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18 Gennaio 2026 - 12:38
La locandina del corteo nazionale del 31 gennaio 2026, diffusa da Askatasuna e firmata da Zerocalcare, destinato a coinvolgere l'intera città.
Torino non è più solo lo sfondo, è il terreno di scontro dichiarato. L’assemblea nazionale di Askatasuna, andata in scena sabato 17 gennaio 2026 all’interno del Campus Luigi Einaudi dell’Università di Torino, ha segnato un passaggio politico netto: dopo lo sgombero del 18 dicembre 2025 dello stabile occupato in corso Regina Margherita, il centro sociale non arretra, ma rilancia. E lo fa con una chiamata esplicita alla piazza, usando un linguaggio che rivendica il conflitto, il caos e la rottura degli equilibri istituzionali.
Oltre mille persone, molte più della capienza dell’aula principale, hanno riempito per oltre sette ore due spazi universitari collegati in streaming. Delegazioni da tutta Italia: centri sociali storici come il Leoncavallo di Milano, Spin Time e Quarticciolo da Roma, Labas da Bologna, collettivi studenteschi, realtà No Tav, sindacati di base, movimenti femministi. La presenza politica istituzionale è stata marginale: l’unico volto riconoscibile è quello di Alice Ravinale (Alleanza Verdi Sinistra), arrivata nel finale. Un’assenza che non è casuale: dal palco viene ribadito che "il campo largo non ci rappresenta".

Il cuore dell’assemblea è la manifestazione del 31 gennaio, presentata come uno spartiacque. Tre i punti di partenza annunciati: Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova, per un corteo “capillare” che, nelle parole degli organizzatori, punta a "prenderci tutta la città" e a bloccarne i flussi. Non una semplice protesta, ma una prova di forza. «Saremo protagonisti prima, durante e dopo», viene scandito più volte, rivendicando una responsabilità storica che giustificherebbe l’escalation del conflitto.
Nel mirino c’è il governo guidato da Giorgia Meloni, accusato di portare avanti una “rimodulazione della società verso la guerra”: dalla militarizzazione della didattica alla presenza delle forze dell’ordine nelle scuole, fino ai rapporti tra università e industria bellica. Tutto viene ricondotto a un’unica cornice narrativa: lo Stato come nemico, la repressione come sistema, il conflitto come unica risposta possibile. Nessun riferimento, invece, agli episodi di violenza urbana seguiti allo sgombero: vetrine danneggiate, cariche, lanci di oggetti. Su questo fronte, il silenzio è totale.
Il passaggio più esplicito arriva da un intervento della galassia Spin Time: "Non vogliamo dialogo, vogliamo creare caos". Una frase che chiarisce la linea politica più di qualsiasi manifesto. Il caos non come effetto collaterale, ma come obiettivo dichiarato. "Solo il caos rompe l’ordine e apre spazi di cambiamento reale", viene ripetuto. È qui che l’assemblea smette definitivamente di essere un momento di discussione sugli spazi sociali e diventa la rivendicazione della tensione permanente come metodo.

A dare una forma visiva alla chiamata del 31 gennaio è la locandina firmata da Zerocalcare: “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana”. Un’operazione comunicativa potente, che richiama simboli resistenziali e identitari, e che diventa immediatamente il segno grafico della mobilitazione. Un’immagine che, però, cozza con la radicalità dei contenuti emersi in aula, dove si parla apertamente di “far paura alle istituzioni”.
Tra gli interventi più applauditi, quello di Giorgio Cremaschi, ex garante del patto di collaborazione con il Comune di Torino, che attacca duramente il ministro dell’Interno e le forze dell’ordine: "Siamo e vogliamo essere cattivi contro questo potere infame". Subito dopo, Sara Munari, una delle figure emergenti di Askatasuna, rivendica l’antistituzionalità come cifra identitaria: "Le istituzioni nascono per soddisfare i bisogni dei potenti. Gli spazi servono come infrastrutture di lotta".
Non mancano i momenti di solidarietà politica: agli arrestati delle ultime mobilitazioni, all’imam di San Salvario Mohamed Shahin, a Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, accusato di finanziamento a una cellula di Hamas. Anche qui, nessuna distinzione tra piani giuridici e politici: tutto viene inglobato in una narrazione unica di repressione generalizzata.
Fuori dall’ateneo, la reazione è immediata. Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia) parla di "università trasformata in palcoscenico di criminali" e contesta duramente l’uso di spazi pubblici per iniziative che inneggiano alla guerriglia urbana. Sul fronte accademico, però, la linea è opposta. Anna Mastromarino, professoressa di Diritto e direttrice del Campus Luigi Einaudi, difende la scelta con dati concreti: "Mille persone, nessun danno, nessun imbrattamento. È uno spazio di dialogo e rimarrà tale".
Due letture inconciliabili. Da una parte l’università come luogo di confronto, dall’altra l’accusa di aver offerto una copertura istituzionale a un’iniziativa che rivendica apertamente il caos e la rottura dell’ordine democratico. Nel mezzo, una città che si ritrova ancora una volta laboratorio del conflitto, avvisata con largo anticipo: il 31 gennaio non sarà una manifestazione come le altre.
Askatasuna non annuncia la nascita di un nuovo soggetto politico. "Non sappiamo come finirà, sappiamo solo come inizia", dicono i portavoce. Ma il messaggio è chiaro: dopo lo sgombero e gli scontri, il centro sociale non intende rientrare nei ranghi. La piazza è convocata, la strategia è dichiarata, il linguaggio è quello della prova di forza. Tutto il resto – legalità, convivenza, responsabilità – resta fuori dall’aula. E, per ora, anche fuori dal loro orizzonte politico.
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