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11 Gennaio 2026 - 22:08
Ivrea, i topi ringraziano: i giardini pubblici finiscono su Facebook
La denuncia non arriva da un protocollo comunale (uno dei tanti made in Gabriella Colosso), né da un tavolo tecnico, ma dal luogo dove ormai finiscono tutte le segnalazioni disperate: il gruppo Facebook “Sei di Ivrea se…”. Sì, proprio lì, tra una foto nostalgica della Ivrea che fu e una lamentela sul traffico, è spuntato l’ennesimo grido d’allarme. Questa volta firmato da un cittadino, esasperato, stanco e – a giudicare dal tono – ormai rassegnato a fare anche il lavoro che non spetterebbe a lui.
Oggetto del post: i giardini pubblici, trasformati da mesi in una sorta di residence per ratti. Altro che area verde: qui i topi non solo ci sono, ma si moltiplicano, evidentemente soddisfatti di un ambiente che offre tutto il necessario per una vita serena. Le segnalazioni? Fatte. Rifatte. Da quasi un anno, e da più persone. Esito: nullo. I topi ringraziano e continuano indisturbati.
Il cittadino non usa mezzi termini: il parco è “uno schifo”. E come dargli torto. Racconta che l’altro giorno, per far giocare i bambini, ha dovuto chiedere scopa e paletta al titolare del chiosco per ripulire la pista piena di vetri rotti. Altro che manutenzione ordinaria: qui siamo all’autogestione spinta.
Scene di ordinaria autogestione eporediese. Il Comune? Non pervenuto. Ma in compenso lo spirito di iniziativa dei cittadini raggiunge livelli eroici.
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E poi ci sono loro, le due panchine. Sparite da anni. Non una settimana, non un mese: anni. Un mistero degno di Chi l’ha visto?. Forse rapite, forse in attesa di un progetto di recupero, forse semplicemente dimenticate. Nel frattempo anziani e genitori restano in piedi, mentre il degrado si accomoda comodo.
Nel post, il cittadino lo dice chiaro: “Non so più come segnalare queste problematiche”. E in effetti viene da chiederselo. PEC, app “Municipium”, sportelli, segnalazioni social… niente. Forse serve un post sponsorizzato, o magari aspettare che siano i topi ad aprire un profilo Facebook per lamentarsi della carenza di servizi.
La chiusura è un appello che non lascia spazio a interpretazioni: “Svegliatevi”. Perché Ivrea non può rassegnarsi a giardini abbandonati, vetri per terra e ratti come unica presenza costante. E perché, a furia di ignorare tutto, il rischio è che qualcuno pensi davvero che così vada bene.
Nei commenti, come sempre, si apre il dibattito. C’è chi si chiede se siano ratti o nutrie, chi ironizza sulla propria fobia sperando di non incontrarli durante un eventuale mercatino, e chi suggerisce – con sarcasmo chirurgico – che forse andrebbero trasferiti direttamente nei giardini di qualche amministratore pubblico.
Qualcuno prova persino a fare il difensore d’ufficio dell’inerzia, notando che non risultano denunce formali alle forze dell’ordine. Tradotto: finché nessuno è stato morsicato, tutto bene. Una logica impeccabile, se non fosse tragicamente grottesca. La replica che arriva dal post è lapidaria: ridicolo.
E mentre il parco cade a pezzi, qualcuno chiude il dibattito con una riflessione che suona come una sentenza: tutti a pensare al Carnevale, mentre Ivrea è piena di problemi reali. Topi compresi.
Per il resto, nessuna novità: se ne continuerà a parlare.
Almeno su Facebook.
Mettiamola così: a Ivrea non c’è nessun problema di topi. Ci sono solo topi che vivono in un parco pubblico. È diverso. I problemi sono altri, ben più seri, e infatti nessuno se ne occupa. I topi, invece, almeno si vedono.
I cittadini segnalano da mesi. Anzi, da quasi un anno. Ma è evidente che non hanno capito come funziona. Le segnalazioni non servono a risolvere le cose, servono a dimostrare che qualcuno ha qualcosa da dire. E una volta detto, il compito è esaurito. Il resto è rumore.
Il parco è sporco, ci sono vetri per terra, mancano due panchine da anni. Ma qui bisogna essere onesti: nessuno ha mai dimostrato che due panchine siano indispensabili. Si può stare in piedi. Si può camminare. Si può anche tornare a casa. L’idea che un parco debba essere comodo è una pretesa novecentesca.
Quanto ai bambini, giocano lo stesso. E se un genitore prende in prestito scopa e paletta dal chiosco, non è degrado: è partecipazione attiva. È cittadinanza. È quel fare rete di cui si parla tanto nei convegni.
I topi poi dividono. C’è chi dice che portano malattie e chi fa notare, giustamente, che finché non c’è una denuncia ufficiale il problema non esiste. È il grande principio italiano: senza protocollo, niente realtà. Se nessuno è stato morsicato, possiamo dormire sonni tranquilli. Magari non nel parco, ma altrove sì.
Nel frattempo le trappole ci sono. Da mesi. Non funzionano, ma ci sono. Anche questo conta. È la differenza tra incuria e incuria presidiata.
Qualcuno suggerisce di pensare meno al Carnevale e più ai problemi quotidiani. Ma anche qui bisogna essere equilibrati. Il Carnevale passa. I topi restano. È una questione di stabilità.
Alla fine, il parco di Ivrea funziona. Non come parco, ma come metafora. Racconta una città dove tutto è segnalato, discusso, commentato. E poi lasciato esattamente dov’è.
In fondo i topi non disturbano. Non scrivono post, non fanno polemiche, non chiedono panchine. Si adattano. Ed è forse questo che, senza dirlo, la città chiede anche ai suoi cittadini.
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