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22 Gennaio 2026 - 08:15
Han Duck-soo
Era quasi mezzogiorno quando, nell’aula principale di un tribunale di Seul, una formula giuridica dal peso insolito ha interrotto il silenzio: rivolta dall’alto. Non una figura retorica, ma la definizione con cui i giudici hanno qualificato il decreto che il 3 dicembre 2024 aveva imposto la legge marziale nella Repubblica di Corea. A quella definizione è seguita la pena: 23 anni di reclusione per l’ex primo ministro Han Duck-soo, ritenuto uno dei principali responsabili di quella decisione. Una condanna più severa rispetto ai 15 anni chiesti dalla procura, che ha riaperto un dibattito profondo sul rapporto tra potere civile, apparato militare e Costituzione.
Il verdetto non ha colpito solo una figura centrale della politica sudcoreana, due volte primo ministro e per brevi periodi anche presidente ad interim. La sentenza ha fissato un principio: il decreto del 3 dicembre 2024 non è stato considerato una misura d’emergenza legittima, ma un tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale dall’interno. È in questo passaggio che il tribunale ha scelto un linguaggio netto, definendo l’atto come una rivolta dall’alto, cioè un abuso del potere da parte delle stesse istituzioni chiamate a difendere la democrazia. La decisione di infliggere una pena superiore alle richieste dell’accusa ha rafforzato il segnale politico e giuridico.

Han Duck-soo è stato per anni una presenza stabile nei gangli dello Stato. Economista di formazione, con incarichi da ministro dell’Economia, ambasciatore negli Stati Uniti e capo del governo tra il 2007 e il 2008 e poi dal 2022 al 2025, è stato spesso descritto come un tecnocrate capace di mediare tra poteri diversi. La sua seconda esperienza a capo dell’esecutivo si è svolta in una fase segnata dall’impeachment del presidente Yoon Suk Yeol, votato il 14 dicembre 2024, e da un susseguirsi di equilibri precari tra governo, parlamento e Corte costituzionale. In questo contesto si colloca la scelta della legge marziale, diventata oggi il fulcro della responsabilità penale.
La Costituzione della Corea del Sud prevede la possibilità di dichiarare la legge marziale in circostanze eccezionali, ma ne delimita in modo rigoroso presupposti e limiti. Non si tratta di uno strumento discrezionale: deve rispondere a una minaccia reale e immediata e restare sottoposta a controlli stringenti. Secondo i giudici, quei requisiti non erano presenti. La sentenza ha ricostruito il 3 dicembre 2024 come il momento in cui l’esecutivo avrebbe utilizzato un potere straordinario non per fronteggiare un’emergenza, ma per contenere una crisi politica e rafforzare la propria posizione.
Definire quella scelta una rivolta dall’alto ha significato qualificare l’atto come eversivo, non come errore di valutazione. È una definizione che sposta il baricentro del giudizio: l’abuso non è stato episodico, ma strutturale, perché ha piegato lo Stato contro le sue stesse regole. Da qui la decisione di superare la richiesta della procura, motivata dalla valutazione di un rischio concreto per l’assetto democratico.
In Corea del Sud, il termine legge marziale ha un peso storico particolare. Richiama periodi in cui l’esercito è intervenuto direttamente nella vita civile, fino alla repressione di Gwangju nel 1980, uno degli eventi più traumatici della storia nazionale. Per questo il linguaggio della sentenza ha avuto un impatto che va oltre l’aula giudiziaria. Non si è trattato di un semplice contenzioso, ma di una riaffermazione dei confini tra potere civile e apparato militare.
Il tribunale ha scelto parole non comuni nel lessico giuridico sudcoreano. Parlare di rivolta dall’alto ha trasformato un decreto amministrativo in un atto politicamente qualificato, attribuendo la responsabilità a un impulso verticale proveniente dai vertici dello Stato. La decisione ha ribadito anche i principi costituzionali di necessità, proporzionalità e controllo parlamentare, ritenuti violati nel caso in esame. La pena inflitta, rara per un ex capo del governo in una democrazia consolidata, ha avuto anche una funzione deterrente: scoraggiare l’uso del linguaggio dell’emergenza per fini politici.
Il caso Han Duck-soo è arrivato in una fase di forte polarizzazione. Gli eventi tra la fine del 2024 e il 2025, dall’impeachment presidenziale agli interim istituzionali, hanno messo sotto pressione l’architettura dello Stato. La sentenza si inserisce in questo quadro come un tentativo di chiudere una stagione di eccezioni, ribadendo che la legge marziale non può diventare uno strumento ordinario di gestione del potere.
Sul piano giudiziario, la difesa dell’ex premier ha annunciato l’intenzione di ricorrere in appello. Il punto centrale, però, è già stato tracciato: l’uso distorto di uno strumento d’eccezione. Se confermata, la sentenza diventerà un precedente rilevante, rendendo più difficile per qualsiasi futuro esecutivo invocare la legge marziale senza prove documentate di una minaccia concreta. Ne esce rafforzata anche l’Assemblea Nazionale, cui la Costituzione attribuisce un ruolo di controllo nei momenti di emergenza.
La decisione incide inoltre sul rapporto tra civili e militari. In un Paese che vive sotto una costante tensione securitaria, la sentenza ha ricordato che l’apparato militare resta subordinato al potere civile e non può essere utilizzato per risolvere crisi politiche interne. È un messaggio diretto a un sistema che conosce bene i rischi della commistione tra forza armata e potere esecutivo.
Ogni riferimento alla legge marziale riattiva la memoria di Gwangju, diventata nel tempo una sorta di grammatica civile. Quel passato ha contribuito a costruire anticorpi istituzionali che oggi trovano espressione nelle parole della corte. L’emergenza, hanno scritto i giudici, non può essere un grimaldello politico, ma solo un passaggio temporaneo e strettamente vigilato.
La parabola di Han Duck-soo, da funzionario a uomo chiave delle fasi più delicate della politica sudcoreana, rende la condanna ancora più significativa. Colpisce una figura nota anche a livello internazionale e invia un segnale all’intero establishment: la ragion di Stato non può giustificare la violazione dell’ordine costituzionale.
Il termine rivolta indica una rottura intenzionale, non una gestione maldestra. L’espressione dall’alto chiarisce che la responsabilità non è stata diffusa o sociale, ma concentrata ai vertici del potere. È un giudizio politico-giuridico che attribuisce a chi governa l’onere massimo della legalità.
La vicenda sudcoreana parla anche ad altre democrazie. In un’epoca segnata da crisi sanitarie, geopolitiche e di sicurezza, la tentazione di ricorrere a poteri straordinari è forte. La sentenza di Seul ha offerto una lezione chiara: gli strumenti d’emergenza sono legittimi solo se ancorati a fatti verificabili e sottoposti a contrappesi reali. Quando diventano strumenti di gestione del consenso, spetta ai tribunali intervenire.
Resta aperto l’esito dell’appello e l’impatto politico a lungo termine. Ma un punto appare già fissato: la Corea del Sudha tracciato una linea netta sull’uso dello stato d’eccezione. Chi governa non può invocare la Costituzione come garanzia di giorno e aggirarla quando la pressione politica aumenta.
Fonti
Tribunale di Seul
Costituzione della Repubblica di Corea
Atti del procedimento giudiziario sul decreto di legge marziale del 3 dicembre 2024
Dibattito parlamentare dell’Assemblea Nazionale
Archivi storici sugli eventi di Gwangju 1980
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