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Papa Leone abbraccia Varvara, 12 anni, una guerra e un tumore addosso

Nell’ultima udienza del 2025 una bambina ucraina di dodici anni, fuggita dalla guerra e colpita da un tumore raro, incontra Papa Leone. Un abbraccio silenzioso, una valigia diventata casa, una bambolina chiamata Vilna. E una preghiera che tiene insieme malattia, guerra e speranza

Papa Leone abbraccia Varvara, 12 anni,  una guerra e un tumore addosso

Papa Leone abbraccia Varvara, 12 anni, una guerra e un tumore addosso

Un abbraccio, lungo, intenso con Papa Leone. Non c’è folla, non c’è rumore, non c’è nulla che somigli a una cerimonia. C’è una bambina di dodici anni, una madre che ha imparato a non piangere davanti a nessuno e una valigia consumata, appoggiata a terra come si appoggia una vita quando non si ha più la forza di tenerla in braccio. È l’ultima udienza del 2025. Sta per chiudersi l’Anno Giubilare e, per un attimo, sembra fermarsi anche il tempo.

Davanti al Santo Padre c’è una bambina di dodici anni, Varvara, che ha attraversato una guerra prima ancora di attraversare l’adolescenza. C’è sua madre, Iryna Struk, che ha imparato a parlare con una voce ferma perché la voce, se trema, tradisce tutto quello che una madre non può permettersi di tradire: la paura, la stanchezza, la possibilità di crollare. E poi c’è una valigia. Una valigia consunta, anonima, senza valore apparente. Non è un simbolo costruito. È un oggetto vissuto. Per Varvara è stata casa, rifugio, confine mobile, ultimo spazio sicuro in un mondo che aveva smesso di esserlo.

Papa Leone ascolta. Non interrompe. Non riempie i silenzi. Li rispetta. Varvara apre quella valigia con la stessa attenzione con cui si aprono le cose che non possono essere spiegate. Dentro non ci sono ricchezze. Ci sono tracce. C’è Vilna, una bambolina cucita dai bambini di Krasnokutsk, nell’Ucraina ferita. Vilna significa “libera”. Libera dalla guerra. Libera dalla malattia. Libera da quella paura che non urla, non fa rumore, ma si insinua e divora, lasciando addosso una stanchezza che nemmeno il sonno riesce a cancellare.

Dentro la valigia c’è anche una lettera. Scritta con una grafia incerta, quella di una bambina che non chiede miracoli. Chiede tempo. Chiede che il 2026 sia l’anno in cui il cancro venga sconfitto. Chiede che il popolo ucraino torni sovrano nel proprio Paese. Non c’è odio. Non c’è rivalsa. C’è una preghiera semplice, che pesa quanto una vita intera.

Qualche settimana fa avevamo raccontato questa storia. Pensavamo di averla raccontata tutta. Ci sbagliavamo. Perché alcune storie non finiscono quando vengono scritte. Continuano. Tornano. Chiedono di essere guardate ancora, da un’altra angolazione, con un respiro più lungo.

E tutto ricomincia il 30 dicembre, quando l’associazione La Memoria Viva di Castellamonte riceve una lettera del Santo Padre. Non è una formalità. È un segno. Si lavora in fretta, senza clamore, per rendere possibile quell’incontro prima che l’anno si chiuda. «Domani per Varvara e per la sua famiglia sarà una giornata indimenticabile», scrivono. Non lo dicono per creare attesa. Lo sanno. Lo sentono.

Il mattino successivo Varvara porta con sé i doni. Ma soprattutto porta la sua storia. Porta la sofferenza dei bambini ucraini. Porta quella valigia che per lei è stata rifugio e tesoro, memoria e speranza in mezzo alle macerie. Porta Vilna, che racchiude dentro di sé la resilienza, la perdita, la difficile ricostruzione di una nuova vita. Porta la doppia battaglia che combatte ogni giorno: contro la guerra e contro il cancro, russo e medico, come lo definisce lei con una lucidità che fa male.

Nelle mani di Papa Leone arriva anche la lettera del sindaco di Castellamonte, Pasquale Mazza, dove Varvara e sua madre sono oggi residenti. Una lettera che non chiede nulla. Ringrazia. Ricorda l’attenzione costante della Santa Sede verso il popolo ucraino e verso le missioni umanitarie. Ricorda che esistono comunità che non si limitano ad accogliere, ma scelgono di condividere il peso.

varvara

la memoria

"Quattro incontri segnano il 2025..." ricorda Mazza.

"Due con Papa Francesco, con i bambini orfani di Kharkiv e Veronika Lavinda. Due con Papa Leone: uno con Elena Korobko, colpita da una rara malattia e operata a Ivrea, e l’ultimo, il più difficile da sostenere anche solo con lo sguardo, con Varvara...".

Non perché sia “più importante”. Ma perché quando il dolore attraversa il corpo di una bambina, ogni parola diventa insufficiente.

Varvara ha 12 anni. È fuggita dalla guerra. Ora combatte contro un tumore raro, aggressivo, che non concede tregua. Berdyansk, affacciata sul Mar d’Azov, era casa. Una casa vera. Una vita normale. Iryna lavorava come funzionaria comunale. Suo marito era ingegnere. Poi, nel marzo del 2022, l’invasione russa. La città occupata. La casa perduta. Un passato che oggi sopravvive solo in qualche fotografia salvata per caso.

La fuga è stata faticosa. Duecento chilometri percorsi in ventisei ore. Senza cibo. Senza certezze. Tra morte e distruzione. «Ora non siamo più nulla. Solo rifugiati». Non è una frase drammatica. È una constatazione. È ciò che la guerra fa meglio: cancellare le identità prima ancora delle persone.

Ad agosto arriva la malattia. In Ucraina curarsi è quasi impossibile. Le visite vengono rimandate. Le attese si allungano. Il 4 novembre arriva la biopsia. Tumore raro. Metastasi rapide. «Il mondo è crollato per la seconda volta». La prima era stata la guerra. La seconda è stata quella diagnosi che non lascia scampo.

Non hanno soldi. Non hanno beni. «Non abbiamo più nulla da vendere. Tutto è rimasto dove oggi ci sono i russi». Rimane una sola strada: chiedere aiuto a chi li aveva già aiutati una volta. La Memoria Viva di Castellamonte. Persone che Iryna chiama senza esitazioni “angeli sulla terra”.

Il presidente Roberto Falletti non perde tempo. Il 10 novembre è già in viaggio. Organizza tutto. Per Iryna e Varvara non è un semplice spostamento. È un pellegrinaggio. Černivci. Leopoli. Cracovia. Milano. Castellamonte. Una linea sottile tra disperazione e speranza.

In Italia accade qualcosa che non si dimentica. L’accoglienza. Quella concreta. La Questura di Torino. L’ospedale di Ivrea. Il Regina Margherita. Medici, infermieri, cittadini. Varvara cambia. In Ucraina aveva paura. In Italia torna a sorridere. Abbraccia la madre e le dice: "Mamma, non siamo più soli". È una frase che non ha bisogno di commenti. È una frase definitiva.

Le cure sono dure. La strada è lunga. Ma ora non sono più sole. Iryna non chiede vendetta. Chiede pace. Dice che la guerra è la cosa più terribile che l’uomo possa fare. Dice che resterà per sempre una ferita insanabile. Ringrazia l’Italia con una semplicità che fa male: senza questo aiuto avremmo perso anche nostra figlia.

E poi c’è il padre. Rimasto oltre il confine. Lontano. La Memoria Viva non si ferma. Settantesima missione umanitaria. Oltre 6.000 chilometri. Due tir di aiuti. Un’ambulanza donata in memoria di Manuel Mameli. Kharkiv, Sumy, Donbass, Odessa, Kherson, Mukacevo, Kiev, Lviv. Fango, freddo, silenzio.

Alla fine il gesto più semplice e più grande: andare a prendere anche il papà. Accompagnarlo. Portarlo a Castellamonte. Riunire una famiglia. Non è una metafora. È successo davvero.

Ora hanno una casa. Una stanza per i genitori. Una per la bambina. Nulla di straordinario. Tutto essenziale. Perché curare un corpo senza ricomporre una famiglia non basta.

E allora si torna a quell’incontro. A quella preghiera silenziosa. A quella bambolina chiamata Vilna. A quella valigia che ha attraversato la guerra e ora riposa davanti a un Papa. In questa storia non c’è solo il dolore. C’è qualcosa che resiste. Una bambina che lotta. Una madre che non crolla. Persone che scelgono di esserci quando esserci costa fatica, chilometri e silenzio.

Insomma, forse oggi il miracolo non è la guarigione immediata. Forse il miracolo è non essere più soli. E restare umani, anche quando tutto intorno spinge a dimenticarlo.

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