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Varvara resta in Italia, il papà torna in Ucraina: dopo Natale e l’incontro col Papa, la famiglia Struk si separa ancora. Per colpa della Guerra

La bambina malata di cancro resta a Castellamonte con la madre, il padre deve rientrare in Patria. Il viaggio della Memoria Viva verso la frontiera ucraina

Varvara resta in Italia, il papà torna in Ucraina: dopo Natale e l’incontro col Papa, la famiglia Struk si separa ancora. Per colpa della Guerra

L'incontro tra Varvara e Papa Leone e il saluto del papà al sindaco di Castellamonte Pasquale Mazza

E alla fine arriva il momento che nessuno vorrebbe raccontare. Dopo il Natale passato insieme, dopo l’incontro con il Papa, dopo settimane di speranza conquistata metro dopo metro, per la famiglia Struk è arrivato il tempo della separazione. Non per scelta. Non per volontà. Ma perché la guerra, anche quando sembra lontana, continua a decidere.

Il papà di Varvara deve tornare in Ucraina. Deve oltrepassare di nuovo quella frontiera che non è solo una linea su una mappa, ma un confine emotivo che divide le famiglie, spezza i giorni, lascia ferite che non si vedono. La Memoria Viva è partita ieri per accompagnarlo fino a Medyka, in un viaggio che i volontari stessi definiscono “straziante”.

Il racconto arriva dalla strada. Un viaggio iniziato alle dieci di sera, rallentato dallo sciopero nazionale, carico di silenzi e telefonate spezzate. Dimitry è sempre collegato con Varvara. Lei piange. Non capisce. Non riesce a darsi una spiegazione. Dopo la fuga dalla guerra, dopo la malattia, dopo il cancro, perché deve anche lottare per tenere il papà vicino?

Sono domande a cui nessuno sa rispondere. Nemmeno chi, fino all’ultimo, ha provato a trovare una soluzione. “Avevamo fatto una promessa e non potevamo non rispettarla”, scrivono dalla Memoria Viva. La legge, a volte, non guarda in faccia il dolore. E la guerra, ancora meno.

Il giorno prima, a Castellamonte, i saluti sono stati sobri, quasi trattenuti. Il grazie alla città, al sindaco Pasquale Mazza, ai funzionari che si sono mossi per sciogliere nodi burocratici, ai medici che hanno seguito Varvara con attenzione e umanità. Con la voce roca, Dimitry ha chiesto di ringraziare tutti. “Mi inchino davanti al popolo italiano. Non pensavo mai di sentire un calore così forte verso cittadini stranieri come siamo noi”. Parole semplici, dette senza retorica. Parole che restano.

Sa che la strada sarà lunga. Sa che da questa sera sua moglie resterà sola, in una terra che non è la sua, a combattere come combatte una madre quando in gioco c’è la vita di una figlia. Entro domani dovrà essere oltre la frontiera ucraina. Non c’è margine. Non c’è deroga. Solo l’obbligo di tornare.

Hanno già perso tutto: casa, lavoro, parenti, normalità. “La guerra voluta dalla Russia ci ha portato via ogni cosa”, ripete singhiozzando. Ma c’è una perdita che non sono disposti nemmeno a immaginare. Varvara no. Varvara deve vivere. Per questo la Memoria Viva promette di restare accanto alla famiglia, per quello che potrà, con quello che potrà. E chiede una cosa sola: non lasciarli soli.

C’è anche un video. Registrato nell’appartamento di Castellamonte. Non serve traduzione. È la voce di un padre che saluta, che torna indietro mentre sua moglie e sua figlia restano avanti, a combattere un’altra guerra, quella contro la malattia. Sono anche questi gli effetti collaterali di un conflitto: famiglie spezzate non da una bomba, ma da una firma, da un confine, da una divisa.

Dopo Natale, dopo il Papa, dopo l’abbraccio che sembrava aver rimesso insieme tutto, la realtà torna a bussare. Forte. Senza delicatezza. La speranza ora ha la forma di una promessa: trovare una soluzione legale, condivisa, per riportare presto Dimitry in Italia. Non sarà facile, lo sanno tutti. Ma arrendersi, per questa famiglia, non è mai stato un’opzione.

E allora resta questo viaggio. Resta questa strada verso Medyka. Resta una bambina che chiede solo di avere il papà vicino. Resta una madre che non può permettersi di crollare. E restano uomini e donne che scelgono di esserci, anche quando esserci fa male.

Perché la guerra non finisce quando smettono di sparare. La guerra continua ogni volta che costringe una famiglia a dirsi arrivederci, invece che restare insieme.

Chi è Varvara

 

Varvara ha dodici anni. È nata a Berdyansk, sul Mar d’Azov, in una casa che oggi non esiste più. Prima della guerra aveva una vita normale: scuola, amici, una famiglia unita. Poi l’invasione russa ha cancellato tutto. La fuga, ventisei ore per percorrere duecento chilometri, senza cibo, tra posti di blocco e paura. Quando sembrava che il peggio fosse passato, è arrivata la diagnosi: un tumore raro e aggressivo, con metastasi rapide. In Ucraina curarsi era quasi impossibile. Le attese, i rinvii, l’assenza di cure adeguate. Oggi vive a Castellamonte, in Piemonte, insieme alla mamma Iryna, accolta e sostenuta dall’associazione La Memoria Viva. È in cura in Italia, seguita da strutture specialistiche, e affronta terapie durissime con una lucidità che disarma. Non chiede privilegi. Chiede solo di guarire. E di non essere lasciata sola.

L'incontro con il Papa

La visita dal Papa non è stata una cerimonia, né un evento da protocollo. È stato un incontro vero. Un abbraccio lungo, silenzioso, senza folla. Varvara è arrivata insieme alla madre, portando con sé una valigia consunta, quella che per lei è stata casa durante la fuga, e Vilna, una bambolina cucita da bambini ucraini, simbolo di libertà e resistenza. Dentro quella valigia c’era una storia intera: la guerra, la malattia, la paura, ma anche la speranza. A Papa Leone Varvara ha consegnato una lettera scritta a mano: non chiede miracoli, chiede tempo. Tempo per vivere, per guarire, per vedere il suo Paese libero. Il Santo Padre ha ascoltato, senza riempire i silenzi. E in quel silenzio, per una bambina che combatte due guerre insieme, il non essere invisibile è già una forma di salvezza.

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