AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
16 Gennaio 2026 - 09:00
Un viaggio che non è soltanto geografico, ma umano, culturale e spirituale. Mercoledì 14 gennaio, nella sala conferenze Trinità di via Milite Ignoto a Cuorgnè, l’Unitre di Cuorgnè ha ospitato la presentazione del viaggio compiuto nell’agosto 2014 da Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti, docenti e viaggiatori curiosi, dal titolo suggestivo Armenia e Nagorno Karabakh: crocevia tra Europa e Asia. Un racconto che oggi assume un valore ancora più profondo, perché una delle terre visitate, l’Artsakh, purtroppo, non esiste più così come l’hanno conosciuta.
Per oltre un’ora, immagini, parole ed emozioni hanno accompagnato il pubblico nel cuore di una civiltà millenaria. L’Armenia non è un Paese che si visita distrattamente: è una terra che si attraversa con rispetto, che si ascolta nel silenzio e che resta dentro. È una nazione antica, scolpita nella pietra e nella fede, dove le montagne sembrano custodire la memoria di un popolo che non ha mai smesso di resistere. Severità e dolcezza convivono nello stesso paesaggio, nella stessa architettura, nello stesso sguardo delle persone.
Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti hanno percorso l’Armenia e il Nagorno Karabakh nell’estate del 2014, quando quella regione era ancora viva, abitata, pregata. Il termine Nagorno Karabakh deriva dal russo Nagorny, “montuoso”, da gora, montagna, e da Karabakh, parola di origine persiano-turco-azera che significa “giardino nero”: qara, nero, e bagh, giardino. Per gli armeni, però, quella terra ha un nome diverso e più intimo: Artsakh, una regione montuosa abitata da secoli da popolazione armena, da sempre contesa, ferita, amata. Oggi è stata svuotata, cancellata dalla geografia politica, ma la sua anima continua a vivere nelle pietre delle chiese, nei monasteri abbandonati e nella memoria di chi l’ha conosciuta.
Gli armeni si sentono profondamente europei, più che asiatici. Nel loro modo di pensare, di accogliere, di vivere la comunità e la fede c’è qualcosa che richiama da vicino l’Europa. Sono persone riservate, mai invadenti, che parlano a bassa voce ma sanno esserci con discrezione e rispetto. L’arte è ovunque: nelle chiese scavate nella roccia, nelle fortezze arroccate sulle montagne, nei monasteri che sembrano emergere direttamente dalla pietra, nelle croci incise a mano che punteggiano colline e vallate come un alfabeto di fede.
L’Armenia è il primo popolo della storia ad aver adottato ufficialmente il Cristianesimo, nel 301 d.C. Ancora oggi la fede è parte integrante della vita quotidiana. Non è ostentazione, ma identità profonda. Le chiese non sono musei, ma luoghi vivi. I canti non sono spettacoli, ma preghiere. Le processioni non sono rievocazioni, ma gesti che si ripetono da secoli, tramandati come un patrimonio familiare.
Gli armeni sono un popolo mite, lavoratore, dignitoso. Non si lamentano, non chiedono, non pretendono. Hanno conosciuto invasioni, massacri, deportazioni, il genocidio, l’esilio di milioni di persone nella diaspora. Nel Novecento sono stati schiacciati tra imperi, spartiti, dominati, cancellati dalle mappe e poi ricomparsi. Eppure sono ancora lì, in piedi, con lo sguardo fiero e il passo lento di chi ha imparato a resistere senza perdere l’anima.
La guida raccontava ai viaggiatori che, quando i russi lasciarono il Paese, gli armeni arrivarono a bruciare perfino le porte delle proprie case per scaldarsi. Eppure hanno ricostruito tutto. L’indipendenza definitiva è arrivata solo nel 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma la libertà, in Armenia, è una conquista che si rinnova ogni giorno.
Erevan ha accolto Pierluigi e Maria Cristina con il profilo solenne del Monte Ararat, oggi in territorio turco, che domina l’orizzonte come un guardiano silenzioso e simbolico. Echmiadzin ha aperto loro le porte del cuore spirituale della nazione, dove batte ancora il respiro della prima Chiesa cristiana della storia. La Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore li ha colpiti per la sua imponenza e per quella luce che scende dall’alto come una benedizione.
A Khor Virap hanno ripercorso la storia di San Gregorio, imprigionato per tredici anni dal re pagano Tiridate III per aver rifiutato il culto degli dèi. Il re si ammalò gravemente e, secondo la tradizione, fu salvato grazie all’intercessione di Gregorio, che venne liberato, guarì il sovrano e portò alla conversione del regno. Nel 301 d.C. il Cristianesimo divenne religione di Stato: una svolta che cambiò per sempre il destino di un popolo.
Geghard li ha avvolti nel silenzio della roccia scolpita e nel canto che vibra tra le pareti della montagna. Noravank è apparso improvviso tra montagne rosse incendiate dal sole. Sevanavank si è riflesso nell’azzurro intenso del lago Sevan come una visione sospesa. Tatev ha regalato l’ebbrezza del vuoto e della bellezza con la sua funivia sospesa sulle gole. Gandzasar si è presentato come una fortezza dello spirito, austera e solenne. Shushi ha raccontato il dolore di una città ferita ma ancora carica di dignità.
Ovunque chiese, monasteri, cimiteri di croci, fortezze dimenticate, villaggi di pietra. Ovunque cori che cantano a cappella, come preghiere antiche che salgono verso il cielo. Non spettacolo, ma vita. Non turismo, ma incontro.
Nelle città i due viaggiatori hanno respirato una cultura viva, fatta di musei, teatri, università, sport, musica, caffè pieni di giovani e piazze dove la sera si passeggia lentamente. Nei villaggi hanno incontrato una vita semplice: agricoltura, allevamento, pane caldo, formaggi, frutta, vino e tavole imbandite senza fretta. L’ospitalità è sincera, mai costruita. Qui l’ospite è sacro.
L’Armenia non abbaglia, conquista. Non travolge, accompagna. Entra dentro piano piano e non se ne va più. Resta addosso come il profumo dell’incenso, come il suono delle campane tra le montagne, come il canto che rimbalza tra le pareti di una chiesa scavata nella roccia. È una terra che ha conosciuto il dolore più profondo, ma non ha mai smesso di credere nella luce. Una terra che insegna il valore della memoria, il peso della storia e la forza della dignità.
Perché qui si impara che si può perdere tutto, ma non la propria identità. Si può cadere mille volte, ma ci si può sempre rialzare. E finché esiste la memoria, esiste anche il futuro. Grazie a Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinettiche, con la loro lezione, hanno fatto vivere emozioni autentiche nel cuore del Caucaso, raccontando una terra antica, segnata da fede, identità e conflitti irrisolti, crocevia eterno tra Europa e Asia.








Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.