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16 Gennaio 2026 - 10:39
Federico Riboldi e Thomas Schael
Chi l’avrebbe detto. Dopo mesi, stagioni, festività comandate e probabilmente anche qualche cambio di guardaroba, il bilancio 2024 della Città della Salute sembra aver imboccato l’uscita del labirinto. Non è ancora fuori, attenzione. Ma almeno ora si intravede una sagoma, una luce fioca, una specie di lumino amministrativo che dice: “forse ci siamo”.
La Regione, dal suo grattacielo panoramico, pare pronta a concedere il sospirato via libera. Un’espressione che nel linguaggio comune suona come “pace fatta”, ma che nel lessico dei contabili significa: abbiamo letto, riletto, chiesto altre carte, richiesto altre carte sulle carte precedenti, e ora – forse – possiamo andare avanti. Il tutto con calma, perché qui la fretta è nemica della prudenza, soprattutto quando si parla di milioni.
Già, perché prima della stretta di mano finale è arrivata una richiesta supplementare di documentazione degna di un trasloco ministeriale. Una valanga di carte chieste alla vigilia di Natale, quando normalmente ci si scambia panettoni, non prospetti contabili. E invece no: in corso Bramante si è lavorato tra una fetta di torrone e un allegato integrativo, fino all’incontro chiarificatore che – dicono – dovrebbe mettere il sigillo definitivo entro pochi giorni.

Livio Tranchida
La storia, però, non nasce oggi. Affonda le radici nell’era del commissario Thomas Schael, che già prima di mettere piede a Torino aveva fatto sapere che quel bilancio non lo avrebbe firmato a cuor leggero. Anzi. Verifiche, consulenti, advisor, controlli incrociati: una macchina da guerra contabile poi drasticamente ridimensionata dopo il suo addio. Da lì in avanti, silenzio, attese, rinvii. Fino al 4 novembre, quando il nuovo direttore generale Livio Tranchida ha messo la firma sul documento più discusso della sanità piemontese.
La linea regionale, almeno a parole, era chiarissima: chiudere il prima possibile. E così è stato, almeno formalmente. Ma il bilancio 2024 non è una semplice fotocopia del passato. Dentro ci sono scelte che segnano una discontinuità netta, a partire dal famigerato Fondo Balduzzi e dalla gestione dell’intramoenia, terreno minato da anni. Perché tra il 2012 e il 2022 – diciamolo senza troppi giri – le rendicontazioni non brillavano per precisione. Ed è proprio su quel decennio che la Procura sta ancora guardando con attenzione.
Il nuovo bilancio prova a fare ordine, ma lo fa con lo straccio, non con la bacchetta magica. Spariscono 7,3 milioni di euro: quel famoso 5% delle prestazioni intramoenia che per legge avrebbe dovuto servire ad abbattere le liste d’attesa. Soldi che non si possono recuperare dai medici (lo dicono i tribunali, non un’opinione) e che quindi, spiegano i tecnici, non possono essere messi a bilancio senza rischiare qualcosa di più di una figuraccia. Risultato: stralcio. E nuova verifica.
A supporto della scelta c’è anche un parere tecnico, firmato dall’esperto Davide Di Russo, basato – come lui stesso ha puntualizzato – sui fatti riferiti dall’azienda. Formula elegante che, tradotta, suona più o meno così: io valuto ciò che mi dite, poi la realtà vediamo.
Nel frattempo emerge un altro dettaglio che dettaglio non è: l’intramoenia chiude l’anno con un rosso di circa 402 mila euro. Un evento raro, quasi esotico, visto che la libera professione dovrebbe stare rigorosamente in pareggio. E poi c’è il Fondo di perequazione, pensato per compensare chi l’intramoenia non può farla, che resta una questione ancora tutta da chiarire.
A questo punto la prudenza della Regione diventa improvvisamente comprensibile. In un mondo ideale tutto questo si sarebbe risolto tra aprile e luglio, quando normalmente si approvano i bilanci delle Asl. Ma qui il calendario è un’opinione e le indagini della Procura – firmate dai pm Giulia Rizzo e Mario Bendoni – consigliano di alzare il livello di attenzione. Molto.
Così oggi, sul piano amministrativo, siamo davvero alle battute finali. Ma nessuno esclude che i criteri applicati al 2024 diventino un precedente scomodo anche per il futuro. Perché una volta che inizi a guardare sotto il tappeto, poi non puoi far finta di niente se trovi la polvere anche nella stanza accanto.
Insomma, la “luce in fondo al tunnel” c’è. Ma non è detto che sia l’uscita. Potrebbe essere solo un altro ufficio dove firmare ancora qualche documento. Con calma. Sempre con molta calma.
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