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Chi uccide in Iran? I morti senza nome di Kahrizak e la catena della repressione

Corpi in sacchi neri, identificazioni con numeri, obitori al collasso: i video usciti clandestinamente da Teheran mostrano cosa resta delle proteste e pongono una domanda che il regime evita: chi è responsabile di quei morti

Chi uccide in Iran? I morti senza nome di Kahrizak e la catena della repressione

Chi uccide in Iran? I morti senza nome di Kahrizak e la catena della repressione

Sacchi neri, numeri al posto dei nomi, un monitor che scorre volti tumefatti. I video usciti clandestinamente dall’Iranaprono uno squarcio sulla repressione in corso e pongono interrogativi precisi su responsabilità, gestione dei corpi e diritto delle famiglie a conoscere la verità. Non sono immagini simboliche: sono materiali grezzi, girati con telefoni cellulari, che documentano procedure, luoghi e comportamenti riconoscibili.

La stanza è illuminata da neon freddi. Il rumore metallico delle barelle che scorrono sul pavimento si mescola alle voci spezzate dei parenti. Davanti a un monitor, decine di persone osservano una sequenza di volti. Non compaiono nomi, solo numeri. Ogni tanto qualcuno riconosce un dettaglio, una cicatrice, una barba, la forma del naso, e crolla. Siamo a Kahrizak, nell’area meridionale di Teheran, all’interno del centro di medicina legale. Secondo le ricostruzioni basate sui video, decine di corpi provenienti dall’ultima ondata di proteste sono stati accumulati in sacchi neri, allineati su barelle o appoggiati a terra. Le immagini, pubblicate da testate italiane e internazionali, mostrano famiglie che cercano i propri figli tra i cadaveri. In parallelo, fonti indipendenti parlano di centinaia di morti e migliaia di arresti, mentre il racconto ufficiale nega o ribalta le responsabilità.

Le clip, sgranate e frammentarie, sono state localizzate nel centro di medicina legale di Kahrizak. Mostrano corridoi ingombri, sacchi mortuari in fila, corpi trasportati su veicoli e scaricati in spazi che sembrano andare oltre la capienza ordinaria di una morgue. In una delle sequenze più forti, i familiari sono chiamati a identificare i congiunti tramite un televisore: a ogni corpo corrisponde un numero. L’operatore scorre le immagini, la folla si accalca, le urla riempiono la stanza. Più media internazionali descrivono la stessa scena, parlando di un deposito provvisorio utilizzato per gestire un afflusso eccezionale di cadaveri. La dinamica è coerente con prassi di emergenza, ma proprio questa eccezionalità solleva dubbi sulla correttezza delle procedure.

Kahrizak non è un luogo neutro nella storia recente dell’Iran. Il nome richiama anche il vicino centro di detenzione chiuso dopo gli scandali del 2009, quando almeno tre detenuti — Amir Javadifar, Mohammad Kamrani, Mohsen Ruholamini — morirono mentre erano in custodia. In quegli anni, alcune responsabilità furono accertate e diversi agenti condannati; l’allora procuratore di Teheran, Saeed Mortazavi, fu riconosciuto corresponsabile in relazione a uno dei decessi. Oggi Kahrizak torna al centro dell’attenzione come hub medico-legale sotto l’egida della Iranian Legal Medicine Organization (Organizzazione iraniana di medicina legale), struttura che dipende dal potere giudiziario. Questo legame istituzionale alimenta interrogativi sull’indipendenza di chi deve certificare cause di morte potenzialmente riconducibili all’uso della forza da parte dello Stato.

Le proteste sono riesplose tra la fine di dicembre 2025 e i primi giorni di gennaio 2026, con epicentro nella capitale e in numerose province. Secondo HRANA (Human Rights Activists News Agency), rete con base negli Stati Uniti, il bilancio provvisorio supera le 500 vittime, di cui circa 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza, con oltre 10.600 arresti. Le autorità iraniane non pubblicano dati aggregati e definiscono i manifestanti “rivoltosi”, attribuendo le violenze a interferenze straniere. Le interruzioni di internet e le restrizioni ai media rendono difficile una verifica indipendente puntuale.

Il quadro è però coerente con quanto segnalato da Amnesty International e Human Rights Watch, che l’8 gennaio 2026 hanno documentato l’uso di armi da fuoco, fucili a pallini metallici, pestaggi e arresti arbitrari in almeno 13 cittàe 8 province, con almeno 28 persone uccise tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026. Si tratta di stime minime, basate su casi verificati. La differenza con i numeri più alti di HRANA dipende dalla metodologia: monitoraggio continuo da un lato, validazione prudente dall’altro. Il dato politico, al netto delle cifre, è la sistematicità della repressione.

Dalle testimonianze emerge una procedura ripetuta: i parenti vengono convocati o si presentano a Kahrizak per cercare dispersi. L’identificazione avviene tramite immagini numerate su uno schermo. Chi riconosce un familiare deve avviare pratiche rapide, spesso sotto la pressione delle forze di sicurezza, con tempi ristretti per il ritiro o la sepoltura. I video mostrano anche corpi disposti in cortili o magazzini adiacenti, segnale di un sovraffollamento che costringe a usare spazi non pensati per la conservazione dei cadaveri. In queste condizioni, la catena di custodia e la qualità degli esami autoptici rischiano di essere compromesse, con effetti diretti sulla possibilità di accertare responsabilità penali.

La televisione di Stato e i portavoce governativi sostengono che tra i morti vi siano persone uccise da coltelli o armi improprie durante scontri interni ai manifestanti, e non da proiettili delle forze dell’ordine. È una contro-narrazione che sposta l’asse della colpa. Senza accesso indipendente ai referti autoptici e ai luoghi, la verifica resta difficile. Tuttavia, la convergenza di immagini, testimonianze e precedenti documentati invita alla cautela nell’accettare la versione ufficiale senza riscontri esterni.

Il ruolo della Iranian Legal Medicine Organization (Organizzazione iraniana di medicina legale) è centrale. L’ente opera sotto la supervisione del potere giudiziario e fornisce consulenze medico-legali a tribunali e procure: autopsie, analisi tossicologiche, valutazioni delle lesioni. È un modello che consente rapidità decisionale, ma che può generare conflitti di interesse quando le morti coinvolgono presunti abusi di agenti statali. A Kahrizak si gioca quindi una partita sulla trasparenza degli esami e sull’accesso alla documentazione.

Le famiglie che compaiono nei video condividono un’esperienza segnata da silenzio informativo, pressione e controllo. Spesso arrivano dopo giorni senza notizie, con poche indicazioni: un nome, un vestito, una fotografia. La gestione per numeri, i tempi compressi, l’assenza di mediatori indipendenti riducono il lutto a una pratica amministrativa. In molti casi, le sepolture avvengono senza cerimonie pubbliche, limitando la possibilità che i nomi diventino simboli collettivi.

La diffusione dei video di Kahrizak ha attirato l’attenzione internazionale e si è intrecciata con la retorica geopolitica. Teheran accusa Stati Uniti e Israele di fomentare le proteste; da Washington arrivano dichiarazioni di condanna. Questo clima aumenta il rischio di un’ulteriore chiusura del Paese, mentre sul terreno restano i corpi e le famiglie in attesa di risposte.

Resta molto da chiarire: quante morti sono dovute ad armi da fuoco, quante a pallini metallici, quante a percosse o a cause indirette come ritardi nei soccorsi. Le risposte sono nei referti e nelle autopsie, oggi inaccessibili alla comunità internazionale. Anche la gestione dei corpi, con identificazioni su monitor e numeri al posto dei nomi, pone interrogativi sulla dignità e sulla tracciabilità. Senza osservatori terzi, il rischio è che tutto si riduca a una guerra di narrazioni.

Le immagini di Kahrizak contano perché sono archivi di prova. Ogni sacco nero, ogni numero, ogni barella documenta una scelta organizzativa e politica. Nel 2009, la verità sui morti di Kahrizak emerse dopo anni di pressioni, inchieste e contenziosi. Nel 2026, la questione è evitare che la storia segua lo stesso percorso lento e opaco.

Fonti utilizzate: HRANA (Human Rights Activists News Agency), Amnesty International, Human Rights Watch, media internazionali e italiani che hanno pubblicato i video di Kahrizak, documenti giudiziari iraniani sui casi del 2009.

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