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L’amministrazione Piastra è malata. La diagnosi? Consulentite

A Settimo Torinese, di fronte ai problemi e ai fatti di cronaca, l’amministrazione sceglie la strada più rassicurante: studiare, monitorare, analizzare. Intanto, tra cabina di regia e incarichi esterni, le decisioni continuano ad aspettare

L’amministrazione Piastra è malata. La diagnosi? Consulentite

Elena Piastra "studia"

C’è una malattia che affligge tutte le amministrazioni pubbliche, nessuna esclusa. Non guarda in faccia il colore politico, non distingue tra grandi città e comuni medi, non risparmia né giunte entusiaste né apparati stanchi. È una patologia moderna, elegante, ben vestita, sempre accompagnata da curriculum impeccabili e preventivi rassicuranti. Si chiama consulentite. E a Settimo Torinese, con la sindaca Elena Piastra, sembra aver trovato un habitat ideale.

Funziona più o meno così: emerge un problema, possibilmente complesso, meglio ancora se accompagnato da qualche fatto di cronaca. La politica si ferma, osserva, prende tempo. Poi arriva l’illuminazione: studiamolo. Perché affrontare una questione quando la si può analizzare? Perché decidere quando si può monitorare? E così, mentre la città vive, la macchina amministrativa produce determine.

È dentro questo schema che va letta la determinazione dirigenziale n. 1087 del 4 novembre 2025, con cui il Comune di Settimo Torinese affida un nuovo incarico professionale nell’ambito della ricerca sulla “condizione giovanile settimese”. Mille euro, tutto compreso, per analizzare dati già raccolti, interpretarli, sistematizzarli e prepararli per la fase successiva. Perché, si sa, ogni fase ha bisogno di un’altra fase.

Naturalmente non è il primo incarico. Prima ancora, con la determinazione n. 212/2025, l’amministrazione aveva già affidato alla Cooperativa Orizzontegiovani S.C.S. il supporto alla cabina di regia comunale. Un’espressione che evoca grandi strategie, ma che nella pratica significa: qualcuno che spiega come si fa lo studio, come si raccolgono i dati e come si controlla che lo studio stia studiando bene.

Poi arriva la raccolta dei dati. E quando i dati diventano tanti, tantissimi, ecco il colpo di scena: il Comune scopre di non saperli leggere. Non per cattiva volontà, per carità. È scritto nero su bianco: mancano le risorse interne adeguate. Tradotto dal burocratese: abbiamo i numeri, ma non sappiamo cosa farcene. E allora si riparte: nuova consulenza, nuova professionalità, nuovo incarico.

La dott.ssa Alessandra Dian, ricercatrice sociale, viene chiamata a fare ordine. A dare un senso alle percentuali. A tirare fuori “prime evidenze interpretative”, espressione meravigliosa che permette di dire tutto e niente allo stesso tempo. Perché sono “prime”, quindi non definitive. Sono “evidenze”, quindi apparentemente oggettive. E sono “interpretative”, quindi sempre discutibili.

La consulentite funziona così: crea un mondo in cui nessuno sbaglia mai. Se qualcosa non funziona, non è una scelta politica sbagliata. È che i dati non erano completi. Se il problema persiste, non è che l’intervento è mancato. È che serve un’analisi più approfondita. E se la città continua a chiedere risposte, basta spiegare che il percorso è ancora in corso.

Nel frattempo, il disagio giovanile – quello vero, quello che ha fatto scattare l’allarme – viene elegantemente trasformato in oggetto di studio. Non più un problema da affrontare, ma un fenomeno da comprendere. Non più una questione politica, ma un tema sociologico. E così, mentre il disagio vive nelle strade, nei parchi, negli spazi pubblici, lui finisce nei report, al sicuro, lontano, sterilizzato.

consulentite

Il bello della consulentite è che rassicura tutti. Rassicura l’amministrazione, che dimostra di “fare qualcosa”. Rassicura la politica, che può sempre dire di essere in attesa dei risultati. Rassicura perfino l’opinione pubblica, a cui si racconta che senza uno studio serio sarebbe irresponsabile agire. Peccato che, nel frattempo, non agire diventi la normalità.

E così si arriva al paradosso finale. Un Comune che parla di politiche giovanili, prevenzione, inclusione e sicurezza, ma che per capire cosa succede sul proprio territorio deve rivolgersi all’esterno. Un ente che rinuncia a costruire competenze interne e preferisce affittarle a ore. Un’amministrazione che governa più con le determine che con le decisioni.

Sia chiaro: studiare non è sbagliato. Ma studiare tutto, sempre, prima di qualsiasi scelta, diventa un alibi. Un modo elegante per rimandare. Un rifugio comodo per non sporcarsi le mani con la realtà. Perché una città non si governa a colpi di consulenze, e prima o poi qualcuno dovrà ricordarlo: le ricerche aiutano a capire, ma non sostituiscono il coraggio di decidere.

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