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La bandiera della Palestina è tornata a sventolare dal Municipio. Non era censura, era sartoria

Dal “giallo” politico alla spiegazione sartoriale della vicesindaca Patrizia Dal Santo: la bandiera palestinese torna sul Municipio e la Battaglia delle Arance può continuare senza traumi

La bandiera della Palestina è tornata a sventolare dal Municipio. Non era censura, era sartoria

Patrizia Dal Santo

IVREA. Dopo la bufera politica e le accuse arrivate dal "Comitato Palestina Ivrea", l’amministrazione comunale rompe il silenzio e chiarisce quanto accaduto sulla temporanea scomparsa della bandiera palestinese dalla facciata del Municipio. A farlo è la vicesindaca Patrizia Dal Santo, che ricostruisce i fatti punto per punto e respinge l’idea che si sia trattato di un gesto simbolico o, peggio, di una scelta politica mascherata da problema tecnico.

Secondo la spiegazione fornita, tutto nasce nella mattinata di lunedì, quando la bandiera – collocata sul balcone dell'ufficio del sindaco Matteo Chiantore – viene trovata danneggiata dal vento, strappata e penzolante da un solo laccetto. Una situazione che avrebbe reso impossibile lasciarla esposta senza rischiare che cadesse o si rovinasse ulteriormente. Da qui la decisione di rimuoverla temporaneamente per procedere a una riparazione.

Ed è qui che entra in scena la versione più “artigianale” della vicenda.

«Non avendo una sartina pronta alla bisogna negli scantinati del palazzo, me la sono messa nello zainetto e, dopo l’ultima riunione della giornata, oltre le 23.30, ho ricucito personalmente tutti i laccetti», racconta Dal Santo. La bandiera sarebbe poi rimasta fuori dal balcone per alcune ore semplicemente per una questione di tempi: «Il giorno dopo, appena libera dagli impegni amministrativi, purtroppo non prima delle 16.30, sono andata a riappenderla».

Una ricostruzione che punta a smontare, pezzo dopo pezzo, le accuse piovute nelle ore precedenti. Accuse pesanti, contenute nel comunicato del Comitato Palestina Ivrea, che aveva parlato di “indignazione”, di un gesto “grave” e tutt’altro che neutro, arrivando a leggere nella rimozione della bandiera una volontà politica precisa: non disturbare, non prendere posizione, allinearsi.

Ma su questo punto la vicesindaca è netta. «Come amministrazione abbiamo sempre mostrato chiaramente e decisamente la nostra posizione a fianco del popolo palestinese sofferente, non di Hamas come insinuano alcuni», afferma, liquidando le polemiche come «pretestuose e basate sul nulla». Un passaggio che mira a ribadire una distinzione che, nel dibattito pubblico, continua a essere terreno di scontro: solidarietà al popolo palestinese da una parte, rifiuto di ogni forma di terrorismo dall’altra.

Resta però il dato politico di una vicenda che, al di là dell’ago e del filo, ha dimostrato quanto i simboli siano tutt’altro che marginali. A Ivrea, una bandiera tolta per qualche ora è bastata a riaccendere accuse di incoerenza, richiami alla coscienza collettiva e inviti a “stare dalla parte giusta della storia”. Segno che, in tempi come questi, anche un laccetto strappato può diventare un caso politico. E che ogni gesto, volente o nolente, viene letto per ciò che rappresenta, più ancora che per ciò che è.

bandiera

La bandiera palestinese torna al suo posto.
Coraggio aranceri, sopravviverete anche a questo

Alla fine è tornata. Cucita, rattoppata, raddrizzata. La bandiera palestinese è di nuovo lì, sul balcone del Municipio, accanto – orrore! – alle bandiere degli aranceri. E no, non è crollato il mondo. Le squadre non hanno perso identità. La Battaglia non è stata annullata. Nessun carro ha preso fuoco per autocombustione ideologica.

Eppure, a leggere certi commenti sui social, sembrava che l’accostamento fosse insostenibile. Un trauma visivo. Un attentato all’estetica carnascialesca. Come se il solo sventolare di un drappo solidale potesse minare secoli di tradizione eporediese, mandare in tilt il lancio regolamentare e confondere i tiratori: sto mirando all’arancere o alla geopolitica?

Ora però possiamo rassicurare tutti gli amanti del Carnevale: la Battaglia delle Arance sopravvive anche con Gaza sullo sfondo. Le bandiere possono convivere. Anzi, incredibilmente, possono stare appese nello stesso spazio senza che una mangi l’altra. È successo. È sotto gli occhi di tutti. Un piccolo miracolo eporediese.

Non esiste alcun “protocollo arancero” che vieti la presenza di simboli del mondo reale durante il periodo più sacro dell’anno. Nessun regolamento non scritto che imponga il monocromatismo emotivo da febbraio a marzo. Nessuna incompatibilità tecnica tra solidarietà internazionale e folklore locale.

E questo dovrebbe tranquillizzare anche i più ansiosi difensori della purezza carnevalesca: la bandiera palestinese non ruba arance, non prende parte alla battaglia, non lancia nulla a nessuno. Sta lì. Sventola. Ricorda che, mentre ci divertiamo – giustamente – c’è anche un mondo che soffre. Una cosa non cancella l’altra. Non è una gara. Non è una classifica.

Forse il punto è proprio questo: Ivrea è abbastanza adulta da reggere più significati insieme. Può celebrare se stessa senza chiudere gli occhi su ciò che accade fuori. Può amare il Carnevale senza pretendere che, per qualche settimana, il resto del pianeta venga messo in pausa. Può sopportare una bandiera in più senza sentirsi minacciata.

Insomma, tranquilli davvero.
La Battaglia si farà. Le arance voleranno. Le squadre sfileranno.
E sì, sopra di loro continuerà a sventolare anche una bandiera che non parla di arance, ma di persone.

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