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Un miliardo per comprare la pace: il Consiglio di Trump mette un prezzo ai seggi e concentra il potere

Un documento riservato rivela la richiesta di oltre 1 miliardo di dollari per diventare membri permanenti del nuovo Consiglio per la Pace, con Donald Trump presidente dotato di poteri straordinari. Da Gaza a un mandato globale, nasce un organismo parallelo alle Nazioni Unite che divide governi e diplomatici

Un miliardo per comprare la pace: il Consiglio di Trump mette un prezzo ai seggi e concentra il potere

Un miliardo per comprare la pace: il Consiglio di Trump mette un prezzo ai seggi e concentra il potere

Un documento riservato ha fatto emergere una richiesta che ha spiazzato molte diplomazie: oltre 1 miliardo di dollariin contanti per ottenere un seggio permanente nel nuovo Consiglio per la Pace, l’organismo voluto da Donald Trumpe destinato, nelle intenzioni dei promotori, a essere più rapido ed efficace delle Nazioni Unite. La cifra compare in una bozza di carta fondativa circolata tra governi e redazioni internazionali. Il testo prevede che, a fronte di un contributo economico versato entro il primo anno di attività, uno Stato possa trasformare un mandato triennale in una partecipazione permanente. Allo stesso tempo attribuisce al primo presidente del Consiglio, ruolo riservato allo stesso Donald Trump, poteri molto estesi, che vanno dalla facoltà di invitare o revocare i membri fino all’interpretazione finale delle decisioni adottate.

Non si tratta di una riforma delle Nazioni Unite, ma della creazione di un organismo parallelo, presentato come più snello e meno condizionato dai veti incrociati che negli ultimi anni hanno spesso bloccato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’idea è nata in relazione alla gestione del dopo-guerra a Gaza, ma nel corso dei mesi il perimetro si è ampliato fino a includere una missione dichiaratamente globale.

gaza

La bozza definisce il Consiglio per la Pace come un’organizzazione internazionale incaricata di promuovere stabilità, ristabilire una governance considerata affidabile e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Il linguaggio è volutamente ampio e non sempre cita esplicitamente Gaza, segno di una trasformazione da strumento emergenziale a piattaforma di intervento globale. In questo assetto la figura del presidente assume un ruolo centrale. Al primo presidente viene attribuita la possibilità di invitare i capi di Stato e di governo, di revocarne la partecipazione salvo un blocco dei due terzi dei membri, e di incidere in modo determinante sulla validità e sull’interpretazione delle decisioni. Secondo diverse ricostruzioni, al presidente spetterebbe anche un potere di veto sostanziale e la possibilità di indicare il proprio successore, elementi che disegnano un accentramento di poteri senza precedenti nel multilateralismo contemporaneo.

Il punto più controverso resta quello economico. La bozza stabilisce che i membri ordinari restino in carica per tre anni, con rinnovo deciso dal presidente, mentre l’accesso alla permanenza richiede un versamento superiore a 1 miliardo di dollari. Per molti osservatori questa clausola introduce un principio di fatto nuovo: il peso istituzionale non deriverebbe solo dal consenso politico, ma anche dalla capacità finanziaria. I promotori sostengono che le risorse raccolte sarebbero destinate alla ricostruzione e alla stabilizzazione di Gaza, ma il legame diretto tra contributo economico e status istituzionale ha alimentato critiche immediate.

Il Consiglio per la Pace è nato all’interno del pacchetto statunitense che mirava a consolidare la tregua del 10 ottobree ad avviare una seconda fase basata sulla creazione di un comitato palestinese a Gaza, sul dispiegamento di una forza internazionale di sicurezza, sul disarmo di Hamas e sulla ricostruzione della Striscia. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 il progetto ha però superato il contesto mediorientale, proponendosi come strumento globale per la gestione dei conflitti. Questo allargamento ha accentuato le tensioni con il sistema delle Nazioni Unite, percepito dai promotori come lento e spesso paralizzato, ma difeso da molti Stati come l’unico quadro legittimato universalmente.

Da New York, i portavoce dell’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno ricordato che in passato il Consiglio di sicurezza aveva accettato la creazione di meccanismi specifici per sostenere la ricostruzione di Gaza, non la nascita di un organismo globale autonomo. Farhan Haq, vice portavoce del Segretario generale, ha sottolineato che l’ONU ha collaborato nel tempo con diverse organizzazioni regionali e che ogni eventuale rapporto con il nuovo Consiglio dipenderà dai dettagli concreti della sua istituzione. Il messaggio è stato interpretato come un’apertura alla cooperazione sul dossier Gaza, ma anche come un chiaro limite politico a qualsiasi tentativo di sostituzione del sistema ONU.

In Europa, secondo fonti diplomatiche, prevale uno scetticismo diffuso. Molti governi temono la nascita di un duplicato del Consiglio di sicurezza privo dei contrappesi multilaterali e guardano con cautela all’idea di impegnare risorse finanziarie così elevate in un quadro normativo non ancora definitivo. Le preoccupazioni riguardano sia la concentrazione dei poteri sia il rischio reputazionale di aderire a un formato percepito come selettivo e costoso.

Accanto all’assemblea dei leader, la bozza prevede la creazione di un Executive Board, incaricato di trasformare le decisioni politiche in azioni operative. Nelle liste circolate, non tutte confermate ufficialmente, compaiono il segretario di Stato Marco Rubio, il consigliere ed ex inviato Jared Kushner, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e l’imprenditore israeliano Yakir Gabay, oltre ad altri esponenti statunitensi. Per Gaza sarebbe previsto anche un organismo esecutivo dedicato, con il compito di seguire l’attuazione della tregua, il dispiegamento internazionale e la ricostruzione. Secondo fonti statunitensi, la composizione ufficiale dovrebbe essere annunciata a margine del Forum economico mondiale di Davos.

Sul piano diplomatico, diversi Paesi hanno confermato di aver ricevuto un invito. Tra questi figurano India, Australia, Giordania, Grecia, Cipro, Pakistan, Canada, Turchia, Egitto, Argentina, Albania, oltre a Russia e Unione Europea. Alcuni governi, come Ungheria e Vietnam, avrebbero già dato un assenso preliminare, mentre altri, tra cui Regno Unito e Francia, stanno valutando con maggiore cautela. Parigi ha ribadito il proprio attaccamento alla Carta delle Nazioni Unite. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che l’invito a Vladimir Putin è stato ricevuto e che sono in corso valutazioni. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha espresso riserve politiche, osservando che appare difficile immaginare in questa fase la presenza congiunta di Ucraina e Russia nello stesso organismo.

I sostenitori del progetto insistono sull’esigenza di maggiore rapidità decisionale e di una burocrazia ridotta. Nel caso di Gaza, l’obiettivo dichiarato è accelerare la messa in sicurezza del territorio, la riattivazione economica, la ricostruzione delle infrastrutture e la riforma della governance locale con il coinvolgimento di una rappresentanza palestinese. Questa impostazione si accompagna a una critica esplicita al funzionamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, giudicato incapace di rispondere in tempi brevi a crisi che evolvono rapidamente.

I critici, al contrario, vedono nella soglia economica richiesta la sostituzione del principio di rappresentanza paritaria con una logica di accesso basata sulla capacità di spesa. Secondo questa lettura, il rischio è la nascita di un organismo fortemente personalizzato, con membri selezionati dall’alto e con un potere di veto concentrato nella figura del presidente-fondatore. Alcuni analisti temono che un simile precedente possa incentivare alleanze a pagamento, ridurre la trasparenza e marginalizzare le società civili e gli attori umanitari. Sullo sfondo resta anche una questione geopolitica più ampia: un organismo percepito come a guida statunitense potrebbe irrigidire gli schieramenti e spingere altre potenze a creare piattaforme alternative, aumentando la frammentazione dell’ordine internazionale.

Per Gaza, i prossimi mesi restano decisivi. La tregua del 10 ottobre ha aperto uno spazio umanitario, ma la ricostruzione richiede sicurezza, flussi finanziari stabili e una governance riconosciuta. Il Consiglio per la Pacepromette di coordinare risorse e tempi certi per progetti infrastrutturali, sanitari ed energetici, in coordinamento con le agenzie dell’ONU e con gli attori regionali. La forza internazionale ipotizzata dovrebbe occuparsi dei passaggi più delicati, mentre la componente palestinese sarà chiamata a dimostrare la propria legittimità sul terreno. Senza un consenso locale reale, qualsiasi architettura imposta dall’esterno rischia però di incontrare resistenze difficili da gestire.

Resta aperta anche la questione della governance interna. L’accentramento dei poteri nel presidente richiede contrappesi credibili, la gestione dei fondi dovrà essere trasparente e sottoposta a controlli indipendenti, e il coordinamento con Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana e Lega Araba sarà decisivo per evitare sovrapposizioni e conflitti di mandato. Le dichiarazioni di apertura alla coesistenza non cancellano i paletti politici già emersi.

Le prossime settimane ruoteranno attorno al Forum economico mondiale di Davos, dove potrebbero essere annunciati i membri, l’Executive Board e il quadro finanziario dei primi interventi su Gaza. Le capitali stanno valutando l’influenza potenziale sulla nuova architettura, i costi politici e reputazionali dell’adesione e la compatibilità con gli impegni già assunti nel sistema internazionale.

Il Consiglio per la Pace si presenta come una sfida diretta al multilateralismo tradizionale. Promette efficienza, risorse e una catena di comando chiara, ma chiede in cambio fiducia in una leadership fortemente personalizzata e accetta forti asimmetrie economiche come criterio di accesso. L’equilibrio tra efficacia e legittimità sarà il banco di prova. Per ora restano tre dati certi: il prezzo richiesto, superiore a 1 miliardo di dollari, la centralità di Donald Trump come primo presidente con poteri eccezionali e l’ambizione dichiarata di superare le istituzioni esistenti. Tutto il resto è ancora in costruzione.

Fonti:
Bozza della Carta del Consiglio per la Pace
Nazioni Unite – dichiarazioni del portavoce Farhan Haq
Ricostruzioni diplomatiche europee e statunitensi
Comunicazioni del Cremlino – Dmitry Peskov
Forum economico mondiale di Davos

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