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Sulle tracce dei Sinti: chi sono e da dove vengono

Dalle cronache medievali ai documenti storici, il racconto delle origini dei Sinti e degli zingari nella penisola, ben lontano dalle narrazioni contemporanee fatte di stereotipi, paure e invocazioni di espulsioni collettive

Sulle tracce dei Sinti: chi sono e da dove vengono

Carovana di zingari in sosta

Era di etnia sinta e viveva a Torino, com’è noto, il pregiudicato deceduto all’ospedale di Magenta in seguito a una colluttazione, durante un tentativo di rapina a Lonate Pozzolo, nel Varesotto. E alcuni si sono subito affrettati a invocare l’espulsione di tutti gli zingari, sostenendo che sarebbero di origine straniera, clandestini in Italia. In realtà la situazione è ben diversa: nella fattispecie, i Sinti sono presenti nella nostra penisola — specie in Piemonte — sin dalla fine del Medioevo.

I due più antichi testi narrativi sugli zingari in Italia furono pubblicati nel 1731 dal famoso storico e letterato Ludovico Antonio Muratori (1672-1750). Si tratta del Chronicon Foroliviense e della Cronica di Bologna. Opera del domenicano Girolamo da Forlì, la prima delle due fonti riferisce che genti inviate dall’imperatore del Sacro Romano Impero, in viaggio verso Roma perché desiderose di ricevere la «nostra fede», giunsero a Forlì il 7 agosto 1422. Fra uomini, donne e bambini erano poco meno di duecento. Di quelle persone il cronista non espresse un giudizio positivo: si trattava di «genti non molto disciplinate, ma quasi come animali bruti e furiosi». Con sollievo dei forlivesi, dopo due giorni, la carovana riprese il proprio cammino.

Assai più minuziosa è la seconda fonte, la quale narra che un certo Andrea, «duca di Egitto», capitò a Bologna il 18 luglio 1423 «con donne, putti ed uomini del suo paese, e potevano essere ben cento persone». È probabile che fosse lo stesso gruppo a cui accenna il Chronicon Foroliviense. Andrea raccontava una storia inverosimile: espropriato delle terre dal re di Ungheria poiché colpevole di abiura della fede cristiana, si era convinto a ricevere nuovamente il battesimo assieme al proprio popolo. Ma il sovrano, non soddisfatto, gli aveva imposto di andare «per lo mondo sette anni» e di farsi ricevere dal papa, a Roma. «Quando coloro arrivarono in Bologna, erano andati cinque anni pel mondo, e n’era morto di loro più della metà», si legge nella Cronica.

All’epoca, re di Ungheria era Sigismondo di Lussemburgo, poi imperatore del Sacro Romano Impero: Andrea e i suoi compagni esibivano un suo decreto che li autorizzava a «rubare per tutti que’ sette anni, per tutto dove andassero, e che non potesse essere fatta loro giustizia». Molti bolognesi subirono il fascino di quella strana comitiva, specie perché la moglie del sedicente duca prediceva la sorte («sapeva indovinare e dir quello che una persona dovea avere in sua vita e anche quello che avea al presente, e quanti figlioli e se una femmina era cattiva o buona, e altre cose»). A quanti si avvicinavano all’accampamento, tuttavia, spariva spessissimo la borsa. Inoltre le donne non tardarono a rivelarsi smaliziate ladre: «andavano le femmine loro per la città a sei e a otto insieme» ed «entravano nelle case de’ cittadini», distraendoli con le chiacchiere, mentre una «si ficcava sotto quello che poteva».

Famiglia di sinti, 1890

Famiglia di sinti, 1890

Musicisti zigani

Musicisti zigani

Per tacitare i cittadini furibondi, le autorità dovettero concedere ai derubati di rivalersi direttamente sui beni degli zingari – ossia di rubare a danno di questi – «infino alla quantità del loro denaro». Rendendosi conto che i rapporti coi bolognesi erano ormai irrimediabilmente compromessi, il duca d’Egitto ordinò di togliere le tende. «Questa – sentenziò il cronista – era la più brutta genia che mai fosse in queste parti: erano magri e neri e mangiavano come porci». Parole dure, frutto dell’esasperazione e di un clima ormai teso, che ci restituiscono più la rabbia del momento che un’analisi ponderata dei fatti.

Ma da dove provenivano quei primi zingari? Di certo, prescindendo dalle loro remote origini indiane, non dalle terre del Nilo, bensì dalle provincie dell’impero bizantino, attraverso la penisola balcanica. Fin dalla metà del quattordicesimo secolo, diversi viaggiatori ne avevano segnalato la presenza nel Peloponneso, a Modone (Methóni in greco), una cittadina sotto il controllo veneziano, dove attraccavano le navi dei pellegrini in viaggio verso la Terrasanta. Fiorente e prosperosa, la regione era detta Piccolo Egitto, con esplicito riferimento alla Bibbia, la quale ricorda che il paese dei faraoni deve la propria ricchezza al Nilo. A lungo i capi degli zingari si definiranno conti, marchesi o duchi del Piccolo Egitto, plausibilmente equivocando sull’ambiguità del toponimo e sulle scarse conoscenze geografiche delle persone a cui si presentavano.

E per quanto riguarda il Piemonte, che cosa si può dire? Il torinese Luigi Cibrario (1802-1870) scrisse che, essendosi «da pochi mesi […] chiuso il concilio di Costanza, a cui era concorsa sterminata quantità di genti di mal affare e di donne mondane», sbucò «una tribù straniera dal volto abbronzato, dagli occhi neri e scintillanti, dalle chiome corvine, gente insomma di tipo orientale, uomini, donne e fanciulli, scesa dai gioghi alpini nel territorio di Zurigo». «Questi erano i zingari che comparivano per la prima volta ne’ nostri paesi», chiarì lo storico e politico piemontese, precisando che il loro capo si chiamava Michele: «diceano venir d’Egitto, essersi convertiti alla fede cristiana, andar pellegrinando per penitenza ovvero recarsi a’ piedi del papa a domandar l’assoluzione de’ loro peccati».

Il concilio di Costanza si concluse il 22 aprile 1418. Gli storici moderni ritengono che i primi zingari attraversarono la Germania nel 1417: l’anno seguente giunsero in Svizzera, per poi entrare nei territori sabaudi d’oltralpe. Inizialmente, a quanto sembra, non suscitarono alcuna diffidenza: nei loro confronti prevalevano il fascino dell’esotismo e la curiosità per l’alone di mistero che li avvolgeva. Poi la situazione muterà: anche in Piemonte, la storia degli zingari (chiamati zingani, cingari, egiziani o saraceni, più raramente ungari) si caratterizzerà per il durevole contrasto con la legge e per i ripetuti tentativi di allontanare le bande dalle aree urbane e rurali. Il che imporrà agli zingari di ricorrere alle più varie strategie di sopravvivenza, passando da un nomadismo legato all’economia agricola a un nomadismo di fuga, in modo da eludere le forze dell’ordine e sottrarsi ai tentativi d’integrarli nella società, benché tutto lasci supporre che i poteri politici avessero raramente i mezzi per applicare le severe disposizioni assunte.

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