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Freddo record e città sotto pressione, il teleriscaldamento di Torino non basta mai e tocca nuovi picchi di consumo

La prima settimana di gennaio segna una domanda senza precedenti, tra gelo persistente, accumulatori a 120 gradi e bollette osservate speciali

Freddo record e città sotto pressione

Freddo record e città sotto pressione, il teleriscaldamento di Torino non basta mai e tocca nuovi picchi di consumo

Il freddo di gennaio non ha fatto sconti e Torino se n’è accorta tutta insieme. La prima settimana del nuovo anno ha segnato un record assoluto di domanda di teleriscaldamento, con un aumento dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un dato che fotografa una città stretta in una morsa climatica più rigida del previsto e un sistema energetico chiamato a reggere un carico mai visto prima in tempi recenti.

Le temperature spiegano gran parte del fenomeno. In questi giorni il termometro ha segnato valori di 2–3 gradi inferiori rispetto a gennaio 2025 e addirittura di un grado e mezzo sotto la media climatica del trentennio 1991–2020, il riferimento utilizzato dagli esperti per misurare gli scostamenti reali. Un freddo diffuso e continuo, non un episodio isolato, che ha spinto famiglie e condomìni a chiedere più calore e più a lungo.

Per trovare una situazione paragonabile bisogna tornare indietro al 2018, quando una settimana di gelo tra febbraio e marzo mise a dura prova la rete. Da allora, però, lo scenario è cambiato profondamente. Il teleriscaldamento si è esteso del 15 per cento, arrivando oggi a servire 265 mila appartamenti nell’area torinese. Una crescita che rende il sistema sempre più centrale nella vita quotidiana della città, ma che lo espone anche a stress crescenti quando il clima alza il livello della sfida.

A sostenere questa domanda straordinaria entra in gioco un’infrastruttura meno visibile ma decisiva: i grandi accumulatori di acqua calda, serbatoi capaci di conservare acqua a 120 gradi, pronti a entrare in funzione nei momenti di massimo consumo. Una sorta di riserva strategica del calore urbano, che consente di livellare i picchi e garantire continuità anche quando la richiesta sale all’improvviso.

Il cuore del sistema resta però la cogenerazione, il meccanismo che permette di recuperare il calore prodotto dalle centrali elettriche durante la generazione di corrente. Un processo che trasforma uno scarto in risorsa e che consente un risparmio ambientale significativo: 630 mila tonnellate di CO₂ in meno ogni anno. Numeri che spiegano perché il teleriscaldamento venga spesso indicato come una delle leve più efficaci nella transizione energetica delle grandi città.

Ma se il sistema regge dal punto di vista tecnico, resta aperta la questione economica. Un aumento così marcato dei consumi è destinato, almeno in parte, a riflettersi sulle bollette. Un rischio mitigato, almeno per ora, dall’andamento dei mercati internazionali del gas. Il prezzo della materia prima resta su livelli relativamente bassi: sul mercato di riferimento europeo di Amsterdam, i futures viaggiano attorno ai 28 euro, contro i 45 euro di un anno fa e ben lontani dal picco superiore ai 50 euro registrato a febbraio.

Un equilibrio fragile, che potrebbe compensare l’aumento della domanda ma che dipende da dinamiche geopolitiche e finanziarie difficili da prevedere. Per questo, anche in una fase di apparente stabilità, il consiglio per i consumatori resta quello della prudenza e dell’informazione. L’Arera, l’autorità di regolazione per energia e ambiente, mette a disposizione un portale pubblico per confrontare in modo trasparente tariffe e offerte, uno strumento sempre più utile in un contesto in cui i consumi crescono e le differenze di costo possono pesare sul bilancio familiare.

Nel frattempo, il record di questi giorni racconta una verità semplice e insieme complessa: Torino consuma più calore perché fa più freddo, ma anche perché è sempre più dipendente da una rete che è diventata infrastruttura essenziale, quasi invisibile finché funziona. Gli accumulatori, la cogenerazione, la gestione dei picchi non sono solo soluzioni tecniche, ma pezzi di una strategia che tiene insieme clima, ambiente ed economia domestica.

Un sistema che ha dimostrato di saper reggere l’urto del gelo, ma che nei prossimi anni dovrà fare i conti con inverni sempre più imprevedibili e con una domanda che, almeno nelle città, difficilmente tornerà indietro.

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