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22 Gennaio 2026 - 06:48
HIV in Etiopia: cosa succede quando gli Stati Uniti spengono i fondi e la prevenzione si ferma
All’ingresso del centro di Yeka, nella periferia di Addis Abeba, una lavagna bianca ha segnato una cifra cerchiata con il pennarello blu: “Solo 47 test oggi”. Sotto, una nota aggiunta a mano ha avvisato gli utenti: “Niente distribuzione di preservativi al pomeriggio”. Non è un messaggio simbolico, ma uno strumento di lavoro quotidiano per la Integrated Service on Health and Development Organization (ISHDO), organizzazione locale che per anni ha garantito test, counseling, accompagnamento terapeutico. Nel 2025 ha iniziato a fare i conti con una realtà più dura: reagenti razionati, personale ridotto, furgoni fermi per mancanza di carburante. La causa è diretta e riconoscibile: lo smantellamento dell’United States Agency for International Development (USAID) e la sospensione dell’assistenza estera statunitense decisi dalla nuova amministrazione a Washington, che hanno colpito la principale rete di programmi sanitari e umanitari del Paese. A dodici mesi di distanza, l’Etiopia continua a muoversi senza certezze, con effetti immediati sulla risposta all’HIV.

Per oltre vent’anni la lotta all’HIV in Etiopia si è basata su un pilastro centrale, il President’s Emergency Plan for AIDS Relief (PEPFAR). Prima dei tagli, gli Stati Uniti coprivano circa il 53 per cento dei finanziamenti nazionali per l’HIV, un contributo che aveva permesso di avvicinarsi agli obiettivi 95-95-95 fissati da UNAIDS. Nel 2023 nel Paese vivevano circa 610.000 persone con HIV; 510.000 erano in terapia antiretrovirale. Gli indicatori nazionali si attestavano intorno al 90 per cento delle diagnosi, al 94 per cento dei pazienti in trattamento tra i diagnosticati e al 96 per cento di soppressione virale tra chi assumeva i farmaci. L’interruzione dei flussi statunitensi ha iniziato a erodere questi risultati in modo progressivo.
Nel 2024 l’assistenza complessiva degli Stati Uniti all’Etiopia, non limitata alla sanità, è stata pari a circa 1,28 miliardi di dollari, dopo aver superato 1,46 miliardi nel 2023. Addis Abeba è rimasta uno dei principali beneficiari sul continente africano. La sospensione del 2025 ha quindi aperto un vuoto strutturale, non episodico, che ha investito l’intero sistema di servizi.
Alla ISHDO, attiva tra Addis Abeba, Oromia e Amhara, il bilancio è diventato una sequenza di scelte forzate. Sono state ridotte le ore di apertura dei punti di counseling, i test sono stati concentrati sui gruppi a maggior rischio, la distribuzione di preservativi e della PrEP (Profilassi Pre-Esposizione) è stata limitata. È la traduzione pratica dell’espressione ricorrente tra gli operatori, “fare di più con meno”, ma nel 2025 “meno” ha spesso significato quasi nulla. L’organizzazione, fondata nel 1997 e tra le prime a promuovere una risposta comunitaria all’HIV, ha riconosciuto pubblicamente la propria storica dipendenza dai partner statunitensi e multilaterali, segnalando la contrazione delle attività sul territorio.
Gli operatori sanitari hanno spiegato che la catena dei servizi si è inceppata nei passaggi meno visibili. Sono mancati i data clerk, addetti alla gestione dei dati clinici, indispensabili per alimentare i sistemi informativi. I richiami per i controlli della carica virale sono saltati, le diagnosi di infezioni opportunistiche come la tubercolosi hanno subito ritardi, il monitoraggio delle giovani donne più esposte si è assottigliato. Secondo UNAIDS, la sospensione dell’assistenza statunitense ha bloccato migliaia di contratti, con il licenziamento di circa 10.000 addetti alla gestione dati e di 5.000 operatori sanitari finanziati da fondi USA. È una frattura profonda in un sistema già provato da conflitti, sfollamenti interni e carenze croniche.
La tenuta clinica ha dipeso da elementi apparentemente tecnici: reagenti per la misurazione della carica virale, materiali per la Early Infant Diagnosis (EID), kit per il testing rapido, catena del freddo, carburante per i prelievi nelle aree periferiche. In Etiopia, il PEPFAR copriva quasi interamente l’acquisto dei reagenti per la carica virale e per l’EID. L’interruzione ha messo a rischio il monitoraggio dei pazienti e la prevenzione della trasmissione madre-figlio.
Le conseguenze sono emerse in modo evidente nel Tigray, regione devastata da anni di guerra. In diversi distretti i casi di HIV sono risaliti, soprattutto tra le persone sopravvissute a violenze sessuali, in un contesto di strutture sanitarie danneggiate e personale ridotto. Meno fondi hanno significato meno servizi mobili, meno test e ritardi nelle forniture di farmaci e presidi sanitari.
Il punto di svolta politico è arrivato il 20 gennaio 2025, quando la nuova amministrazione statunitense ha annunciato un congelamento di 90 giorni delle erogazioni estere. Sono seguiti ordini di stop-work che hanno colpito i contratti in corso, fino alla decisione di smantellare l’USAID e ridurre drasticamente la maggior parte dei programmi. In Africa, dove i progetti dell’agenzia sostenevano interi sistemi sanitari e umanitari, l’impatto è stato immediato. A un anno di distanza, gli effetti sono rimasti tangibili: meno cibo distribuito, farmaci a intermittenza, personale rimasto senza incarico.
Nel 2023 gli Stati Uniti avevano già sospeso temporaneamente l’aiuto alimentare all’Etiopia per casi documentati di distrazione degli aiuti, in attesa di riforme nei controlli. Il blocco del 2025 è stato però diverso per portata e durata e ha colpito direttamente anche la sanità pubblica.
Poco prima del ritiro statunitense, il PEPFAR aveva approvato per l’Etiopia il Country Operational Plan 23 (COP23), pari a circa 111 milioni di dollari, con priorità alle aree colpite dai conflitti e ai gruppi più vulnerabili. In oltre vent’anni, il programma aveva investito nel Paese una cifra cumulata stimata in circa 3 miliardi di dollari tra prevenzione, trattamento, laboratori e formazione del personale. A livello globale, nel 2024 il PEPFAR sosteneva la terapia di oltre 20 milioni di persone e attribuiva a sé oltre 26 milioni di vite salvate. Dopo la sospensione del 2025, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e UNAIDS hanno chiesto esenzioni urgenti per evitare interruzioni terapeutiche.
Il Fondo Globale per la lotta contro AIDS, tubercolosi e malaria ha tentato di compensare parzialmente. Nel giugno 2024 ha lanciato, insieme al Ministero della Salute etiope, tre nuovi finanziamenti per oltre 441 milioni di dollari fino al 2027. Nell’agosto 2024 ha inoltre stanziato 2,5 milioni di dollari in emergenza per garantire beni essenziali nelle regioni del Nord, tra cui Tigray, Amhara e Afar. Le risorse sono però risultate insufficienti, anche perché le ultime conferenze di rifinanziamento hanno raccolto meno del previsto e diversi grandi donatori hanno ridotto gli impegni.
Anche numerose Organizzazioni Non Governative (ONG) hanno chiuso progetti o ridotto il personale. Dove è stato possibile, i servizi per rifugiati e sfollati sono stati integrati, sono stati formati case manager comunitari e sono proseguite attività di prevenzione nelle scuole e nei campi. La domanda, tuttavia, ha continuato a superare l’offerta, soprattutto nelle aree colpite dai conflitti e dagli sfollamenti interni, stimati in oltre 4,4 milioni di persone secondo le Nazioni Unite.
Di fronte al crollo degli aiuti, il governo etiope ha annunciato l’intenzione di assorbire parte del personale e delle funzioni precedentemente finanziate dagli Stati Uniti, per garantire la continuità delle terapie e dei sistemi informativi. Sono state introdotte misure fiscali straordinarie per alimentare un fondo nazionale di risposta al rischio, compresa una nuova tassa destinata a sostituire temporaneamente i fondi perduti.
Sul piano macroeconomico, nel 2024 il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha approvato un programma quadriennale da 3,4 miliardi di dollari per sostenere le riforme e la stabilità finanziaria, con ulteriori tranche discusse nel 2026. Questo sostegno ha contribuito a evitare una crisi della bilancia dei pagamenti che avrebbe compromesso anche le importazioni mediche, ma non ha potuto sostituire i fondi dedicati all’HIV, poiché ha creato spazio fiscale senza garantire direttamente kit diagnostici o reagenti.
Nonostante il quadro critico, alcune componenti del sistema hanno continuato a funzionare. La terapia antiretrovirale è rimasta disponibile nella maggior parte delle strutture, seppur con capacità ridotta. In diverse regioni è proseguita l’integrazione della PrEP, inclusa la formulazione a lunga durata d’azione dove già inserita nella strategia nazionale. Laddove Fondo Globale, OMS, UNICEF e partner locali hanno mantenuto corridoi logistici e finanziari, la risposta ha retto, tra ritardi e razionamenti.
L’Etiopia è il secondo Paese più popoloso dell’Africa e un nodo strategico tra Corno d’Africa, Medio Oriente e Mar Rosso. Il suo sistema sanitario è un indicatore per l’intera regione. L’interruzione del sostegno statunitense non ha colpito un singolo progetto, ma un ecosistema fatto di laboratori, catene di approvvigionamento, comunità, formazione e raccolta dati. A dodici mesi dalla sospensione, la situazione nei centri come quello di Yeka ha mostrato che un ritiro improvviso, senza una fase di transizione, ha avuto un costo misurabile in perdita di copertura, aumento del rischio clinico e maggiore probabilità di resistenze ai farmaci.
In una mattina di gennaio, sempre a Yeka, la lavagna segnava ancora “47 test”, mentre le persone in attesa erano più di sessanta. Una donna di circa trent’anni, con due bambini, ha chiesto se potesse tornare il giorno dopo. L’operatrice ha risposto che non era certo che i kit sarebbero stati disponibili. L’avviso “Niente preservativi al pomeriggio” è rimasto visibile. La sospensione dell’USAID non è stata solo una decisione di bilancio, ma la linea che ha separato un sistema in grado di controllare l’epidemia da uno costretto a inseguirla.
Fonti: UNAIDS; Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); PEPFAR; United States Agency for International Development (USAID); Fondo Globale per la lotta contro AIDS, tubercolosi e malaria; Ministero della Salute dell’Etiopia; Fondo Monetario Internazionale (IMF); Nazioni Unite.
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