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12 Gennaio 2026 - 08:11
Aleppo, Sheikh Maqsoud è davvero “pacificata”? Arresti di massa, evacuazioni forzate e una tregua che lascia troppe domande
Aleppo, la resa dei conti a Sheikh Maqsoud: tra arresti, evacuazioni e tregue fragili. Quattro giorni di combattimenti chiudono un capitolo controverso: Damasco proclama il controllo, i curdi ritirano le milizie. Ma il conto umanitario resta aperto e i numeri non coincidono.
Una manciata di autobus verdi, lamiere ammaccate e vetri appannati, avanza tra macerie ancora fumanti. A bordo, uomini con la barba incolta stringono zaini leggeri; alcuni hanno il braccio al collo, altri fissano le scarpe infangate. È la scena che segna la notte tra il 10 e l’11 gennaio 2026 nel quartiere di Sheikh Maqsoud, ad Aleppo: la colonna di evacuazione dei combattenti curdi delle FDS (Forze Democratiche Siriane), concordata dopo giorni di scontri con le forze governative. Intorno, tra balconi sfondati e facciate annerite, restano famiglie con sacchi di farina, lenzuola annodate come corde, elenchi di nomi scritti a penna per non perdere nessuno. È il segno di un passaggio di consegne che Damasco presenta come “ripristino dell’autorità dello Stato” e che i miliziani curdi definiscono “ritiro ordinato” sotto tregua.
Unconfirmed
— Mike’s Random Thoughts (@mike54371842) January 11, 2026
reports claim that Sheikh Maqsoud has fallen to Syrian government forces.
If true, the Syrian government now
has control over all Aleppo. pic.twitter.com/bch87kWxRK
Secondo ricostruzioni convergenti di media locali e internazionali, dopo quattro giorni di combattimenti ad alta intensità tra le forze di sicurezza siriane e le FDS, legate allo YPG (Unità di Protezione del Popolo), le autorità siriane hanno annunciato la fine delle operazioni militari a Sheikh Maqsoud e il ritorno del quartiere sotto il controllo statale. Il bilancio operativo diffuso da fonti governative parla di circa 300 arresti tra i miliziani curdi e di altri 400 evacuati, trasferiti su autobus verso aree del Nord e Nord-Est della Siria controllate dalle stesse FDS. Le stesse fonti riferiscono dell’apertura di un corridoio per l’uscita dei combattenti asserragliati e della bonifica di strutture considerate militarizzate durante gli scontri.
L’Esercito Arabo Siriano ha formalizzato la conclusione dell’operazione annunciando, alle 15:00 del 10 gennaio 2026, la cessazione delle attività militari all’interno del quartiere. Il giorno successivo, media statali e testate internazionali hanno riferito del completamento del ritiro degli ultimi gruppi armati curdi da Sheikh Maqsoud e da Ashrafiyeh, quartieri che negli anni del conflitto avevano mantenuto un profilo autonomo di sicurezza e gestione locale.
In parallelo, il comandante delle FDS, Mazloum Abdi, ha avallato un cessate il fuoco funzionale all’evacuazione di feriti, civili e miliziani rimasti intrappolati, con trasferimenti verso zone ritenute “più sicure”. Più fonti giornalistiche concordano su questo punto: il ritiro e la de-escalation segnano la fine di una battaglia urbana logorante, ma non equivalgono a un accordo politico complessivo.
Come spesso accade nella guerra siriana, le cifre non coincidono. Un video-servizio di un quotidiano italiano indica almeno 99 morti e 55 feriti nel complesso degli scontri; altre testate internazionali, nelle stesse ore, riportano un bilancio più basso, con oltre 20 vittime civili accertate e migliaia di sfollati. La forbice resta ampia e riflette la difficoltà di raccolta dati in aree contese, la sovrapposizione di fonti statali, milizie e osservatori terzi, oltre ai tempi delle verifiche indipendenti. Tutte le fonti, però, convergono su un punto: l’impatto umanitario è rilevante, con flussi di evacuazione e movimenti di popolazione verso quartieri adiacenti o verso il Nord-Est.
Resta controverso anche l’uso di infrastrutture civili. Le autorità di Damasco accusano lo YPG/FDS di aver convertito strutture sanitarie, in particolare lo Yasin Hospital, in posizioni militari, costringendo personale medico e pazienti alla fuga. Le fonti curde respingono la ricostruzione e parlano di accuse strumentali. La verifica indipendente richiederà accesso sul terreno e tempo; nel frattempo, le organizzazioni umanitarie segnalano la necessità urgente di sminamento, assistenza medica e ripristino dei servizi essenziali.
Sheikh Maqsoud è un quartiere a maggioranza curda nella parte settentrionale di Aleppo, affacciato su arterie che conducono ai distretti industriali e alla cintura dei sobborghi popolari. Negli anni più duri della guerra, qui si è consolidato un regime di autogoverno locale con la presenza delle Asayish (polizia interna curda) e delle milizie dello YPG, in coordinamento variabile con attori civili e militari arabo-siriani. Il quartiere ha funzionato come cuscinetto tra zone controllate da Damasco e aree sotto influenza curda, oltre che come canale di scambio di merci e carburante tra Aleppo e il Nord-Est. Per il governo, riprenderne il controllo significa ricucire un tessuto urbano rimasto a lungo fuori dalla piena giurisdizione statale; per i curdi, il ritiro è una scelta tattica per evitare un logoramento senza prospettive e preservare risorse altrove.
Il copione dell’operazione segue uno schema già visto: ultimatum, annuncio di corridoi umanitari, ripresa del fuoco allo scadere dei termini. Le forze governative hanno dichiarato Sheikh Maqsoud zona di operazioni, chiedendo ai combattenti curdi di consegnare le posizioni. Alla scadenza degli ultimatum, sono ripresi colpi d’artiglieria e raid mirati, con accuse incrociate di violazioni del cessate il fuoco e attacchi a convogli di evacuazione. Il Ministero della Difesa siriano ha denunciato tre attacchi a bus di evacuazione, con tre militari uccisi e oltre dodici feriti tra le file governative. Le FDS parlano di autodifesa e di risposta a bombardamenti indiscriminati.
Le cifre sugli arresti e sugli evacuati provengono in larga parte da canali istituzionali o prossimi al governo e sono state rilanciate, in parte confermate, da cronache e agenzie internazionali. Le FDS non hanno diffuso numeri alternativi altrettanto dettagliati nelle stesse ore, limitandosi a rivendicare l’accordo di cessate il fuoco e la priorità data all’evacuazione di civili e feriti. In assenza di un monitoraggio indipendente capillare, i dati vanno trattati con cautela, distinguendo tra ciò che è verificabile, come l’uscita dei combattenti e la fine delle operazioni annunciate, e ciò che resta da accertare, come la contabilizzazione esatta degli arresti, il profilo giudiziario dei detenuti e il destino dei feriti trasferiti.
Sul piano umanitario, più fonti parlano di migliaia di persone in movimento nei giorni dei combattimenti, con famiglie smistate verso scuole e moschee trasformate in rifugi di fortuna. Gli operatori sul campo indicano come priorità la bonifica degli ordigni inesplosi, la riattivazione della rete idrica e la fornitura di farmaci essenziali. In prospettiva, servirà un censimento dei danni a ospedali, cliniche e infrastrutture energetiche, un passaggio tecnico ma decisivo per evitare che la normalizzazione militare si traduca in un vuoto sociale.
Il ritiro delle FDS da Sheikh Maqsoud si inserisce in una dinamica più ampia di intese tattiche tra Damasco e l’amministrazione curda del Nord-Est. Nell’ultimo anno non sono mancati segnali di disgelo, inclusi scambi di prigionieri su larga scala con oltre 400 persone rilasciate a giugno 2025, alternati a brusche frenate e recrudescenze militari. L’esperienza di Aleppo mostra che gli accordi locali possono reggere solo se inseriti in una cornice politica più ampia; senza, rischiano di implodere al primo incidente. La rimozione dell’elemento armato curdo da un quartiere simbolo come Sheikh Maqsoud modifica equilibri urbani e logistici, ma non risolve il contenzioso su autonomia, rappresentanza e integrazione delle forze locali nell’architettura di sicurezza statale.
Nel medesimo arco temporale, la regione ha visto nuove operazioni contro cellule dello Stato Islamico (ISIS, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), con raid e campagne di contro-terrorismo che fanno da sfondo al dossier Aleppo. Anche senza stabilire un nesso diretto, il contesto ricorda quanto il teatro siriano resti interconnesso. In questo quadro, servizi di intelligence regionali, in primis turchi, hanno osservato con attenzione l’esito di Sheikh Maqsoud, preferendo un ritiro negoziato a uno scontro prolungato in un’area densamente popolata.
Restano domande aperte sulla sicurezza e sulla giustizia. Quale sarà lo status giuridico dei circa 300 arrestati? Esistono meccanismi di monitoraggio indipendente sulle condizioni di detenzione? Chi gestirà la polizia di prossimità nel quartiere nelle prossime settimane? Quale percorso attende gli evacuati: rientro, reinsediamento o permanenza indefinita nel Nord-Est? Sono interrogativi pratici, non ideologici, e dalle risposte dipenderà la tenuta della normalizzazione annunciata.
Il controllo formale di Sheikh Maqsoud da parte delle forze statali chiude una frattura territoriale che durava da anni nel quadrante nord di Aleppo. Sul piano simbolico, il governo può rivendicare la ricomposizione di un’area che rifletteva competenze sovrapposte; sul piano funzionale, si apre la possibilità di ripristinare servizi pubblici statali. La prova decisiva sarà sociale: rimettere in moto il quartiere senza alimentare vendette, sgomberi sommari o nuove discriminazioni.
Per i curdi, il ritiro limita l’attrito urbano e consente di concentrare risorse in aree considerate strategiche. Il messaggio politico è duplice: nessuna resa sulla sicurezza delle proprie comunità e disponibilità a intese locali quando queste salvaguardano i civili. Resta da capire se il dialogo, locale o nazionale, affronterà i nodi strutturali. Sheikh Maqsoud è uno spartiacque, non un epilogo. Se arresti, evacuazioni e rientri saranno gestiti con legalità e trasparenza, il quartiere potrà diventare un esempio di pacificazione possibile. In caso contrario, resterà la dimostrazione che in Siria i fronti si chiudono più in fretta delle fratture.
Fonti utilizzate: SANA (Agenzia di stampa araba siriana), Reuters, Associated Press, Al Jazeera, BBC, ANSA, comunicati ufficiali del Ministero della Difesa siriano, dichiarazioni delle Forze Democratiche Siriane.
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