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13 Gennaio 2026 - 15:51
Immagine creata con IA
Quella del Palasport di Ceresole è davvero una brutta vicenda. Sul piano del danno ambientale, prima di tutto, per la ferita che si vuole causare alla natura, stravolgendo l’aspetto di un luogo oggettivamente bello e – da quanto si è potuto capire – caro al cuore della maggior parte dei residenti e dei villeggianti.
Già questo basterebbe per indurre al pessimismo ed allo scoramento. C’è di più tuttavia: il modo in cui la questione è stata affrontata la dice lunga su quale sia il rispetto per l’ambiente da parte di quest’amministrazione comunale, come di mille altre in Italia. La dice anche lunga sull’odierno rapporto fra pubblici poteri e cittadinanza: un rapporto assolutamente squilibrato, dove chi governa può tutto e chi è governato non può nulla. Ormai da tempo, a livello locale come a livello nazionale, si è affermata la convinzione che essere eletti ad una carica significhi essere investiti di un potere assoluto, che tollera – se gli aggrada – le manifestazioni di dissenso, ma senza mai prenderle in considerazione. Da una decisione presa non si torna indietro, mai, nemmeno cascasse il mondo.
Bisogna riconoscere all’amministrazione ceresolina che il diritto di espressione lo rispetta: ha accettato la richiesta di indire un’assemblea pubblica ed ha lasciato ai presenti un’ampia possibilità di intervenire. Chi conosce le amministrazioni del Canavese sa che spesso questo non avviene. Anche il confronto, per quanto aspro, si è generalmente mantenuto nei limiti del rispetto reciproco, a parte la pesante caduta di stile del sindaco, quando ha attaccato una delle signore più attive nell’opporsi al palasport, negando di fatto la legittimità della sua protesta. Il motivo? Aver comprato un’abitazione in un’area che sarebbe stato meglio mantenere integra. Peccato che la casa acquistata fosse stata costruita anni prima e non da lei…
Ammesso che si riconosce il diritto al dissenso, oltre non si va. Lo ha detto il vicesindaco Mauro Durbano: “Chi amministra deve decidere”. Punto. Non è contemplata la possibilità di fare marcia indietro nemmeno se ci si accorge di aver fatto una scelta non condivisa. I cittadini si lamentino pure, tanto chi partecipa alle assemblee pubbliche costituisce una minoranza. Rispetto alle folle di turisti che affollano il paese in alta stagione, cosa sono poche centinaia di firme, quasi tutte di non residenti? Si potrebbe ribattere che sono sempre delle minoranze, più o meno consistenti, quelle che si impegnano nelle battaglie a viso aperto e che non necessariamente chi sta zitto lo fa perché condivide le scelte dei governanti: nei piccoli centri c’è il costante timore – fondato o meno – di subire ritorsioni. Va anche detto che un conto sono i visitatori occasionali, altra cosa i villeggianti che trascorrono regolarmente una parte del loro tempo lassù: cosa sarebbe senza di essi una località come Ceresole?
Quanto ai giornali – il vicesindaco lo ha detto – scrivano quel che vogliono, tanto non contano nulla. È anche questa una prassi consolidata: gli organi di stampa hanno un peso quando esprimono posizioni che il politico o l’amministratore di turno condivide; in caso contrario valgono zero.

PalaCeresole
Il pubblico presente all’assemblea del 29 dicembre era in gran parte contrario all’opera, ma non per partito preso: diversi fra i partecipanti hanno sottolineato di non avversare il palazzetto dello sport in sé e per sé, ma la sua localizzazione. Lo hanno ribadito con frasi di questo tipo: “Come potete non vedere la bruttezza di quella struttura? Cercate uno spazio che non bruci bellezza”. Un altro ha sottolineato: “Quel posto è davvero molto particolare ed è anche quello in cui d’estate si fermano le famiglie che possono permettersi solo gite di giornata: sistemano i tavoli sotto gli alberi e si godono il fresco. Vogliamo privarle di questa possibilità?”. Ancora: “Molti comuni creano oasi verdi dove non c’erano e voi volete rovinare ciò che possedete?”.
Una signora che gestisce un esercizio commerciale poco distante si è espressa in questo modo: “Per me è una pugnalata al cuore! Potrei ricavarne dei vantaggi ma non m’interessa. Vogliamo fare come in Liguria dove i condomini sorgono davanti al mare?”.
Fra i villeggianti più determinati nell’opposizione ci sono proprio dei liguri, venuti a comprare casa quassù per sfuggire agli orrori della cementificazione. “Veniamo da una regione in cui il consumo di suolo è il più alto d’Italia – hanno detto – Vogliamo imitare la Valle d’Aosta o diventare come Bardonecchia dove tutto è cemento? Chi viene a Ceresole lo fa perché apprezza la sua differenza rispetto a quei modelli”.
A rafforzare la determinazione degli oppositori ci si è messa anche l’esiguità dei posti previsti all’interno del palazzetto: appena 70. Davvero pochi per una struttura destinata ad eventi di peso. Il salone del Grand Hotel, che il Comune per contratto può utilizzare sette volte l’anno, di posti ne conta 99. “Oltretutto il palazzetto non sarà nemmeno utile allo scopo per cui lo si vuole costruire” – hanno sottolineato.
Molto abili nel rigirare la frittata, gli esponenti dell’amministrazione comunale hanno trasformato la coscienza ambientale dei presenti in un sentire personale ed emotivo. Lo hanno detto il sindaco, il vicesindaco, uno dei consiglieri. Il vicesindaco Durbano ha sviluppato il concetto: “Tutti abbiamo i nostri luoghi del cuore ma il paesaggio è una visione soggettiva. In qualunque luogo collocassimo il palazzetto darebbe fastidio a qualcuno: avremmo soltanto spostato il problema. Capisco la sensibilità personale verso il verde e le piante però Ceresole ha il problema opposto, come tutte le aree montane: l’avanzata del bosco”.
Detto dal presidente di un parco nazionale, il più antico d’Italia, la frase faceva un certo effetto. Come lo ha fatto sentirgli dire: “La zona interessata non fa parte del Parco e nessun presidente, nemmeno quello più radicalmente ambientalista, ha mai messo il naso nelle questioni amministrative di Ceresole”. Tutto vero ma con una differenza sostanziale: non è il Parco che interferisce con Ceresole, ma il presidente del Parco che si schiera a favore di un’opera che a rigor di logica non gli dovrebbe piacere.
Anche nelle polemiche rimbalzate sui giornali dopo quella riunione l’amministrazione ha mischiato le carte, trasformando quella che era una contestazione di corollario in questione dirimente. Dire che “oltretutto il palazzetto non sarà nemmeno utile allo scopo per cui lo si vuole costruire” non significava chiedere che venisse ingrandito ed invece sono arrivate – già in quella sede e poi nei giorni successivi – le rassicurazioni che rassicuranti non erano: “State tranquilli! Chiederemo una Variante ed i 70 posti diventeranno 150”. Ha il sapore della presa in giro…
Tanta sicurezza poi che il raddoppio verrà concesso ha suscitato perplessità fra i presenti, non certo tranquillizzati dal fatto che dovrà passare al vaglio della Soprintendenza, visto che i precedenti non sono tutti ineccepibili.
Quella che i contestatori chiedevano in modo pressante era “una visione per il futuro, magari basata meno sugli eventi e più sulla bellezza intrinseca del territorio”.
Forse una visione c’è, ma opposta a quella auspicata e vicina invece a quella di una delle poche persone schieratesi apertamente in favore dell’opera: un’operatrice turistica che lavora fuori zona. Il suo modello di riferimento è proprio quello del turismo mordi e fuggi che gli altri deprecano e che tanto danno provoca all’ambiente ed alle comunità locali: “Il mondo va così, ci dobbiamo adattare. Ora la montagna viene vista come alternativa al mare e bisogna attrezzarsi per accogliere tutti. Il vento sta cambiando, anche se non ci piace”.
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