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Venezuela, inflazione al 548% e oltre 8 milioni in fuga: uno Stato può sopravvivere così?

Svalutazione fuori controllo, salari ridotti a simboli, petrolio bloccato e un esodo che non si ferma: i numeri ufficiali raccontano una crisi che non è finita e che pesa su tutto il continente.

Venezuela, inflazione al 548% e oltre 8 milioni in fuga: uno Stato può sopravvivere così?

Venezuela, inflazione al 548% e oltre 8 milioni in fuga: uno Stato può sopravvivere così?

All’ingresso della terminal de autobuses di Cúcuta, sul lato colombiano del ponte Simón Bolívar, una donna conta banconote sgualcite mentre stringe un foglio con il numero di una corsa notturna per Bogotá. Dice solo: “Mejor allá que aquí”. È un gesto elementare, contare i soldi, che in Venezuela ha perso da tempo qualsiasi certezza. Il valore della moneta scivola più in fretta di un autobus in partenza. Secondo le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il Paese ha chiuso il 2025 con un’inflazione di fine periodo pari al 548%. Un numero che, da solo, spiega perché oltre 8 milioni di venezuelani abbiano lasciato il Paese negli ultimi anni, dando vita al più grande esodo della storia recente dell’America Latina.

Dietro percentuali che sembrano astratte c’è una realtà concreta: ogni aumento dei prezzi significa pasti ridotti, stipendi che perdono valore nel giro di settimane, scelte obbligate tra medicine e affitto. È anche una mappa umana che ridisegna il continente, con comunità venezuelane ormai stabilmente presenti in Colombia, Perù, Cile, Brasile, Ecuador e negli Stati Uniti.

Nel suo aggiornamento del World Economic Outlook, il FMI stima per il 2025 un’inflazione “end-of-period” del 548,6% e prevede per il 2026 un’ulteriore accelerazione oltre il 600%. Non si tratta di una distorsione statistica, ma del riflesso di un sistema dei prezzi instabile, di una moneta, il bolívar, incapace di trattenere la fiducia, e di una politica economica che reagisce all’emergenza senza riuscire a imporre una direzione stabile. La differenza tra inflazione media annua e inflazione di fine periodo è decisiva: la prima attenua le oscillazioni, la seconda fotografa il momento più critico, spesso a dicembre, quando svalutazioni e rincorse del cambio si scaricano direttamente sui prezzi.

Le stime interne confermano il quadro. L’Osservatorio Venezuelano delle Finanze (OVF) ha registrato nel 2025 mesi con aumenti a doppia cifra e un’inflazione annualizzata risalita oltre il 200%. Anche quando rallenta, l’inflazione venezuelana resta elevata e pronta a ripartire.

La dimensione dell’esodo è documentata dalla piattaforma R4V (Risposta Regionale per i Rifugiati e Migranti Venezuelani), coordinata da UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Tra la fine del 2024 e il 2025, il numero di rifugiati e migranti venezuelani ha superato gli 8 milioni. La Colombia ne ospita oltre 2,8 milioni, il Perù più di 1,6 milioni, seguiti da Cile, Ecuador e Brasile. L’esodo è ormai un fattore strutturale, con effetti diretti sui servizi pubblici, sui mercati del lavoro e sulle politiche sociali dei Paesi ospitanti.

Nella vita quotidiana questo si traduce in permessi temporanei, regolarizzazioni intermittenti, reti umanitarie sotto pressione e rimesse che tengono in equilibrio milioni di famiglie rimaste in patria. A livello globale, nel 2024 le rimesse verso i Paesi a basso e medio reddito hanno raggiunto i 685 miliardi di dollari. In Venezuela, questi flussi rappresentano spesso l’unica fonte stabile di reddito.

La distanza tra numeri macroeconomici e realtà si misura anche nei salari. Il salario minimo venezuelano è fermo a 130 bolívar dal marzo 2022. Convertito, vale pochi dollari al mese, ben al di sotto della soglia di povertà estrema fissata dalle Nazioni Unite a 2,15 dollari al giorno. Per compensare, il governo ha introdotto bonus indicizzati al cambio ufficiale, come il Bono Contra la Guerra Económica, che nel 2025 ha oscillato tra i 90 e i 120 dollari mensili equivalenti, convertiti in bolívar al tasso della Banca Centrale del Venezuela (BCV). Questi trasferimenti attenuano l’impatto immediato, ma non ricostruiscono salari, non consolidano diritti e restano legati allo stesso meccanismo di svalutazione che alimenta l’inflazione.

inflazione

Sul piano sociale, l’ultima indagine ENCOVI (Encuesta Nacional de Condiciones de Vida) della Universidad Católica Andrés Bello indica nel 2024 una povertà multidimensionale superiore al 56%, con milioni di famiglie ancora in condizioni estreme. I miglioramenti rispetto agli anni peggiori della crisi sono reali, ma fragili.

Dal 2019 la dollarizzazione di fatto ha funzionato come ammortizzatore: pagamenti in dollari, uso di app come Zelle, prezzi espressi direttamente in valuta statunitense. Tra il 2024 e il 2025, però, il quadro è cambiato più volte. Le politiche per rafforzare il bolívar e ridurre l’uso del dollaro hanno portato, secondo rilevazioni private, a una risalita delle transazioni in moneta locale, in alcuni casi oltre il 75% del totale. Ne è derivato un sistema dei pagamenti oscillante, che si sposta verso il dollaro quando il bolívar perde valore e ritorna alla valuta nazionale quando i controlli si irrigidiscono. In questo spazio si sono inserite anche criptovalute e stablecoin come USDT, usate come strumenti di compensazione in un contesto bancario fragile.

Il petrolio resta il nodo centrale. Secondo l’International Energy Agency (IEA), nel 2025 la produzione venezuelana si è attestata tra 0,9 e 1 milione di barili al giorno, lontana dai oltre 3 milioni di vent’anni fa. Investimenti ridotti, perdita di competenze, impianti inefficienti e sanzioni hanno indebolito il settore. Dopo il parziale allentamento delle restrizioni nel 2023, l’OFAC (Office of Foreign Assets Control) degli Stati Uniti ha revocato nell’aprile 2024 la General License 44, limitando le operazioni al solo “wind-down”. Questo continuo cambiamento normativo rende difficili piani industriali di lungo periodo per PDVSA e i suoi partner.

Il legame tra inflazione e cambio resta un circuito difficile da spezzare. Senza un ancoraggio credibile, ogni tensione sul cambio si trasferisce rapidamente ai prezzi, amplificata da un sistema produttivo dipendente dalle importazioni e poco competitivo. Tasse e tariffe locali, aumentate per colmare i deficit, finiscono per gravare sui consumatori.

L’economia della diaspora è diventata una componente strutturale. Le rimesse garantiscono consumi essenziali, ma non sostituiscono politiche pubbliche, non aumentano la produttività e restano esposte agli andamenti economici dei Paesi ospitanti.

In Colombia, Perù e Cile, l’integrazione dei venezuelani è un banco di prova quotidiano. La Colombia ha concesso permessi temporanei a oltre 1,9 milioni di persone; altri Paesi alternano aperture e restrizioni. Senza finanziamenti adeguati ai piani regionali di risposta, come il RMRP R4V (Regional Refugee and Migrant Response Plan), la pressione sociale rischia di aumentare.

Spegnere l’inflazione richiederebbe una combinazione di politiche coerenti: un ancoraggio monetario credibile, una gestione fiscale sostenibile, una strategia chiara sul petrolio e un quadro regolatorio prevedibile. Nessuna misura isolata può bastare.

Il 548% registrato a fine 2025 è un dato pesante, ma non immutabile. Il Venezuela conserva capitale umano, una diaspora formata e una potenziale rendita energetica che potrebbe tornare a contare se le regole del gioco cambiassero. Per ora, alla stazione di Cúcuta, i conti si fanno con il dollaro sul telefono e il bolívar nel portafoglio. Ogni autobus che parte è una scommessa sul futuro.


Fonti utilizzate:
Fondo Monetario Internazionale (FMI), World Economic Outlook; Osservatorio Venezuelano delle Finanze (OVF); UNHCR; OIM; Piattaforma R4V; International Energy Agency (IEA); OFAC – U.S. Department of the Treasury; Universidad Católica Andrés Bello – ENCOVI; Banca Centrale del Venezuela (BCV).

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