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10 Gennaio 2026 - 18:41
L'incontro tra Varvara e Papa Leone e il saluto del papà al sindaco di Castellamonte Pasquale Mazza
E alla fine arriva il momento che nessuno vorrebbe raccontare. Dopo il Natale passato insieme, dopo l’incontro con il Papa, dopo settimane di speranza conquistata metro dopo metro, per la famiglia Struk è arrivato il tempo della separazione. Non per scelta. Non per volontà. Ma perché la guerra, anche quando sembra lontana, continua a decidere.
Il papà di Varvara deve tornare in Ucraina. Deve oltrepassare di nuovo quella frontiera che non è solo una linea su una mappa, ma un confine emotivo che divide le famiglie, spezza i giorni, lascia ferite che non si vedono. La Memoria Viva è partita ieri per accompagnarlo fino a Medyka, in un viaggio che i volontari stessi definiscono “straziante”.
Il racconto arriva dalla strada. Un viaggio iniziato alle dieci di sera, rallentato dallo sciopero nazionale, carico di silenzi e telefonate spezzate. Dimitry è sempre collegato con Varvara. Lei piange. Non capisce. Non riesce a darsi una spiegazione. Dopo la fuga dalla guerra, dopo la malattia, dopo il cancro, perché deve anche lottare per tenere il papà vicino?
Sono domande a cui nessuno sa rispondere. Nemmeno chi, fino all’ultimo, ha provato a trovare una soluzione. “Avevamo fatto una promessa e non potevamo non rispettarla”, scrivono dalla Memoria Viva. La legge, a volte, non guarda in faccia il dolore. E la guerra, ancora meno.
Il giorno prima, a Castellamonte, i saluti sono stati sobri, quasi trattenuti. Il grazie alla città, al sindaco Pasquale Mazza, ai funzionari che si sono mossi per sciogliere nodi burocratici, ai medici che hanno seguito Varvara con attenzione e umanità. Con la voce roca, Dimitry ha chiesto di ringraziare tutti. “Mi inchino davanti al popolo italiano. Non pensavo mai di sentire un calore così forte verso cittadini stranieri come siamo noi”. Parole semplici, dette senza retorica. Parole che restano.
Sa che la strada sarà lunga. Sa che da questa sera sua moglie resterà sola, in una terra che non è la sua, a combattere come combatte una madre quando in gioco c’è la vita di una figlia. Entro domani dovrà essere oltre la frontiera ucraina. Non c’è margine. Non c’è deroga. Solo l’obbligo di tornare.
Hanno già perso tutto: casa, lavoro, parenti, normalità. “La guerra voluta dalla Russia ci ha portato via ogni cosa”, ripete singhiozzando. Ma c’è una perdita che non sono disposti nemmeno a immaginare. Varvara no. Varvara deve vivere. Per questo la Memoria Viva promette di restare accanto alla famiglia, per quello che potrà, con quello che potrà. E chiede una cosa sola: non lasciarli soli.
C’è anche un video. Registrato nell’appartamento di Castellamonte. Non serve traduzione. È la voce di un padre che saluta, che torna indietro mentre sua moglie e sua figlia restano avanti, a combattere un’altra guerra, quella contro la malattia. Sono anche questi gli effetti collaterali di un conflitto: famiglie spezzate non da una bomba, ma da una firma, da un confine, da una divisa.
Dopo Natale, dopo il Papa, dopo l’abbraccio che sembrava aver rimesso insieme tutto, la realtà torna a bussare. Forte. Senza delicatezza. La speranza ora ha la forma di una promessa: trovare una soluzione legale, condivisa, per riportare presto Dimitry in Italia. Non sarà facile, lo sanno tutti. Ma arrendersi, per questa famiglia, non è mai stato un’opzione.
E allora resta questo viaggio. Resta questa strada verso Medyka. Resta una bambina che chiede solo di avere il papà vicino. Resta una madre che non può permettersi di crollare. E restano uomini e donne che scelgono di esserci, anche quando esserci fa male.
Perché la guerra non finisce quando smettono di sparare. La guerra continua ogni volta che costringe una famiglia a dirsi arrivederci, invece che restare insieme.
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