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Vanchiglia chiede risposte, il sindaco di Torino tace

Presidio sotto Palazzo Civico dopo lo sgombero di Askatasuna: famiglie e residenti denunciano la militarizzazione del quartiere e chiedono un dialogo vero con l’amministrazione

Vanchiglia chiede risposte, il sindaco di Torino tace

Vanchiglia chiede risposte, il sindaco di Torino tace

Non slogan urlati, non barricate, ma famiglie, passeggini, torte fatte in casa e vin brulè. È così che il Comitato Vanchiglia Insieme ha scelto di tornare sotto il Comune di Torino per chiedere risposte che, a loro dire, mancano da oltre un mese e mezzo. Risposte sulla presenza costante delle forze dell’ordine nel quartiere, sulla gestione degli spazi dopo lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna e, soprattutto, su un dialogo con l’amministrazione che i residenti definiscono interrotto unilateralmente.

“Abbiamo un quartiere che continua a essere militarizzato, bambini che ogni mattina vanno a scuola con i mezzi delle forze dell’ordine accesi sotto casa”, ha spiegato Ortensia Romano, portavoce del Comitato, durante il presidio davanti a Palazzo Civico. “Continuiamo a chiedere perché e ci viene risposto che abbiamo bisogno della loro protezione. Ma noi siamo qui per avere risposte concrete, non slogan sulla sicurezza”.

La protesta nasce dalle conseguenze dello sgombero di Askatasuna, avvenuto il 19 dicembre scorso. A distanza di settimane, denunciano i residenti, la presenza di camionette e pattuglie non si è ridotta, trasformando una parte di Vanchiglia in una zona percepita come sotto controllo permanente. Una situazione che, secondo il Comitato, non solo non risolve i problemi del quartiere, ma li esaspera, soprattutto per chi vive quotidianamente quegli spazi.

Tra i nodi ancora aperti c’è anche la questione del giardino del nido, uno spazio che — ricordano dal Comitato — era stato annunciato come riaperto, ma per il quale non esistono tempistiche certe né indicazioni chiare.

“Ci è stato detto che sarebbe tornato fruibile, ma non sappiamo quando e come. Anche su questo pretendiamo chiarezza”, spiegano i residenti, che chiedono di essere interlocutori diretti e non semplici destinatari di decisioni prese altrove.

Il presidio non è stato pensato come una manifestazione di scontro. Anzi. Vin brulè e torte preparate dalle mamme del quartiere sono diventati un gesto politico preciso: rivendicare una dimensione di comunità, di socialità e di cura reciproca, in netto contrasto con l’immagine di un quartiere perennemente sotto assedio.

“Per noi è fondamentale mantenere leggerezza e relazioni — spiegano dal Comitato — ma questo non significa minimizzare. I temi che portiamo sono estremamente seri e non riguardano solo Vanchiglia, ma un’idea più ampia di città, di ambiente e di convivenza”.

Sul rapporto con l’amministrazione comunale, il Comitato ribadisce una posizione netta: la disponibilità al confronto non è mai venuta meno, ma il dialogo, sostengono, è stato di fatto sospeso dal Comune.

“Noi non lo abbiamo mai interrotto — affermano i portavoce — sono loro che hanno smesso di ascoltare. E non abbiamo alcuna intenzione di scendere a compromessi su bandi o soluzioni calate dall’alto”.

Il punto centrale resta la gestione futura degli spazi: per il Comitato, qualunque percorso che escluda una gestione dal basso, condivisa e partecipata dai cittadini di Vanchiglia, è destinato a fallire. “Sono trent’anni che quel luogo viene vissuto, attraversato e trasformato dal quartiere. Pensare di azzerare tutto e ripartire senza i cittadini non è solo sbagliato, è miope”.

Il presidio sotto il Comune è solo l’ultima di una serie di iniziative che il Comitato promette di continuare, finché non arriveranno risposte politiche chiare. Non sulla carta, ma nei fatti. Perché, spiegano, la sicurezza non si costruisce con le camionette sotto casa, ma con servizi, spazi condivisi e un’amministrazione che torni a parlare con chi la città la vive davvero, ogni giorno.

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