per chi può contare su macchine organizzative efficienti e candidati già in campo, penalità per gli sfidanti con coalizioni appena nate o ancora in assestamento.
Per la maggioranza uscente LDP–JIP, il fattore tempo può aiutare a trasformare la popolarità della premier in consenso nei collegi. Per l’Alleanza Riformista Centrista, la sfida è doppia: coordinare candidature, simboli e messaggi in un arco temporale quasi sperimentale, con un’elettorato che deve ancora familiarizzare con un brand politico nato a metà gennaio.
Nelle interviste raccolte nelle strade di Tokyo, una parte degli elettori contesta lo “scioglimento egoista”: priorità, dicono, dovrebbe essere il bilancio anti-inflazione, non le urne. È il riflesso di un disagio reale: dopo anni di stagnazione e deflazione, il carovita è tornato a mordere e il yen debole rincara le importazioni. La promessa di alleggerire il carrello con la sospensione dell’8% sui generi alimentari parla alle famiglie, ma resta aperta la domanda su come coprire il buco di gettito senza manovre future che lo annullino. Soprattutto, i salari reali faticano a tenere il passo, e senza un cambio di passo nella produttività la spinta della domanda rischia di disperdersi.
Nel breve periodo, la variabile-mercati pesa: l’annuncio del pacchetto da 122,3 trilioni e la retorica espansiva hanno già messo alla prova i titoli di Stato. Le scelte della Bank of Japan sul controllo della curva dei rendimenti saranno parte integrante del giudizio degli investitori su sostenibilità e credibilità del mix di politiche che uscirà dalle urne.
Perché giocarsi tutto ora? La risposta sta in tre fattori:
Lo scioglimento ferma i lavori parlamentari proprio mentre il bilancio record dovrebbe essere licenziato. Un ritardo costerebbe in termini di implementazione di misure anti-inflazione e sostegni mirati. Politicamente, poi, il voto può trasformarsi in referendum sul “priorità al voto” vs “priorità ai prezzi”: se l’elettorato percepisse un eccesso di tatticismo, il corto circuito potrebbe danneggiare proprio la premier che ha puntato sull’impeto.
La scommessa di Sanae Takaichi è chiara: trasformare un alto gradimento personale in una maggioranza più ampia che le consenta di varare in tempi rapidi misure contro il carovita, ridefinire il perimetro della tassazione sui consumi, imprimere una svolta nella politica di difesa e recuperare credibilità dopo anni di scandali. La contromossa dell’opposizione — una coalizione centrista che riunisce mondi storicamente distanti — punta a sfidarla sul terreno del pragmatismo, della trasparenza e della protezione dei ceti medi. In mezzo, un elettorato pragmatico, sensibile ai prezzi, alle retribuzioni e alla stabilità.
Fra oggi e l’8 febbraio, il Giappone condensa in 16 giorni interrogativi che altrove richiederebbero mesi: quale ricetta per domare l’inflazione senza spegnere la crescita? Quanta spesa militare è compatibile con un debito così alto? E soprattutto: fino a che punto il carisma della leader può colmare il fossato che separa il suo nome dal marchio del partito? Dalla risposta a queste domande dipenderà non solo la durata del governo, ma anche la traiettoria di un Paese che, tra mercati diffidenti e vicinato strategico complesso, non può permettersi il lusso dell’incertezza.
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