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Arance, protocolli sulla legalità e zona grigia. Arance Frigie, una firma non basta

Un nuovo protocollo “Arance Frigie” tra Prefettura di Torino e Comune di Ivrea per il Carnevale. Ma dopo anni di firme, certificati antimafia e buone intenzioni, resta la domanda scomoda: perché servono protocolli per comprare arance e cosa succede davvero nella zona grigia dove tutti fanno finta di non vedere?

Arance, protocolli sulla legalità e zona grigia. Arance Frigie, una firma non basta

Arance, protocolli sulla legalità e zona grigia. Arance Frigie, una firma non basta

A Ivrea i protocolli d’intesa piacciono molto. Piacciono alle istituzioni, piacciono nei comunicati stampa, piacciono nelle foto con le firme in bella vista. Piacciono perché rassicurano: danno l’idea che qualcosa si stia facendo, che il problema sia sotto controllo almeno per la durata di un evento. E così, anche questa volta, si torna a firmare. Di nuovo.

Fiato alle trombe, martedì 13 gennaio 2026 ne verrà sottoscritto uno sulle “Arance Frigie” tra la Prefettura di Torinoe il Comune di Ivrea. L’obiettivo dichiarato è altisonante: condividere un percorso di legalità e rispetto delle regolenella fornitura delle arance per la battaglia dello Storico Carnevale di Ivrea. Un testo che, letto così, non fa una piega. Il problema è che non è il primo, e soprattutto non è mai stato l’ultimo.

Già nel 2015 un protocollo analogo era stato presentato come un passo decisivo verso la trasparenza, con tanto di richiami alla tracciabilità, ai controlli, alla cultura della legalità. Un documento serio, firmato da soggetti istituzionali, accompagnato da buone intenzioni. Poi un altro, e un altro ancora. Perché a Ivrea, quando c’è un problema complesso, si risponde con un protocollo. Come se bastasse una firma per sciogliere nodi che da anni resistono a ben altro che alla carta intestata.

Nella pratica Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea e aranceri si impegneranno a richiedere e trasmettere alla Prefettura documenti antimafia e DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) relativi alle aziende fornitrici e trasportatrici delle arance.

arance

Ed è proprio qui che vale la pena ricordare un passaggio emblematico della storia giudiziaria di questo territorio. Ai tempi del processo Minotauro, quello che ha scoperchiato i rapporti tra ’ndrangheta, affari e politica, uno degli imputati – un personaggio pubblico poi finito in carcere – continuò a ripetere davanti al giudice che lui aveva sempre richiesto i certificati antimafia alle aziende con cui lavorava. Una sorta di autodifesa burocratica, brandita come prova di correttezza. Il giudice, raccontano le cronache, sogghignò e rispose che non era sufficiente. Una lezione semplice, ma durissima: i certificati sono necessari, ma non bastano. E da soli non mettono al riparo da nulla.

Ma qui si apre la domanda che nei comunicati stampa non compare mai. Quando nasce la necessità di un protocollo di legalità per comprare delle arance? Quando, esattamente, qualcuno ha sentito il bisogno di chiamare in causa la Prefettura, di parlare di antimafia, di tracciabilità, di rispetto delle regole? Perché stiamo parlando di arance della Calabria, non di diamanti, non di appalti miliardari, non di import-export. Eppure, a un certo punto, qualcuno ha ritenuto che non bastasse più la fiducia, la consuetudine, il “si è sempre fatto così”.

Un protocollo non nasce mai nel vuoto. Nasce perché qualcosa prima ha scricchiolato. Perché c’erano dubbi, segnali, voci, situazioni che non erano più ignorabili. Non nasce quando tutto funziona bene, ma quando il sistema mostra le sue crepe. E allora si interviene non tanto per raccontare cosa non ha funzionato, quanto per mettere una cornice formale attorno a ciò che fino a quel momento era rimasto informale, opaco, poco raccontato.

Il punto, infatti, non è il protocollo in sé. Il punto è ciò che resta fuori dal protocollo. Quella zona opaca, sfumata, difficile da definire e proprio per questo comodissima: la zona grigia. È lì che l’illegalità non si presenta mai in modo plateale, non indossa divise riconoscibili, non lascia tracce evidenti. È la zona in cui non si vede, non si capisce, non si sente. O meglio: si fa finta di non vedere, di non capire, di non sentire.

La zona grigia è quella in cui tutti sanno ma nessuno sa davvero. Dove le irregolarità non sono mai abbastanza gravi da scandalizzare, ma nemmeno abbastanza lievi da essere ignorate. Dove si tira avanti perché “è sempre andata così”, perché “non è il momento”, perché “non ci sono prove”, perché “non tocca a noi”. Ed è proprio lì che i protocollimostrano il loro limite strutturale: non incidono sulla cultura dell’omissione, non rompono il silenzio, non costringono nessuno a guardare dove non vuole guardare.

Un protocollo funziona solo se è accompagnato da controlli veri, costanti, pubblici. Se produce conseguenze. Se qualcuno risponde delle mancanze. Se i dati vengono resi accessibili. Se, in caso di problemi, non si abbassa la testa ma si alza la voce. Altrimenti resta quello che troppo spesso è: uno strumento di autotutela istituzionale, utile più a dimostrare che “si è fatto qualcosa” che a cambiare davvero le cose.

E allora la domanda non è se firmare o meno un nuovo protocollo. La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: che cosa è cambiato davvero nel corso degli anni da rendere indispensabile un “protocollo”? Bisogno di mettere le mani avanti? Quali controlli sono stati effettuati? Quali criticità sono emerse? Quali sono state affrontate, e quali semplicemente rimosse dal racconto pubblico? Perché senza risposte a queste domande, ogni nuova firma rischia di sembrare un gesto rituale, quasi scaramantico, più che un atto di reale discontinuità.

A Ivrea la legalità non ha bisogno di essere evocata una volta all’anno, sotto Carnevale, davanti ai fotografi. C’è già nelle carte giudiziarie. C’è in un territorio che si credeva completamente immune. C’è e basta. C’è in quella cosiddetta zona grigia. Ed è proprio lì che i protocolli, da soli, servono a poco.

Insomma, bene firmare. Ma molto meglio sarebbe illuminare, spiegare, rendere conto. Perché la legalità non vive nei comunicati stampa. Vive – o muore – in tutto ciò che si sceglie di vedere o di non vedere. E finché la zona grigiaresterà intatta, nessun protocollo, per quanto ben scritto, potrà davvero dirsi risolutivo.

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