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Iraniani in piazza a Torino: «né mullah né lo scià»

Presidio in piazza Carignano sotto la pioggia con sindacati, Anpi e quasi tutti i partiti. Solidarietà agli esuli e scontro politico sulle letture della crisi iraniana

Iraniani in piazza a Torino: «né mullah né lo scià»

Sotto una pioggia battente, piazza Carignano a Torino, oggi, è stata teatro di un presidio a sostegno delle proteste in corso in Iran che si è aperto con un coro tanto semplice quanto netto: “Né mullah, né lo scià”.

Uno slogan scandito fin dall’inizio e ripetuto più volte nel corso della mattinata, che ha dato il senso politico dell’iniziativa e che, nonostante il maltempo, ha raccolto quasi duecento persone.

Al presidio hanno aderito il Consiglio regionale del Piemonte, i sindacati Cgil, Cisl e Uil, l’Anpi, numerose associazioni, esponenti radicali e partiti politici di diversa collocazione: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Democrazia Cristiana, Psi. Dal microfono uno degli speaker ha voluto puntualizzare l’elenco delle presenze politiche, precisando “tutti meno Avs”, una sottolineatura che ha fatto emergere anche le assenze in una piazza che si è presentata come trasversale e composita.

In piazza erano presenti numerosi iraniani che vivono in Italia, dissidenti ed esuli, molti dei quali portavano con sé storie personali di repressione e persecuzione. Tra loro anche le tre persone che nelle scorse settimane hanno denunciato alla Digos di aver ricevuto dal Ministero dell’Istruzione di Teheran messaggi dal contenuto inequivocabilmente minatorio. “C’erano dettagli sulle loro abitudini di vita, sui loro spostamenti, sui componenti del nucleo familiare”, è stato spiegato dal palco, un racconto che ha reso palpabile il clima di intimidazione che il regime iraniano continua a esercitare anche oltre i confini del Paese.

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Dal presidio è arrivato anche un rifiuto netto di qualsiasi ipotesi di ritorno al passato monarchico. “Il ritorno alla monarchia non ci interessa. L’abbiamo già sperimentata. Lo scià al potere ha significato polizia militare, torture, eliminazione sistematica dei nuovi intellettuali. Io stesso, quando studiavo alle scuole superiori, feci un anno di carcere. La storia non può e non deve tornare indietro”, ha raccontato all’ANSA un manifestante di 65 anni, riportando la discussione su un piano di memoria diretta e vissuta.

La manifestazione è stata promossa dall’associazione Iran Libero e democratico, che appoggia la linea del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, con sede a Parigi.

Il presidente Tullio Monti ha voluto chiarire con decisione il senso politico dell’iniziativa: “Non è vero che il popolo iraniano vuole lo scià: è solo propaganda mediatica orchestrata dagli Stati Uniti. E non è vero che il popolo iraniano chiede un intervento esterno: dalla tirannia intende liberarsi con le proprie mani”.

Secondo Monti, il valore del presidio sta anche nella capacità di far arrivare un segnale concreto all’interno del Paese: “La solidarietà giungerà nelle case degli iraniani grazie alle tv satellitari della resistenza”.

Guardando al futuro, il presidente dell’associazione ha aggiunto: “Dopo la caduta della tirannia proporremo elezioni libere per creare un’assemblea costituente. Vogliamo un Iran senza armi nucleari e che viva in pace con il Medio Oriente, Israele compreso”. Quanto alla fase attuale, Monti ha parlato di una repressione tutt’altro che conclusa: “La pausa è solo apparente e la situazione continua a essere terribile”.

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Alla manifestazione torinese non sono però mancate prese di distanza e critiche.

Paolo Ferrero, segretario provinciale di Rifondazione Comunista, ha annunciato la dissociazione del partito dall’iniziativa: “Noi non siamo in piazza con chi inneggia allo stato genocida di Israele, all’intervento militare israeliano e statunitense in Iran, allo scià”.

Pur esprimendo solidarietà alle proteste popolari iraniane, Ferrero ha spiegato: “Nell’esprimere la piena solidarietà alle manifestazioni popolari che vi sono state in Iran in questi mesi, condanniamo duramente la loro repressione. Denunciamo parimenti che paesi come Israele e gli Usa hanno posto in essere una strategia terrorista di infiltrazione di agenti provocatori che hanno operato per trasformare le mobilitazioni popolari in una insurrezione armata finalizzata al ritorno dello scià”.

Secondo Ferrero, “questo stravolgimento del carattere pacifico delle manifestazioni è stato ricercato per giustificare presso l’opinione pubblica occidentale la necessità di arrivare all’aggressione militare dell’Iran e a un nuovo colpo di Stato fatto, come sempre, in nome della democrazia”.

Per queste ragioni, ha concluso, “oggi Rifondazione Comunista non è in piazza con chi inneggia a Israele”, ricordando che “le sanzioni allo stato iraniano che durano dal 1979, come la politica di Israele e degli Stati Uniti, sono all’origine del problema” e che “il regime dello scià, insediato da un colpo di Stato voluto dagli Usa nel 1953 per impadronirsi delle risorse petrolifere dell’Iran che il legittimo governo iraniano di Mossadeq aveva nazionalizzato, ha angariato e torturato abbastanza il popolo iraniano senza che venga oggi riproposto”.

Rifondazione Comunista ha infine annunciato che organizzerà “iniziative che pongano al centro la libertà di manifestare e si contrappongano fermamente a chi vuole portare la guerra in Iran”.

Sempre a Torino, ma in un contesto diverso, è intervenuto anche Giorgio Cremaschi, ex sindacalista Fiom e oggi esponente di Potere al Popolo, parlando all’assemblea nazionale di Askatasuna. “Non siamo solo solidali con chi è colpito dalla repressione: noi siamo complici e non accettiamo la divisione in buoni e cattivi perché siamo e vogliamo essere cattivi contro questo potere”, ha dichiarato. Cremaschi ha annunciato: “Il 31 gennaio saremo in piazza anche noi”, aggiungendo che “siamo di fronte a una crisi di sistema con cui il sistema reagisce con rabbia, violenza, oppressione”. Rivolgendosi ad Askatasuna, ha concluso tra gli applausi: “Un grazie perché sono stati capaci di ribaltare un atto repressivo in un movimento di forza ed è questo che noi dobbiamo fare: ribaltare la frittata, giocare nel loro campo e non avere paura”.

In piazza Carignano è arrivata anche una presa di posizione istituzionale. Il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, si è rivolto direttamente agli iraniani presenti affermando: “Siamo al vostro fianco, al fianco di quanti combattono il regime assolutista di Teheran”. Nicco ha annunciato che giovedì prossimo l’assemblea regionale voterà un ordine del giorno “per schierarsi anche in modo formale” a sostegno delle proteste.

Fra gli esponenti politici intervenuti figuravano Paolo Ruzzola, consigliere regionale di Forza Italia, Daniela Ruffino della direzione nazionale di Azione, Fabrizio Bertot di Fratelli d’Italia, Fabrizio Ricca, consigliere regionale della Lega, e Andrea Gavazza, del Partito Democratico, sindaco di Cavagnolo.

Ha preso la parola anche Mercedes Bresso, ex presidente della Regione Piemonte ed europarlamentare del Partito Democratico, intervenuta per l’associazione Sinistra per Israele – Due popoli due Stati, portando un contributo che ha collegato la crisi iraniana al più ampio scenario mediorientale.

Una piazza, quella torinese, attraversata da posizioni diverse e talvolta contrapposte, ma accomunata dal tema della repressione e della libertà. Sotto la pioggia, tra cori, interventi e prese di distanza, piazza Carignano ha restituito l’immagine di una mobilitazione complessa, segnata da solidarietà, fratture politiche e letture opposte del conflitto iraniano, specchio di un dibattito che va ben oltre i confini dell’Iran.

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