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21 Gennaio 2026 - 07:07
(foto X) Tre chiese assaltate, oltre 150 fedeli rapiti: perché lo Stato di Kaduna dice che non è successo nulla?
Tre funzioni religiose sono state interrotte dalla violenza nella comunità di Kurmin Wali, nell’area di Kajuru, Stato di Kaduna. I numeri dei sequestri oscillano tra 150 e 177 persone, mentre le autorità locali hanno negato che gli attacchi siano avvenuti. Intanto, sul terreno, si sono moltiplicate testimonianze, liste di dispersi e accuse di occultamento delle prove.
Le panche erano in ordine, i libri di inni allineati. Sull’altare della piccola chiesa Cherubim and Seraphim di Kurmin Wali è rimasto un calice rovesciato. È uno dei pochi segni materiali di quanto è accaduto la mattina di domenica 18 gennaio 2026, poco dopo le nove. Secondo i racconti raccolti sul posto, uomini armati sono arrivati a piedi e in moto, hanno fatto irruzione durante le funzioni religiose, hanno separato famiglie, radunato i fedeli e li hanno spinti verso la boscaglia. La stessa scena si è ripetuta quasi nello stesso momento in altri due luoghi di culto della stessa comunità rurale: una chiesa Evangelical Church Winning All (ECWA, Chiesa Evangelica Vincere Tutti), due chiese Cherubim and Seraphim e una chiesa cattolica. In meno di un’ora, tre attacchi coordinati.
A fine giornata ha iniziato a circolare un bilancio drammatico: più di 150 persone rapite. Alcune fonti hanno parlato di 177 dispersi, altre di 168 persone ancora da rintracciare. Le autorità locali hanno però smentito tutto. “Non è successo nulla”, hanno dichiarato. Da una parte il racconto dei residenti, dall’altra la negazione ufficiale. Due versioni inconciliabili che hanno aperto una frattura profonda nella narrazione pubblica di quanto accaduto.
Secondo ricostruzioni convergenti raccolte da media internazionali e fonti locali, gli assalitori erano armati con fucili d’assalto AK-47 e hanno agito in gruppi coordinati. Alla ECWA l’irruzione è avvenuta mentre i fedeli si preparavano alla scuola domenicale. Nelle chiese Cherubim and Seraphim i presenti sarebbero stati costretti a radunarsi e a camminare verso la foresta, dove sarebbero stati uniti ad altri gruppi rapiti altrove. Alcuni ostaggi, in particolare anziani e bambini piccoli, sono stati rilasciati dopo poche ore. Altri sono riusciti a fuggire. È una dinamica già vista nelle aree rurali della Nigeria nord-occidentale: colpire luoghi di aggregazione, disperdere gli ostaggi nella boscaglia, negoziare a distanza.
Persecution in kaduna @POTUS @SecRubio @RepRileyMoore @realDonaldTrump @NICKIMINAJ @MikeArnoldTruth https://t.co/h7HfAjXcIZ
— karma (@SeeMe972856) January 20, 2026
Il primo bilancio pubblico è stato fornito dal parlamentare statale Usman Danlami Stingo, che ha parlato di 177 persone inizialmente disperse, con 11 rientri, e 168 ancora mancanti. A rafforzare questa versione sono arrivate le segnalazioni di organizzazioni cristiane, tra cui la rete CSW/CSWN (Christian Solidarity Worldwide / Christian Solidarity Worldwide Nigeria), che ha riferito di 167 ostaggi sulla base di fonti comunitarie e ha denunciato il blocco dell’accesso al villaggio da parte dei militari.
Il conteggio, in contesti come Kaduna, resta sempre provvisorio. I numeri oscillano, ma il dato centrale non cambia: tre chiese attaccate simultaneamente nella stessa comunità. Nessun gruppo ha rivendicato l’azione. La struttura dei sequestri nella regione non richiede sigle ufficiali: bande armate, spesso indicate come “bandits”, con legami fluidi tra criminalità locale, reti di pastori armati e cellule jihadiste, operano principalmente per riscatto e controllo territoriale.
Le autorità statali hanno però respinto questa ricostruzione. Il commissario di polizia di Kaduna, Muhammad Rabiu, ha definito le notizie “false” e ha chiesto che venissero forniti “nomi e generalità” dei presunti rapiti. Alle sue dichiarazioni si sono allineati il presidente del governo locale di Kajuru, Dauda Madaki, e l’assessore statale alla sicurezza interna Sule Shuaibu, che hanno affermato di aver visitato la zona senza riscontrare “evidenze di attacchi”. Una smentita che attivisti e giuristi, tra cui Chidi Odinkalu, hanno definito infondata, accusando le autorità di sopprimere i fatti. Le testimonianze di residenti, leader religiosi e capi villaggio raccolte da Associated Press e da media locali continuano a sostenere che gli assalti siano avvenuti e che i rapiti esistano.
I racconti dal villaggio presentano elementi ricorrenti. Uomini armati apparsi da più direzioni, l’ordine di non correre, i telefoni sequestrati, la marcia forzata verso la boscaglia. Alla ECWA, secondo un responsabile laico, le grida si sarebbero mescolate a invocazioni religiose. Nelle chiese Cherubim and Seraphim gli assalitori avrebbero vandalizzato arredi e cercato denaro. Dettagli che ricalcano schemi già osservati nelle zone di confine tra comunità agricole e reti di pastori armati, dove piste motociclabili e sentieri nel bush facilitano la fuga.
Il caso di Kurmin Wali si inserisce in una fase di recrudescenza dei rapimenti di massa nel nord-ovest e nel centro della Nigeria. Nel novembre 2025, il presidente Bola Ahmed Tinubu ha dichiarato un’emergenza nazionale per la sicurezza, autorizzando l’arruolamento accelerato di 20.000 nuovi agenti di polizia, portando il totale a 50.000, e la mobilitazione di guardie forestali sotto il coordinamento dei servizi d’intelligence. L’obiettivo dichiarato era la protezione di scuole, chiese, moschee e comunità vulnerabili. Gli eventi di Kurmin Wali hanno messo in discussione l’efficacia di quella promessa.
Da mesi le autorità di Kaduna rivendicano una situazione di “pace relativa” e reagiscono duramente a rapporti che collocano lo Stato tra i più colpiti dai sequestri. In questo contesto si inserisce la smentita ufficiale sugli attacchi di domenica. Organizzazioni religiose e una parte della stampa locale hanno però parlato di liste di ostaggi, di accessi interdetti al villaggio e di pressioni sui residenti affinché non parlino con i giornalisti. In almeno un caso, un team cristiano ha riferito di essere stato fermato all’ingresso e scortato fuori dall’area.
Gli episodi precedenti rafforzano il quadro di instabilità. All’inizio del 2026, nella stessa zona, sono stati segnalati rapimenti più circoscritti. Ventuno persone sono state liberate dopo il pagamento di un riscatto stimato in 7 milioni di naira. Il 2 gennaio, il reverendo Philip Adamu e altri tre abitanti sono stati rapiti nel vicino Ungwan Danladi, con richieste di riscatto fino a 20 milioni di naira. La comunità Adara denuncia un’escalation di attacchi dal 2018. Questa memoria recente ha inciso sul modo in cui i residenti hanno interpretato quanto accaduto domenica.
Gli attacchi hanno colpito comunità cristiane, ma ridurre l’episodio a una questione esclusivamente religiosa non restituisce la complessità del fenomeno. In Nigeria, i sequestri colpiscono cristiani e musulmani e sono spesso motivati da interessi economici. Negli ultimi mesi il tema è entrato nel dibattito internazionale anche a seguito di operazioni militari statunitensi contro cellule dello ISIS (Stato Islamico) nel nord-ovest del Paese. Il governo federale continua però a respingere l’etichetta di “genocidio dei cristiani”, sostenendo un approccio securitario dichiarato come neutrale.
Restano aperte tre domande centrali: chi ha colpito, dove si trovano gli ostaggi, quanti sono davvero. Non c’è una rivendicazione. La prassi indica che gli ostaggi vengano dispersi in aree boschive difficili da raggiungere e che le trattative avvengano tramite mediatori. Il numero resta il punto più controverso: oltre 150 secondo Associated Press e altre testate internazionali, 167-168 secondo reti cristiane e rappresentanti locali, nessuno secondo la polizia di Kaduna. Una divergenza che va oltre l’incertezza iniziale e solleva interrogativi sulla trasparenza delle verifiche sul campo.
Le crisi precedenti mostrano che due elementi fanno la differenza: protezione visibile e verifiche indipendenti. La prima richiede pattugliamenti stabili e presenza delle forze dell’ordine anche durante le funzioni religiose. La seconda implica accesso senza ostacoli per organizzazioni religiose, stampa e società civile. Bloccare l’accesso o delegittimare chi indaga riduce la fiducia e alimenta il sospetto.
Il governo federale ha messo risorse e uomini sul tavolo. Perché producano effetti in villaggi come Kurmin Wali, è necessario che l’azione non resti formale. Un banco di prova immediato riguarda l’apertura ai verificatori indipendenti, la pubblicazione di elenchi nominativi dei dispersi e una ricostruzione dettagliata degli eventi di domenica.
La polarizzazione informativa è evidente. Associated Press ha raccolto testimonianze e dati convergenti. Media locali e reti ecclesiali hanno tentato verifiche sul campo. La polizia e le autorità locali hanno parlato di voci infondate e di speculazione sul panico. In mezzo resta l’opinione pubblica, esposta a versioni incompatibili. In questi casi, la documentazione è l’unico riferimento affidabile: elenchi riscontrabili, referti, atti pubblici.
Nelle ore successive agli assalti, a Kurmin Wali, i residenti hanno contato gli assenti. I numeri restano oggetto di disputa, ma dietro quelle cifre ci sono persone. Pubblicare le liste dei dispersi, consentire le verifiche e garantire una presenza visibile delle forze dell’ordine nei luoghi di culto resta la richiesta centrale. Il resto, comprese le versioni contrapposte, può attendere.
Fonti: Associated Press, Christian Solidarity Worldwide, Christian Solidarity Worldwide Nigeria, dichiarazioni ufficiali della Polizia dello Stato di Kaduna, testimonianze di leader comunitari e religiosi locali, dichiarazioni pubbliche di Usman Danlami Stingo, Chidi Odinkalu, comunicazioni del governo federale della Nigeria.
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