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Guido Gozzano, il poeta che smonta i sogni: ironia, malinconia e «buone cose di pessimo gusto»

Un testo di Ovidio Berto. Tra crisi di fine Ottocento, «buone cose di pessimo gusto», malattia e disincanto: vita, opere e stile di Guido Gozzano, dal Meleto ai Colloqui fino al viaggio in India

Guido Gozzano, il poeta che smonta i sogni: ironia, malinconia e «buone cose di pessimo gusto»

Guido Gozzano in compagnia dell’attrice Lydia Borelli e di Amalia Guglielminetti.

Guido Gozzano pubblica le sue poesie nei primi anni del Novecento, è opportuno perciò soffermarsi, sia pure brevemente, sul retroterra ottocentesco e in particolare sul Decadentismo, un movimento culturale in cui affonda le sue radici la poesia del secolo.


Il decadentismo si afferma nella seconda metà dell’Ottocento in antitesi con il naturalismo, il relativismo romantico e la fredda formula «l’arte per l’arte» dei poeti parnassiani: dalla visione oggettiva si passa alla visione soggettiva della realtà, nasce la sfiducia nella ragione e nella scienza e trovano spazio elementi irrazionalistici e spiritualistici dell’uomo; l’essenza della realtà viene ricercata al di là dell’appartenenza delle cose.
Si orientano verso questa interpretazione della realtà anche la filosofia e la psicologia: basti pensare all’intuizionismo di Bergson, al superomismo di Nietzsche, alla psicanalisi di Freud. La ricerca letteraria viene indirizzata verso un mondo misterioso ed onirico.
Tematiche di fondo del decadentismo sono un senso di spossatezza dei sensi, l’ambiguità e la perversione del mondo femminile, la contemplazione della morte della società e delle cose.
In Italia il decadentismo trova i suoi maggiori interpreti in Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio.
Secondo Pascoli gli uomini e le cose sono avvolte di mistero che solo il poeta può penetrare, grazie alla sua sensibilità che è in grado di percepire la voce del fanciullino che è sempre dentro di noi e «che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione».
I personaggi dei romanzi di D’Annunzio manifestano, dopo la ricerca sfrenata del piacere, un senso di vuoto e di insoddisfazione, un’inquietudine interiore che è tipica del gusto decadente, così come l’estetismo che il poeta manifesta attraverso un linguaggio aulico, inimitabile e una straordinaria ricchezza di tempi e di argomenti.
Si oppongono polemicamente alla magniloquenza di D’Annunzio, nei primi anni del Novecento, i poeti crepuscolaricon un linguaggio semplice, discorsivo, prosastico: l’antiretorica della vita quotidiana. Fu lo scrittore e critico Giuseppe Antonio Borgese, amico del Gozzano, ad usare per primo la definizione di poeta crepuscolare, il 1° settembre 1910 su «La Stampa», in una recensione alle liriche di Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves, con cui si voleva collocare questi poeti ai margini della grande tradizione dei maestri dell’ultimo Ottocento, ma servì poi ad indicare anche il loro modo di atteggiarsi di fronte alle cose.
Un atteggiamento di crisi delle certezze e di vuoto interiore caratterizzato da senso di solitudine, intimismo malinconico, voluttà di dolore e di pianto fino all’autocommiserazione.
Il mondo dei crepuscolari è fatto di cose semplici e tristi: la musica girovaga, gli autunni malinconici, i mendichi stracciati e malati, le chiese solitarie, gli ospedali, gli interni piccolo-borghesi antiquati, squallidi e malati; un mondo provinciale animato da un sentimento di malattia fisica e morale, di impotenza e di insufficienza alla vita.
Le tematiche intrise di malinconia e di tristezza e la propensione per lo stile dimesso, antieloquente e prosastico ritornano in Guido Gozzano che è considerato il maggiore dei poeti crepuscolari perché riesce a distaccarsi dal mondo provinciale, ingenuo e mediocre che egli descrive, un mondo creato e accarezzato, ma nello stesso tempo dissolto e visto in controluce, al quale non può aderire.
L’ironia, sempre presente nella sua produzione letteraria, gli conferisce un posto di primo piano nella poesia crepuscolare.

Gozzano e il Meleto.

Guido Gozzano nacque a Torino il 19 dicembre del 1883 nella casa di via Bortolotti 2, nei pressi di Piazza Solferino, in una famiglia dell’alta borghesia originaria di Agliè. La madre, Deodata Mautino figlia del senatore Mautino, raffinata e colta, fu il personaggio centrale della sua vita, infatti sarà la madre, che amava la letteratura e il teatro, a indirizzare l’attività del poeta.
Il padre Fausto, provetto ingegnere e padre severo, garantiva alla famiglia, con il suo lavoro, una vita agiata. Guido aveva quattro fratelli: Erina, la maggiore, Renato di dieci anni più giovane di lui, Arturo e Carlo morti ancora bambini.
La famiglia abitava a Torino, ma era solita trascorrere le vacanze nella villa di Agliè dei Mautino, Il Meleto, luogo d’incontri, di feste, di rappresentazioni teatrali, organizzate dalla madre. A contatto con la natura dell’ambiente canavesano, dove trascorse i momenti più belli dell’infanzia e dell’adolescenza e, per motivi di salute, il poeta costruì il materiale del suo futuro mondo poetico.
Compì gli studi ginnasiali in diverse scuole e conseguì la licenza liceale al Liceo Pareggiato di Savigliano nel 1903. L’anno successivo si iscrisse alla facoltà di Legge e contemporaneamente frequentava le lezioni di Arturo Graf, professore di letteratura alla facoltà di Lettere e poeta affermato, manifestando il suo interesse per la letteratura.
In quegli anni frequentò i circoli letterari, fra cui la società di Cultura, fondata nel 1899 dai letterati Gustavo Balsamo Crivelli, Giovanni Cena, Zino Zini e Francesco Pastonchi, dove si intratteneva con professori, letterati, poeti, filosofi e intellettuali della cultura torinese ed ebbe modo di incontrare i poeti francesi della seconda stagione simbolista Rodenbach, Maeterlinck e James che furono i suoi modelli preferiti.

Una vena poetica originale.

Le prime poesie furono definite dal poeta stesso «imparaticci dannunziani» per l’influenza di D’Annunzio, ma nella raccolta La via del rifugio, pubblicata da Streglio nel 1907, Gozzano dimostra di aver raggiunto una vena originale e una sua personalità poetica. Tra le poesie di questa raccolta, I sonetti del ritorno sono un chiaro esempio dell’originalità delle cadenze poetiche, rispetto al gusto dominante, dello stile dimesso e antiretorico.
La descrizione della casa centenaria dei suoi avi suscita nel poeta una commozione profonda e una struggente nostalgia del passato: «Sui gradini consunti, come un povero / mendicante mi seggo, umilicorde: / o Casa, perché sbarri con le corde / di glicine la porta del ricovero? / La clausura dei tralci mi rimorde / l’anima come un gesto di rimprovero: / da quanto tempo non dischiudo il rovero / di quei battenti sulle stanze sorde! / Sorde e fredde e buie… Un odore triste / è nell’umile casa centenaria / di cotogna, di muffa, di campestre».
Il ricordo del nonno, che in quella casa aveva trascorso la sua vita, è carico di tensione emotiva e ravviva il desiderio di una vita semplice, serena, libera dalle inquietudini e dalle complicazioni letterarie. Il terzo e quarto sonetto recitano: «O Nonno! E tu mi perdoneresti / ozi vani di sillabe sublimi, / tu che amasti la scienza dei concimi / dell’api, delle viti degli innesti! / (..) Nonno, l’argento della tua canizie / rifulge nella luce dei sentieri: / passi tra i fichi, tra i susini e i peri / con nelle mani un cesto di primizie: / “Le piogge di Settembre già propizie / gonfian sul ramo fichi bianchi e neri, / susine claudie… A chi lavori e speri / Gesù concede tutte le delizie!” / Dopo vent’anni, oggi, nel salotto / rivivo col profumo di mentastro / e di cotogna tutto ciò che fu. / Mi specchio ancora nello specchio rotto, / rivedo i finti frutti d’alabastro… / Ma tu sei morto e non c’è più Gesù».
In alcuni versi di questa poesia si può notare la componente ironica della descrizione delle suppellettili che arredano il salotto, un esempio tipico del cattivo gusto del mondo provinciale: «E il mio sogno riveda i suoi principi / nei frutti d’alabastro sugli stipi / martirio un tempo del fanciullo ghiotto / nei fiori finti, nello specchio rotto / nelle sembianze dei dagherrotipi».
«Le buone cose di pessimo gusto», come egli stesso le definisce, ritornano in una lirica della raccolta successiva e con sempre maggiore evidenza nella poesia L’amica di mia nonna Speranza: «Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone / i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!) / il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, / i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, / un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, / gli oggetti col monito “salve”, “ricordo”, le noci di cocco, / Venezia ritratta a mosaici, gli acquarelli un po’ scialbi, / le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici…».

I primi sintomi della malattia.

La pubblicazione della raccolta La via del rifugio ebbe successo di critica e di pubblico e ne fu fatta una ristampa, essendo esaurita la prima edizione. In quello stesso anno (1907) il poeta si ammalò: i medici gli riscontrarono una lesione all’apice del polmone sinistro. La sua vita subì un cambiamento radicale: per curare la tubercolosi si allontanò spesso da Torino soggiornando in alcune località della Riviera Ligure e nella villa Il Meleto di Agliè. Della sua malattia parlava poco con gli amici e ne minimizzava i sintomi, ne parla invece nella poesia Alle soglie con un tono pacato, sereno, quasi con distacco, scevro di quel vittimismo languido di cui era intrisa buona parte della poesia crepuscolare.

Gozzano, in basso a sinistra, attorniato

Gozzano, in alto a sinistra, attorniato da familiari ed amici. Guido Gozzano nacque a Torino il 19 dicembre 1883 e qui morì il 9 agosto 1916. Le sue spoglie riposano nella chiesa di San Gaudenzio ad Agliè.

Le donne della sua fantasia.

Il 1907 fu l’anno più ricco di eventi per Guido Gozzano, infatti conobbe Amalia Guglielminetti, una poetessa affermata, colta ed elegante. Tra il 1907 e il 1908 si scrissero lettere appassionate, ma la loro relazione durò poco; il poeta non volle legarsi a lei. Forse per la malattia, ma anche perché egli era legato alle donne della sua fantasia: la signorina Felicita, l’ipotetica moglie, Carlotta, l’amica di nonna Speranza, Cocotte, una prostituta che aveva visto soltanto per un istante quand’era bambino, ma che gli era rimasta impressa soprattutto perché aveva letto nei suoi occhi un desiderio inespresso di maternità: «Ho rivisto il giardino, il giardinetto / contiguo, le palme del viale, / la cancellata rozza dalla quale / mi protese la mano ed il confetto… / Un giorno – giorni dopo – mi chiamò / tra le sbarre fiorite di verbene: / “O piccolino, non mi vuoi più bene!...” / “È vero che tu sei una cocotte?” / Perdutamente rise… E mi baciò / con le pupille di tristezza piene. / Tra le gioie defunte e i disinganni, / dopo vent’anni, oggi si ravviva / il tuo sorriso… Dove sei cattiva / signorina? Sei viva? Come inganni / la discesa terribile degli anni? / …Vieni. Che importa se non sei più quella / che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno, / o vestita di tempo! Oggi ho bisogno / del tuo passato! Ti rifarò bella / come Carlotta, come Graziella / come tutte le donne del mio sogno! / …».
Nel 1911 venne pubblicata la raccolta di poesie I colloqui in cui ritornano i temi della Via del rifugio, ma trattati con una sensibilità più matura; si nota inoltre una maggiore raffinatezza nel ritmo del verso e nella ricerca linguistica. Anche questa raccolta fu bene accolta dalla critica: Guido Gozzano era diventato famoso e le sue poesie venivano lette in pubblico da attrici famose come Lydia Borelli e le sorelle Zanardini.

Signorina Felicita.

Merita particolare attenzione tra le composizioni di questa raccolta il poemetto La signorina Felicita, ovvero la Felicità, in cui c’è il rimpianto per una vita non vissuta, pubblicato nel 1909 nella Nuova Antologia, rivista letteraria edita a Roma, il cui capo redattore era lo scrittore Giovanni Cena.
Si tratta di una novella in versi: un avvocato raffinato, colto e letterato (l’alter ego del poeta) trascorre una vacanza in un piccolo paese del Canavese (Agliè) presso una villa secentesca dove incontra la signorina Felicita, una donna nubile, non più giovane né bella, più povera e semplice di lui. L’avvocato è attratto dall’ingenuità di Felicita, dalla sua faccia buona e casalinga e la corteggia vagheggiando una vita semplice e serena accanto a lei. Prima di partire, riesce a strapparle la promessa di attendere il suo ritorno per legarsi a lui, ma egli è consapevole che non ritornerà e l’ironia, che accompagna sempre la sua poesia, diventa più sarcastica quando, nel momento dell’abbandono, mette a nudo la sua finzione:
«Signorina Felicita, a quest’ora / scende la sera nel giardino antico / della tua casa. Nel mio cuore amico / scende il ricordo. E ti rivedo ancora, / e Ivrea rivedo e la cerulea Dora / e quel dolce paese che non dico / (..) Villa Amarena! Dolce la tua casa / in quella grande pace settembrina! / (..) Sei quasi brutta, priva di lusinga / nelle tue vesti quasi campagnole, ma la tua faccia buona e casalinga, / ma i bei capelli di color di sole, / attorti in minutissime trecciuole, / ti fanno un tipo di beltà fiamminga. / (..) Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi / rideva una blandizie femminina. / (..) “Signorina s’io torni d’oltremare, / non sarà d’altri già? Sono sicuro / di ritrovarla ancora? Questo puro / amore salirà l’altare?” / E vidi la sua bocca sillabare / a poco a poco le sillabe: giuro. / (..) Giunse il distacco amaro, senza fine / (..) M’apparisti così come in un cantico / del Prati, lacrimante l’abbandono / per l’isole perdute nell’Atalantico; / ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono / sentimentale giovine romantico… / Quello che fingo d’essere e non sono!»

Dello stesso anno (1911) Gozzano seguì come giornalista l’Esposizione Internazionale svoltasi a Torino. Quella manifestazione era lontana dai suoi interessi per cui non riuscì a cogliere l’importanza sociale ed economica del processo di industrializzazione della città.
Il poeta era legato alla Torino del passato; egli amava i palazzi di pietra pieni di storia e di mistero, come Palazzo Madama, l’armonia delle forme del Valentino, la vita caotica di Porta Palazzo, i saloni pettegoli, i bogianen e Gianduia, sempre savio e ridarello. E non poteva mancare tra le sue poesie quella dedicata a Torino.
«(..) Come una stampa antica bavarese / vedo al tramonto il cielo subalpino… / Da Palazzo Madama al Valentino ardon le Alpi tra le nubi accese… / È questa l’ora antica torinese, / è questa l’ora vera di Torino (..) / Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca / tuttavia di un tal garbo parigino, / in te ritrovo me stesso bambino, / ritrovo la mia grazia fanciullesca / e mi sei cara come la fantesca / che m’ha veduto nascere, o Torino! / …».

Villa del Meleto, Agliè. Una delle ultime fotografie del poeta in compagnia della madre Deodata Mautino.

Villa del Meleto, Agliè. Una delle ultime fotografie del poeta in compagnia della madre Deodata Mautino.

Il viaggio in India e gli ultimi tempi.

Nel 1912 Guido Gozzano compì un viaggio in India che si rivelò per lui una delusione poiché non trovò l’India descritta nei libri che aveva letto: il suo viaggio verso la «cuna del mondo» divenne in realtà un viaggio attraverso il cimitero del mondo, non privo tuttavia di fascino.
Dopo tre mesi tornò a Torino e scrisse una serie di articoli che verranno pubblicati su «La Stampa» e su «La donna»nel 1914; ne fu ricavato il libro dal titolo Verso la cuna del mondo, apparso postumo.
Tra l’altro scrisse anche filastrocche e rime per bimbi e i volumi di fiabe I tre talismani, La principessa si sposa, L’altare del passato, di minor valore letterario rispetto alle raccolte di poesie.

Tra il 1915 e il 1916 si impegnò alla stesura della sceneggiatura di un film su san Francesco d’Assisi che non venne poi realizzato, ma di cui è rimasto il soggetto. L’ultima sua opera Le farfalle, iniziata già nel 1900 ma rimasta incompiuta, è un trattato scientifico in poesia la cui stesura fu lenta e laboriosa e i versi scarsamente originali.
Non coinvolto dalla retorica nazionalista del periodo, viveva con sempre maggiore distacco ed ironia il presente, sentendosi parte di un passato perduto.
Nel luglio del 1916 la sua malattia si aggravò e fu colto da una crisi terribile mentre si trovava a Sturla, presso Genova. Accompagnato dalla sorella Erina, affrontò il faticoso viaggio in treno per ritornare a Torino, accanto alla madre. Morì nella casa di via Cibrario 65, il 9 agosto dello stesso anno, all’età di 33 anni. Riposa nella chiesa di san Gaudenzio ad Agliè.

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