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Accordo o sarà troppo tardi: Donald Trump alza la pressione su Cuba e rilancia Marco Rubio come "presidente"

Petrolio azzerato, ultimatum pubblico e Rubio usato come clava politica: Washington stringe la morsa su L’Avana mentre l’isola affonda tra blackout, crisi economica e isolamento

Accordo o sarà troppo tardi: Donald Trump alza la pressione su Cuba e rilancia Marco Rubio come "presidente"

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L’Avana resta al buio, Washington al megafono. Da una parte un’isola attraversata da blackout e carenze energetiche, dall’altra una raffica di messaggi politici e post virali che diventano ultimatum. In mezzo, una crisi che gli Stati Uniti d’America decidono di usare come leva. Il messaggio lanciato da Donald Trump è diretto: «Fate un accordo o sarà troppo tardi». Non un piano, non una proposta scritta, ma una pressione pubblica che sfrutta il momento di massima difficoltà economica di Cuba e il nuovo scenario apertosi in Venezuela.

L’immagine che circola sui social è volutamente provocatoria: Marco Rubio indicato come “presidente di Cuba”. Trump commenta che “suona bene” e rilancia. Quella che nasce come battuta digitale diventa un segnale politico, indirizzato a L’Avana ma anche all’elettorato della Florida, dove la diaspora cubana pesa e la linea dura contro il governo cubano è storicamente popolare.

Il presidente degli Stati Uniti chiede a Cuba di “fare un accordo” con Washington, senza specificarne i contenuti. In parallelo, annuncia che dall’alleato venezuelano non arriveranno più “zero barili di petrolio” e “zero dollari”, dopo la rimozione di Nicolás Maduro e il blocco dei flussi energetici verso l’isola. Nelle stesse ore, Trump esclude un intervento militare diretto, salvo poi chiarire che la pressione è ormai al limite e che oltre resterebbe solo la forza. È una comunicazione volutamente oscillante, che tiene aperte tutte le opzioni, dall’assedio economico alla destabilizzazione politica.

Il tempismo non è casuale. La caduta di Maduro, presentata dalla Casa Bianca come un’operazione di law enforcement con supporto militare, ha interrotto quella che per anni è stata la principale fonte di petrolio e risorse per Cuba. Per un Paese già in recessione profonda e alle prese con una crisi energetica strutturale, la riduzione dei flussi dal Venezuela significa meno combustibile per le centrali, più blackout e una paralisi crescente dei servizi essenziali. Le stime citate da agenzie internazionali parlano di circa 26.500 barili al giorno inviati in media negli ultimi anni, già in calo per le difficoltà di PDVSA (Petróleos de Venezuela, Sociedad Anónima). Nel 2025 le importazioni complessive di greggio e derivati verso Cuba risultano inferiori di oltre il 35% rispetto all’anno precedente, con il Messico incapace di compensare davvero il vuoto.

In questo contesto entra in scena Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, cubano-americano e da sempre sostenitore di una linea intransigente contro il governo dell’isola. La sua figura non è solo simbolica: parla direttamente alla diaspora cubana e offre a Trump un volto politico cui associare l’ultimatum. La provocazione social diventa così uno strumento per polarizzare il dibattito e rendere chiaro il messaggio: riforme o collasso.

Resta però il nodo centrale: cosa significa davvero “accordo”. Non esiste, al momento, alcun documento ufficiale che ne definisca i contorni. Le ipotesi spaziano dalla liberazione di prigionieri politici ad aperture economiche controllate, fino a elezioni con supervisione internazionale. Più realisticamente, Washington sembra puntare a una trattativa asimmetrica, in cui L’Avana concede passi verificabili in cambio di allentamenti selettivi su restrizioni finanziarie ed energetiche, senza smantellare l’impianto delle sanzioni. Gli analisti ricordano però che Cuba ha già dimostrato in passato, durante il cosiddetto “Periodo especial” dopo la fine dell’Unione Sovietica, una capacità di adattamento che rende incerti gli esiti politici di shock economici anche molto duri.

Sul terreno, la crisi è una policrisi. Servizi pubblici al limite, turismo in forte calo, inflazione, scarsità di alimenti e farmaci, emigrazione record. I ricavi turistici risultano crollati di oltre il 60% rispetto ai livelli pre-pandemia, con un ulteriore calo degli arrivi internazionali stimato attorno al 30% su base annua nel 2025. Nelle province orientali i blackout superano spesso le nove ore al giorno, con conseguenze dirette su ospedali, scuole e attività commerciali. I dati di tracciamento marittimo e documenti interni di PDVSA citati dalla stampa internazionale indicano che, tra gennaio e ottobre 2025, gli arrivi combinati di greggio e prodotti raffinati verso Cuba sono scesi a circa 45.400 barili al giorno, contro i 69.400 dell’anno precedente. Il deficit di generazione elettrica supera in alcune fasce orarie i 1.700 megawatt.

La risposta ufficiale di L’Avana è improntata alla difesa della sovranità. Il presidente Miguel Díaz-Canel e il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez respingono qualsiasi diktat statunitense e attribuiscono la crisi in larga parte al blocco e alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Secondo i dati presentati da Cuba alle Nazioni Unite (Organizzazione delle Nazioni Unite), l’impatto economico di queste misure si misura in miliardi di dollari l’anno. In Assemblea generale ONU, la richiesta di porre fine all’embargo continua a ottenere un consenso quasi unanime, un elemento che L’Avanautilizza come prova del danno strutturale provocato dalle politiche di Washington.

La linea di Trump si inserisce in una rilettura della Dottrina Monroe, adattata alla sua visione: massima pressione nell’emisfero occidentale, uso dell’energia come leva geopolitica, messaggi duri rivolti anche ad altri attori come Colombia, Messico, Iran e persino Groenlandia. È una strategia che parla soprattutto al fronte interno statunitense, ma che lascia aperta una forte ambiguità: esclusione formale di un’invasione e, allo stesso tempo, costante evocazione della forza come opzione finale.

Rispetto alla fase di dialogo avviata dall’amministrazione Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con la riapertura delle ambasciate e alcuni allentamenti, il cambio di tono è evidente. Molte di quelle aperture sono state smontate o ridimensionate, e oggi l’economia cubana resta stretta tra carenza di dollari, svalutazione del peso e tagli energetici. La novità non è solo la durezza della linea, ma la sua esplicitazione pubblica, fatta di slogan, “zero petrolio” e provocazioni simboliche.

Quanto pesa davvero la minaccia? Sul piano materiale, l’interruzione stabile del canale venezuelano è un colpo durissimo per un sistema elettrico già fragile. Sul piano politico, però, un ultimatum troppo esposto rischia di rafforzare la retorica anti-imperialista del governo cubano e di ridurre gli spazi per riforme interne. A livello regionale, la pressione su Cuba si intreccia con la transizione venezuelana e con l’ipotesi di un accordo energetico da circa 2 miliardi di dollari tra Washington e la nuova leadership di Caracas.

Nel breve periodo, è plausibile l’apertura di canali riservati, attraverso Paesi terzi o le Nazioni Unite, con micro-concessioni su rimesse, visti o operazioni bancarie in cambio di passi concreti sul terreno. L’ambiguità pubblica sull’“accordo” serve anche a questo: negoziare lontano dai riflettori. Resta però un’alternativa già vista nella storia cubana: resistenza, adattamento e riforme minime, mentre blackout ed emigrazione continuano a svuotare scuole, uffici e ospedali. Questa volta, però, i margini sono più stretti, e il fattore tempo diventa decisivo.

Le parole, in questo scenario, non sono semplici battute. L’idea di Rubio “presidente” a L’Avana è una provocazione calcolata che ridefinisce il perimetro del dibattito: accordo oppure peggioramento. È uno spostamento del quadro di riferimento che cambia anche il modo in cui partner regionali e istituzioni multilaterali osservano la crisi cubana.

Fonti: Casa Bianca, dichiarazioni di Donald Trump; Dipartimento di Stato degli Stati Uniti; Nazioni Unite; PDVSA; Reuters; Associated Press; Bloomberg; The Washington Post.

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