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Otto neonati morti di freddo a Gaza: si può morire così nel 2026?

A Khan Younis una bambina di 27 giorni muore per ipotermia. Senza elettricità, senza carburante e con tende distrutte dal maltempo, l’inverno diventa una causa diretta di morte per i più piccoli nella Striscia di Gaza

Otto neonati morti di freddo a Gaza: si può morire così nel 2026?

Otto neonati morti di freddo a Gaza: si può morire così nel 2026?

Una lampadina a batteria trema sotto le raffiche di vento. Una stufa resta spenta perché il carburante non c’è. Tra le braccia della madre, avvolta in strati di tessuti bagnati, una bambina di 27 giorni smette lentamente di reagire al freddo. Quando arriva all’Ospedale Nasser di Khan Younis, i medici tentano di rianimarla, ma non riescono a riportare la temperatura corporea a livelli compatibili con la sopravvivenza. Si chiamava Aisha Ayesh al-Agha ed è morta per ipotermia. Con lei, dall’inizio dell’inverno, il numero dei bambini deceduti per il freddo nella Striscia di Gaza è salito a otto, secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie locali e confermati da più agenzie internazionali. Il gelo, in questo contesto, non è un evento climatico eccezionale ma una causa di morte diretta, favorita da condizioni di vita che non prevedono riscaldamento, elettricità stabile né ripari adeguati.

Il decesso di Aisha non è un caso isolato, ma l’esito più estremo di una situazione che si ripete da settimane. La notizia è stata riportata dall’agenzia WAFA e confermata da fonti mediche citate da Anadolu Agency, trovando poi spazio su testate internazionali come The Guardian. Parallelamente, l’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari) ha documentato l’impatto delle tempeste invernali su decine di migliaia di famiglie sfollate: tende distrutte, siti allagati, servizi igienici inutilizzabili e materiali di riparo insufficienti per affrontare notti con temperature prossime allo zero e un tasso di umidità elevato.

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Secondo i bollettini sanitari diffusi a metà gennaio 2026, il numero di bambini morti per ipotermia dall’inizio della stagione fredda oscilla tra sei e otto, a seconda delle fonti e delle difficoltà di verifica in un territorio colpito da bombardamenti, spostamenti continui e interruzioni delle comunicazioni. Le cifre coincidono con quanto segnalato dall’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), che da settimane avverte del rischio crescente per i neonati e i bambini piccoli in assenza di ripari idonei, coperte adeguate e accesso regolare alle cure.

Il motivo per cui si muore di freddo a Gaza è il risultato di più fattori che si sovrappongono. Il collasso della rete elettrica e la carenza cronica di carburante impediscono l’uso di stufe, generatori e sistemi di riscaldamento, sia nelle abitazioni rimaste in piedi sia nei campi per sfollati. Nelle tende, spesso realizzate con materiali non impermeabili, la temperatura interna non è diversa da quella esterna, ma l’umidità rende la dispersione di calore più rapida. Le tempeste di dicembre e gennaio hanno aggravato la situazione: l’OCHA stima che fino a 65.000 famiglie siano state colpite da piogge e vento, con centinaia di ripari distrutti o seriamente danneggiati e intere aree trasformate in distese di fango. In molti casi si dorme direttamente su terreno bagnato, una condizione che favorisce l’ipotermia e l’insorgenza di infezioni respiratorie.

La risposta umanitaria, pur presente, è limitata da restrizioni all’accesso, difficoltà logistiche e blocchi che rallentano o impediscono la distribuzione degli aiuti. Le stesse strutture delle Nazioni Unite riconoscono che la questione non riguarda solo il numero di tende consegnate, ma la loro reale capacità di proteggere dal freddo. Nei report del cluster ripari dell’ONU si sottolinea che le tende non possono rappresentare una soluzione primaria e duratura per attraversare un intero inverno.

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I neonati sono particolarmente vulnerabili. La loro capacità di regolare la temperatura corporea è limitata, le riserve energetiche sono ridotte e la superficie corporea, rispetto al peso, favorisce una rapida dispersione del calore. In un contesto segnato da malnutrizione diffusa, aumento delle infezioni e crollo dell’assistenza materno-neonatale, una sola notte di vento e pioggia può essere sufficiente a trasformare un semplice raffreddamento in ipotermia grave. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’UNICEF ha segnalato livelli ancora elevati di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni, un fattore che riduce ulteriormente le possibilità di sopravvivenza in caso di esposizione al freddo.

Sul piano sanitario, il sistema ospedaliero è allo stremo. Secondo analisi citate da Physicians for Human Rights e riprese dalla stampa internazionale, tra gennaio e giugno 2025 sono stati registrati oltre 2.600 aborti spontanei e più di 220 decessi correlati alla gravidanza, oltre a migliaia di nascite premature o sottopeso. Nel nord della Striscia, l’Ospedale Kamal Adwan, ultimo presidio con reparto pediatrico operativo, è stato dichiarato non più funzionante dopo un raid a fine dicembre. In questo contesto, anche interventi di base come il riscaldamento graduale di un neonato ipotermico diventano complessi: mancano elettricità continua, incubatrici funzionanti e personale sufficiente.

Le tempeste delle ultime settimane hanno colpito in serie i siti di sfollati. Tra il 12 e il 15 gennaio, secondo dati OCHA, oltre cento insediamenti hanno riportato danni, con migliaia di tende compromesse, servizi idrici e igienici fuori uso, decine di feriti e diversi morti legati direttamente o indirettamente al maltempo. I crolli di muri e strutture improvvisate, documentati da più cronache, rappresentano un ulteriore rischio in luoghi dove il concetto stesso di abitazione è precario.

Gli operatori umanitari ripetono lo stesso messaggio: le tende non bastano. Anche quando vengono distribuiti teli, coperte e kit per impermeabilizzare i ripari, la distanza tra un alloggio di emergenza e uno spazio abitabile in inverno resta ampia. Senza strutture più solide e senza carburante per alimentare riscaldamento, illuminazione e servizi essenziali, il freddo continua a essere un fattore letale.

La crisi incide anche sulle nascite. Un’analisi pubblicata il 14 gennaio 2026 indica un calo del 41 per cento rispetto al 2022, attribuito al collasso dell’assistenza prenatale, alla scarsità di farmaci e alle condizioni in cui avvengono molti parti. Questo quadro rende i neonati ancora più fragili di fronte alle escursioni termiche notturne.

Dal punto di vista clinico, nei neonati si parla di ipotermia quando la temperatura corporea scende sotto i 36 gradi centigradi; sotto i 32-34 gradi il rischio di arresto respiratorio aumenta rapidamente. In un ospedale funzionante, il trattamento è relativamente semplice. In una tenda allagata, di notte, senza elettricità e con strade interrotte, ogni minuto perso riduce le possibilità di arrivare in tempo a una struttura sanitaria.

Le Nazioni Unite continuano a fornire aggiornamenti sulla distribuzione degli aiuti, ma gli stessi documenti riconoscono che le tende rappresentano una misura estrema, non una soluzione invernale. Il carburante resta un elemento decisivo, non solo per scaldare, ma per far funzionare cliniche, pompe idriche e sistemi di sicurezza.

Le immagini che arrivano dai campi di sfollati si assomigliano tutte: teloni tesi dal vento, pali che cedono, acqua che entra ovunque, il calore umano come unica fonte di protezione. In questo contesto, il freddo non è un fenomeno meteorologico neutro, ma un moltiplicatore di rischio che si aggiunge a malnutrizione, infezioni e stress prolungato.

I numeri aiutano a capire la dimensione della crisi, ma non spiegano tutto. Aisha Ayesh al-Agha, 27 giorni, è morta in una notte di gennaio perché non c’erano le condizioni minime per affrontare l’inverno: un riparo asciutto, una fonte di calore continua, un sistema sanitario pienamente funzionante. Finché questi elementi resteranno assenti, il bilancio del freddo continuerà ad aggiornarsi con date precise e nomi sempre più piccoli.


Fonti
WAFA
Anadolu Agency
The Guardian
OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari
UNICEF – Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia
Physicians for Human Rights

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