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13 Gennaio 2026 - 11:13
Patagonia in cenere, migliaia di ettari divorati dal fuoco e l’ombra dei roghi dolosi scatena la caccia ai responsabili
La Patagonia sta bruciando e il conto dei danni cresce giorno dopo giorno. Da fine dicembre una sequenza di incendi boschivi di proporzioni eccezionali sta colpendo l’area andina del sud dell’Argentina, trasformando una delle regioni più iconiche del pianeta in un fronte aperto di fiamme, cenere e evacuazioni forzate. Il bilancio provvisorio parla di oltre 15 mila ettari distrutti, più di 150 chilometri quadrati di territorio ridotti in cenere, con migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case per mettersi in salvo.
La situazione più critica si registra nella zona di Epuén, nella provincia di Chubut, dove il fuoco ha divorato vaste aree di boscaglia e foreste native, avanzando senza tregua sospinto dal vento e alimentato da una combinazione letale di siccità prolungata e temperature elevate. In Argentina è piena estate, ma quello che sta accadendo va oltre la normalità stagionale. Qui non si parla più soltanto di un evento climatico estremo, ma di una crisi ambientale che mette a nudo fragilità strutturali e responsabilità umane.
Le autorità locali non hanno più dubbi sulla natura di molti focolai. Il governatore di Chubut, Ignacio Torres, ha dichiarato apertamente che dietro una parte significativa degli incendi ci sarebbe la mano dell’uomo. Non un sospetto generico, ma una convinzione rafforzata dagli elementi raccolti sul campo e dalla modalità con cui alcuni roghi si sono sviluppati in punti diversi e lontani tra loro. Una dinamica che rende sempre meno credibile l’ipotesi dell’innesco accidentale legato esclusivamente alle condizioni meteorologiche.
Di fronte a uno scenario che assume contorni sempre più inquietanti, il governatore ha annunciato una ricompensa per chiunque fornisca informazioni utili alle indagini, un segnale politico forte che punta a rompere il muro di silenzio e a individuare eventuali responsabili. Un gesto che fotografa la gravità della situazione: quando lo Stato arriva a mettere una taglia, significa che l’emergenza ha superato la soglia della tollerabilità.
Nel frattempo, il governo argentino ha disposto un massiccio intervento operativo. Centinaia di vigili del fuoco, tecnici della protezione civile e volontari sono stati dispiegati nelle aree colpite, con il supporto logistico delle Forze armate, impegnate nei trasporti, nelle evacuazioni e nel coordinamento dei soccorsi. Anche il Cile ha offerto assistenza, a dimostrazione di come l’emergenza incendi in Patagonia non conosca confini amministrativi e rappresenti una minaccia condivisa per l’intero ecosistema andino.
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Incendio in Patagonia
Il quadro che emerge è quello di un territorio già messo sotto pressione dal cambiamento climatico. La Patagonia, storicamente associata a paesaggi incontaminati e a un equilibrio delicato tra uomo e natura, si trova oggi a fare i conti con stagioni sempre più secche, piogge irregolari e ondate di caldo che trasformano le foreste in una polveriera pronta a esplodere. Ma a fare la differenza, sottolineano gli esperti, è quasi sempre l’intervento umano.
Basta una scintilla, un fuoco acceso senza controllo, un gesto irresponsabile per innescare un disastro. In alcune aree rurali, gli incendi vengono ancora appiccati per liberare nuovi terreni coltivabili, una pratica antica che, in un contesto climatico alterato, diventa devastante. A questo si aggiungono i roghi dolosi, legati a interessi economici, speculazioni o semplicemente all’incoscienza di chi sottovaluta le conseguenze delle proprie azioni. Quando l’uomo entra in gioco, la prevenzione diventa più difficile e il contenimento delle fiamme si trasforma in una corsa contro il tempo.
Le conseguenze sono drammatiche e si estendono ben oltre la distruzione visibile. Il fuoco altera in modo profondo l’ecosistema forestale, compromette la biodiversità, uccide animali selvatici, distrugge habitat che impiegheranno decenni per rigenerarsi, ammesso che ciò sia possibile. Il terreno, privato della copertura vegetale, diventa più fragile, esposto all’erosione e alle frane. Le comunità locali pagano un prezzo altissimo, tra case perdute, attività economiche azzerate e un senso di precarietà che si insinua nella vita quotidiana.
A Epuén e nelle altre località colpite, le immagini delle famiglie in fuga, delle strade invase dal fumo e dei cieli oscurati dalle ceneri raccontano una crisi che non è più soltanto ambientale, ma anche sociale. Chi scappa non sa quando potrà tornare, né cosa troverà al proprio rientro. Per molti, il ritorno significherà ricominciare da zero, in una terra che porta ancora le cicatrici del fuoco.
Le indagini sui roghi dolosi diventano così un passaggio cruciale non solo per individuare i colpevoli, ma per lanciare un messaggio di responsabilità. In gioco non c’è soltanto la punizione di chi ha appiccato il fuoco, ma la possibilità di fermare una spirale che rischia di ripetersi ogni estate con effetti sempre più devastanti. La Patagonia, oggi, è uno specchio che riflette una crisi globale: quella di territori sempre più vulnerabili e di un rapporto tra uomo e ambiente che fatica a trovare un equilibrio.
La speranza è affidata al tempo e al meteo. Servono piogge, serve un calo delle temperature, serve che il vento conceda una tregua. Ma anche quando le fiamme si placheranno, il lavoro da fare sarà immenso. Ricostruire, ripristinare, proteggere. E soprattutto prevenire, perché senza un cambio di passo deciso, il rischio è che questa emergenza diventi la nuova normalità.
In Patagonia, oggi, il fuoco non è soltanto un elemento naturale fuori controllo. È il simbolo di una fragilità crescente, di una regione che brucia mentre il mondo osserva e si interroga su quanto ancora sia disposto a tollerare prima di intervenire davvero.





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