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“La città che raddoppia e muore di sete”: dentro Kufra, il collo di bottiglia dei rifugiati sudanesi e della crisi degli aiuti

Arrivi continui dal Sudan in guerra, servizi al limite, lavoro nero e fondi umanitari in caduta libera: dentro Kufra, l’oasi libica diventata il punto di rottura di una crisi ignorata

“La città che raddoppia e muore di sete”: dentro Kufra, il collo di bottiglia dei rifugiati sudanesi e della crisi degli aiuti

“La città che raddoppia e muore di sete”: dentro Kufra, il collo di bottiglia dei rifugiati sudanesi e della crisi degli aiuti

All’alba, ai margini di Al Kufra, il vento solleva sabbia e parole gridate. Un caporale libico scandisce nomi, gli uomini si alzano dai teli di plastica e stringono bottiglie d’acqua come fossero documenti. Un camioncino, qualche attrezzo, un compenso promesso che non sempre arriva. È il lavoro a giornata, il primo approdo economico per migliaia di rifugiati sudanesi che ogni mattina si presentano con competenze che restano invisibili: muratori, elettricisti, insegnanti, agricoltori. Molti finiscono a scavare fossi o raccogliere rifiuti per pochi dinari; qualcuno non viene pagato, altri portano a casa abbastanza per pane e tè. Kufra è così: il deserto come datore di lavoro e debitore cronico. Con l’arrivo continuo di persone in fuga dal Sudan in guerra, questa città è diventata un collo di bottiglia della rotta sahariana, dove non mancano solo i soldi, ma anche le risorse minime per reggere un raddoppio improvviso della popolazione.

Sulle mappe Kufra appare come un’oasi remota. Nei fatti è una frontiera interna dell’Africa e il primo approdo libico per decine di migliaia di sudanesi in fuga dal conflitto iniziato nell’aprile 2023. Le stime delle agenzie delle Nazioni Unite indicano che tra 2024 e 2025 l’area ha assorbito ondate successive di nuovi arrivi, tra 350 e 500 persone al giorno, con picchi che hanno messo sotto pressione ospedali, scuole e reti idriche. Qui vivono stabilmente o in transito tra 65.000 e 70.000 rifugiati, numeri che hanno di fatto più che raddoppiato la popolazione locale e trasformato un centro del deserto in una città fragile e sovraccarica.

Le autorità municipali parlano di servizi al limite: attese interminabili per una visita medica, alloggi improvvisati in serre e fattorie, acqua razionata. Le organizzazioni umanitarie descrivono insediamenti informali sovraffollati, latrine insufficienti, un aumento di malattie respiratorie e cutanee. In alcune fasi, durante le piogge, scuole e edifici pubblici sono diventati rifugi temporanei. Intanto molti rifugiati cercano di spostarsi verso nord, verso Ajdabiya, Bengasi o la costa, inseguendo lavori occasionali o passaggi, con rischi noti lungo le piste del deserto.

Il denominatore comune resta la mancanza di mezzi di sussistenza. Valutazioni indipendenti indicano che oltre metà dei nuclei rifugiati considera il lavoro il problema principale. Più del 70 per cento vive in alloggi inadeguati e spesso spende oltre metà del reddito per l’affitto. Il lavoro a giornata in edilizia, agricoltura o pulizie è malpagato e irregolare; diversi rifugiati raccontano di salari ridotti rispetto agli accordi o trattenuti del tutto, di turni di dodici ore che garantiscono appena un pasto. Alcune testimonianze segnalano casi di lavoro forzato e violenze lungo la rotta. Nella migliore delle ipotesi, la sopravvivenza dipende da un equilibrio instabile: oggi si mangia, domani si aspetta.

In parallelo, le forze di sicurezza locali annunciano controlli e rimpatri degli “irregolari”, misure che generano timore anche tra chi attende la registrazione o i documenti. Le denunce di abusi contro migranti in Libia sono documentate da anni e, nelle aree desertiche, restano difficili da monitorare.

Per capire Kufra bisogna guardare al Sudan. La guerra tra Forze Armate Sudanesi (SAF, Sudanese Armed Forces) e Forze di Supporto Rapido (RSF, Rapid Support Forces) ha prodotto lo spostamento di popolazione più ampio al mondo. Tra sfollati interni e rifugiati oltre confine, le stime più recenti parlano di numeri vicini ai 14 milioni di persone, con i bambini che rappresentano almeno metà del totale. Oltre 30 milioni necessitano di assistenza umanitaria e in vaste aree del Paese sono stati documentati livelli di insicurezza alimentare definiti “catastrofici”. Gli sfollati interni restano attorno agli 11 milioni. Questo flusso mette sotto pressione i Paesi confinanti, dall’Egitto al Ciad, dal Sud Sudan all’Etiopia, e per la frontiera orientale libica significa arrivi continui e difficili da gestire.

Mentre i bisogni aumentano, gli aiuti diminuiscono. La risposta d’emergenza per il Sudan e i Paesi di transito è frenata da un sottofinanziamento cronico. Nel 2025 il World Food Programme (WFP, Programma Alimentare Mondiale)ha segnalato una riduzione delle risorse fino al 40 per cento rispetto all’anno precedente, con sei operazioni critiche, tra cui il Sudan, a rischio di interruzione. Senza nuovi fondi, milioni di persone perderanno l’assistenza alimentare. Anche UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) hanno lanciato appelli: il Piano di risposta umanitaria per il Sudan 2025, da 4,2 miliardi di dollari, in diversi momenti dell’anno risulta finanziato solo per circa il 25 per cento. Sul terreno questo significa ritardi nei vaccini, cure nutrizionali insufficienti, scuole senza materiali, reti idriche non riparate. A Kufra ogni ritardo si traduce in code più lunghe e servizi che saltano.

In Libia, il Piano 2025 dedicato ai rifugiati sudanesi e alle comunità ospitanti punta a sostenere 446.000 persone con 106,6 milioni di dollari per sanità, nutrizione, educazione, WASH (Water, Sanitation and Hygiene – acqua, servizi igienici e igiene), protezione e assistenza alimentare. Ma la tempestività dei fondi resta decisiva: se arrivano tardi o in misura ridotta, le organizzazioni tagliano turni, razionano kit, sospendono attività mobili. Le conseguenze sono immediate: fonti d’acqua contaminate, centri sanitari sovraccarichi, famiglie costrette a tornare al lavoro a giornata senza alcuna rete di protezione.

Kufra è anche una frontiera securitizzata. Le autorità chiedono documenti, impongono registrazioni sanitarie, controllano autobus e pick-up sulle piste. Le rotte con Sudan e Ciad sono attraversate da trafficanti e intermediari. I ritardi nella registrazione con UNHCR costringono molti a restare invisibili. Periodicamente emergono notizie di convogli bloccati, gruppi abbandonati nel deserto, arresti e rimpatri. La cronaca ha documentato anche morti per disidratazione a poche decine di chilometri dalla città. È una doppia trappola: si fugge dalla guerra per ritrovarsi senza status legale, lavoro regolare e tutele minime. Indagini giornalistiche hanno descritto episodi di estorsione, detenzione arbitraria e lavoro coatto lungo le rotte orientali, un contesto in cui la protezione dipende dalla capacità di identificare i più vulnerabili e garantire accesso reale ai servizi.

Nei report delle agenzie umanitarie il quadro è costante: i beneficiari aumentano, i finanziamenti diminuiscono. Il WFPaveva già registrato nel 2023 il peggior divario finanziario della sua storia e nel 2025 ha confermato la contrazione delle entrate, con tagli alle razioni anche in Paesi come Kenya e Bangladesh. Per il Sudan e la regione questo significa programmi intermittenti: pacchi alimentari distribuiti un mese e sospesi quello dopo, voucher ridotti, scuole che chiudono perché gli insegnanti non ricevono indennità. In una città di passaggio come Kufra questa discontinuità pesa in modo immediato.

Sul terreno, però, qualcosa tiene. A Kufra e nell’est della Libia, UNHCR, IOM, WFP, UNICEF e partner come International Rescue Committee (IRC) hanno attivato ambulatori mobili, screening nutrizionali per i bambini, distribuzione di kit igienici, interventi sulle reti idriche, supporto psicologico, assistenza in contanti e servizi legali. Nel 2024 la risposta mirava a 194.000 persone e i dati dichiarati parlano di 155.000 assistiti in sanità, 50.000 con ripari e beni di prima necessità, oltre 73.000 in protezione e 44.600 con aiuti alimentari. Il piano 2025 raddoppia l’obiettivo, ma richiede risorse prevedibili. Senza finanziamenti stabili, la parola chiave resta “prioritizzazione”: decidere chi aiutare per primo e chi aspettare.

L’Unione Europea ha aumentato gli stanziamenti umanitari per la Libia e nel 2025 ha destinato fondi specifici a Kufra per rafforzare sanità e acqua in una delle aree più remote del Paese. Dal 2011 l’UE ha investito oltre 95 milioni di euroin aiuti umanitari in Libia, con 3–3,5 milioni destinati alla risposta nell’est nel biennio 2024–2025. È un contributo significativo, ma insufficiente rispetto ai bisogni. Resta inoltre il nodo politico: la gestione libica di migranti e rifugiati continua a essere oggetto di critiche, oscillando tra cooperazione con gli operatori umanitari e misure repressive.

Ciò che servirebbe è noto agli addetti ai lavori: finanziamenti flessibili e pluriennali, un sistema sanitario stabile con ambulanze e catene del freddo per i vaccini, registrazioni più rapide per ridurre il ricorso a rotte informali e lavoro irregolare, interventi mirati sui mezzi di sussistenza e un coordinamento regionale coerente tra Libia e Paesi confinanti. Senza queste condizioni, Kufra resta esposta a ogni interruzione.

Pensare che questa storia resti confinata nel deserto è un errore. I sistemi umanitari sono vasi comunicanti: quando saltano i fondi in un Paese, gli effetti si vedono altrove. A Kufra lo si misura quando mancano i medici o si riducono le razioni del WFP. In pochi anni le risorse dei donatori si sono assottigliate mentre le crisi aumentano. Il risultato è visibile ogni mattina, al mercato del lavoro a giornata, dove uomini e donne aspettano un impiego che dura poche ore. Kufra doveva essere una sosta. Rischia di diventare un punto di arrivo forzato, senza alternative.

Fonti
Nazioni Unite, UNHCR, WFP, UNICEF, IOM, International Rescue Committee, Unione Europea, Piani di risposta umanitaria Sudan 2024–2025, Libya Refugee Response Plan 2024–2025, Rapporti su sicurezza alimentare e sfollamento Sudan.

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