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18 Gennaio 2026 - 10:20
Djahanguir Darvich
Negli anni in cui l’Eporediese cresceva tra cantieri aperti, nuove ville che spuntavano ai margini dei paesi e un’idea di futuro che sembrava finalmente possibile, c’era un nome che circolava sottovoce ma con rispetto. Non era il nome di un politico né di un imprenditore locale, ma quello di un architetto arrivato da lontano, capace di portare con sé un’idea di modernità diversa, più ampia, più coraggiosa. Un nome che oggi torna a galla, come spesso accade con le storie vere, non per caso ma grazie alla memoria di chi c’era, di chi ha visto, ascoltato, costruito. Quel nome è Djahanguir Darvich.
A riportarlo alla luce è Fausto Francisca, sindaco di Borgofranco d’Ivrea, che affida ai social il suo ricordo con il tono semplice e diretto di chi non cerca effetti speciali. Un racconto che nasce più dal dovere della memoria che dalla voglia di costruire una narrazione patinata, e che restituisce il profilo di un architetto fuori dal comune, la cui vicenda personale e professionale attraversa Teheran, Torino, l’Eporediese e gli Stati Uniti, intrecciando politica, architettura e destino. Un filo sottile ma resistentissimo, che unisce luoghi lontani e storie solo apparentemente inconciliabili.
Djahanguir Darvich, nato nel 1933 a Varamin, in Iran, è stato molto più di un progettista di fama internazionale. È stato l’architetto dello Scià di Persia, Reza Pahlavi, uno dei protagonisti della modernizzazione iraniana prima della Rivoluzione islamica. Un ruolo centrale, potente, che lo colloca nel cuore di una stagione storica complessa e contraddittoria, fatta di grandi slanci modernizzatori ma anche di profonde fratture sociali. Un ruolo che, in un’altra epoca, avrebbe garantito gloria eterna, protezione e onori; in quella reale, invece, ha significato anche esilio, silenzio, sradicamento e la necessità di ricominciare da capo.
Ma prima dell’esilio, prima della caduta dello Scià e dell’ascesa degli ayatollah, Darvich è stato anche un giovane architetto innamorato, arrivato in Italia per completare la sua formazione. Dopo gli studi all’Università di Teheran, si laurea a Roma e ottiene un dottorato al Politecnico di Torino, uno dei luoghi più vivaci e stimolanti per l’architettura di quegli anni. È qui che incontra e sposa Marisa Chiei, compagna di corso originaria di Montalto Dora. Ed è proprio da questo legame, umano prima ancora che professionale, che nasce il filo diretto tra un architetto di corte persiana e il nostro territorio, tra la grande storia internazionale e la dimensione locale dell’Eporediese.
Come ricorda Fausto Francisca, chi viveva nell’Eporediese negli anni Sessanta e Settanta se lo ricorda bene. Un giovane architetto straniero, colto, elegante nei modi, capace di parlare di architettura come di una responsabilità sociale prima ancora che estetica. Uno sguardo che andava oltre la tradizione, oltre il già visto, oltre il “si è sempre fatto così”. Molti si affidano a lui per progettare ville ed edifici pubblici, anche grazie alla notorietà del suocero, il geometra Chiei, figura di riferimento a Montalto Dora. Ma non era solo una questione di relazioni o di cognomi che aprivano porte. Darvich portava un’idea di architettura libera, moderna, mai banale, che rompeva gli schemi senza imporli, che dialogava con il territorio invece di violentarlo.
Le sue tracce sono ancora oggi disseminate tra Montalto Dora, Albiano, Borgofranco d’Ivrea, Andrate, fino a spingersi fuori regione, come nel caso del Mercato dei Fiori di Sanremo. Opere diverse, nate in contesti differenti, ma riconducibili a una cifra comune: la libertà progettuale, quella che non si piega alle mode né alle ideologie, che non insegue il consenso immediato e che proprio per questo resiste al tempo più dei proclami e delle architetture urlate.
La stessa libertà emerge con forza nella sua opera più celebre: lo Stadio Takhti di Teheran, inaugurato nel 1973, simbolo della modernità iraniana e ancora oggi utilizzato, persino dalla nazionale. Un impianto che attraversa i decenni e le trasformazioni politiche senza perdere la propria funzione e il proprio significato. Un dettaglio che Franciscasottolinea con forza: nemmeno gli ayatollah si sono mai sognati di distruggerlo. Segno evidente che quando l’architettura è autentica, supera i regimi, le rivoluzioni, le vendette della storia e continua a parlare alle persone.
Con la caduta dello Scià, però, per Darvich cambia tutto. Il legame con il vecchio potere lo rende improvvisamente persona scomoda. È costretto a fuggire, a lasciare il suo Paese, a cercare rifugio negli Stati Uniti, dove continuerà a progettare e a insegnare. A Washington realizza una delle sue opere più curiose e raccontate: la celebre “Narrow House”, una casa strettissima, costruita su un lotto apparentemente impossibile, diventata un’icona dell’architettura residenziale americana. Un edificio che, ancora una volta, racconta la sua capacità di trasformare i limiti in opportunità, i vincoli in linguaggio progettuale.
Eppure, nonostante l’esilio e la distanza, il legame con Torino non si è mai spezzato. Anni fa Djahanguir Darvichtorna in città per una lezione magistrale alla Facoltà di Architettura. Un ritorno discreto, senza fanfare, ma carico di significato. Il maestro che torna dove tutto era iniziato. L’architetto che ha attraversato imperi e rivoluzioni e che rientra da uomo libero, con una storia da raccontare agli studenti, fatta non solo di progetti ma di scelte, rischi, cadute e rinascite.
Il racconto di Fausto Francisca, che lui stesso definisce con modestia una “favola”, è in realtà un prezioso frammento di storia locale e internazionale. Perché Djahanguir Darvich non ha fatto solo la storia dell’architettura iraniana o americana. Ha lasciato un segno anche qui, tra le colline dell’Eporediese, nelle case e negli edifici che ancora oggi parlano il linguaggio di un’epoca in cui si credeva che progettare significasse migliorare la vita delle persone, e non semplicemente riempire metri cubi.
E forse non è un caso che questo ricordo riaffiori proprio oggi, mentre la Persia – l’Iran – vive un nuovo, drammatico passaggio storico. Le storie non tornano mai per caso. Tornano perché chiedono di essere raccontate, prima che il tempo le cancelli. Insomma, Djahanguir Darvich non è solo un nome da riscoprire: è una pagina di storia che unisce mondi lontani e che merita, finalmente, di essere letta fino in fondo.
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