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Trump vuole controllare il petrolio del Venezuela: Cina e Russia compreranno davvero passando dagli Stati Uniti?

Dalla East Room della Casa Bianca parte una strategia che intreccia energia, diplomazia e potere: rilanciare il greggio venezuelano sotto regia USA, riaprire i rapporti con Caracas e costringere Cina e Russia a trattare alle condizioni di Washington

Trump vuole controllare il petrolio del Venezuela: Cina e Russia compreranno davvero passando dagli Stati Uniti?

MARCO RUBIO SEGRETARIO DI STATO USA, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA, PETE HEGSETH SEGRETARIO GUERRA USA

La luce fredda dei lampadari della East Room riflette sui badge dei manager, una ventina di giacche blu allineate davanti a un pulpito. Quando prende la parola Donald Trump, non gira intorno alle frasi: “Cina e Russia possono comprare il petrolio da noi”. Non è solo una battuta a effetto. È la sintesi di una strategia che mette insieme la ripartenza della produzione in Venezuela, il controllo delle esportazioni di greggio e un riavvicinamento diplomatico rapido dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro. Le parole arrivano durante un incontro riservato con i vertici delle grandi compagnie petrolifere, convocati alla Casa Bianca per discutere di investimenti e sicurezza nelle aree estrattive venezuelane. Nell’idea dell’amministrazione statunitense, il petrolio dell’Orinoco non deve più essere uno strumento del fronte antiamericano, ma un flusso gestito da Washington, attraverso cui anche i rivali strategici, da Pechino a Mosca, potranno acquistare greggio, a condizione di passare dagli Stati Uniti. Una visione ambiziosa, controversa, piena di incognite.

In poche frasi, Trump ha concentrato tre messaggi chiave. Il primo riguarda la necessità di far ripartire la filiera del greggio venezuelano, possibile solo con il ritorno di capitale privato, tecnologia e competenze manageriali. Il secondo stabilisce che la regia politica, commerciale e finanziaria sarà statunitense, una sorta di passaggio obbligato per chiunque voglia acquistare petrolio venezuelano, inclusi Cina e Russia. Il terzo lega il dossier energetico alla normalizzazione dei rapporti diplomatici con Caracas, riaperti dopo la deposizione e il fermo di Maduro, con Delcy Rodríguez, vicepresidente, investita del ruolo di guida ad interim.

La dichiarazione, rilanciata da media italiani e internazionali, si inserisce in una fase negoziale intensa. Washington ha inviato una squadra tecnica per valutare la riapertura dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Caracas, mentre parallelamente si discute un possibile riassetto del regime sanzionatorio per favorire il rientro degli operatori stranieri. Tra questi figurano Chevron e, sul fronte europeo, Eni, già presente in Venezuela con circa 500 dipendenti. Nello stesso incontro, Trump ha promesso garanzie sulla sicurezza dei siti produttivi, assicurando che non ci saranno truppe statunitensi sul terreno, ma che l’ambiente operativo sarà protetto e regolato. L’obiettivo dichiarato è attrarre investimenti per almeno 100 miliardi di dollari in più anni, nel tentativo di rianimare un settore devastato da sanzioni, mancata manutenzione e perdita di competenze.

petrolio

Il messaggio rivolto a Pechino e Mosca non è solo economico, ma apertamente geopolitico. Negli ultimi anni la Cina è stata il principale acquirente di petrolio venezuelano, spesso attraverso triangolazioni utili ad aggirare le restrizioni internazionali, arrivando ad assorbire circa il 69 per cento delle esportazioni nel 2023, secondo la U.S. Energy Information Administration (Amministrazione statunitense per l’informazione sull’energia). La Russia ha svolto un ruolo di partner politico e tecnico, mentre Cuba ha beneficiato di forniture a condizioni agevolate. Invitare questi Paesi a comprare petrolio “dagli Stati Uniti” significa tentare di spostare il controllo delle rendite venezuelane verso canali supervisionati da Washington, riducendo il peso delle reti informali e rafforzando una leva negoziale su dossier più ampi.

Sul piano operativo, l’amministrazione statunitense valuta un sistema di vendita e incasso sotto supervisione americana, con conti vincolati per la gestione dei proventi del greggio. È uno schema già sperimentato in altri contesti sottoposti a sanzioni, ora ipotizzato per il Venezuela con l’obiettivo dichiarato di garantire tracciabilità e benefici diretti alla popolazione, oltre che allo Stato. In questo quadro, l’offerta a Cina e Russia di acquistare petrolio attraverso canali statunitensi appare come una prova di forza accompagnata da una disponibilità negoziale: dimostrare di poter garantire forniture affidabili di greggio pesante, adatto anche alle raffinerie specializzate del Golfo degli Stati Uniti, e allo stesso tempo indebolire i circuiti di baratto e sconto che hanno caratterizzato gli anni delle sanzioni.

Le compagnie petrolifere, però, chiedono condizioni precise. Durante il vertice, i manager hanno ribadito la necessità di valutazioni tecniche indipendenti sugli impianti. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, ha richiamato l’urgenza di una due diligence approfondita su pozzi, oleodotti, impianti di upgrading della Orinoco Belt e sistemi di sicurezza, dopo anni di sottoinvestimenti e guasti. Restano centrali i nodi delle licenze, della protezione legale degli asset, della governance di PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A., compagnia petrolifera statale) e dei suoi debiti, oltre alla possibilità di rimpatrio dei profitti. Sul fronte europeo, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha espresso disponibilità a investire e a collaborare con i partner statunitensi, ricordando la presenza storica del gruppo nel Paese.

Chevron, già rientrata con licenze limitate negli anni scorsi, intravede la possibilità di aumentare la produzione venezuelana fino al 50 per cento nell’arco di 18-24 mesi, secondo dichiarazioni attribuite al Segretario all’Energia degli Stati Uniti. Una stima ambiziosa che riflette il potenziale del bacino venezuelano, ma anche la distanza tra le proiezioni politiche e le difficoltà operative.

Il Venezuela resta un gigante delle riserve con basi fragili. Dispone di circa 303 miliardi di barili di riserve provate, il dato più alto al mondo secondo l’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), pari a quasi un quinto del totale globale. Eppure la produzione è da anni sotto il milione di barili al giorno, lontanissima dai livelli degli anni Novanta. Tecnologie obsolete, infrastrutture usurate, mancanza di diluenti per trattare il greggio extra pesante dell’Orinoco, oltre a furti e carenze di pezzi di ricambio, hanno progressivamente ridotto la capacità produttiva. Riavviare il sistema richiede capitali ingenti, competenze tecniche e tempi lunghi.

Il paradosso venezuelano non si risolve rapidamente. Anche con il ripristino degli impianti e l’adeguamento degli standard di sicurezza, la logistica resta un collo di bottiglia. A questo si sommano contenziosi legali, in particolare davanti all’ICSID (Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti), e il destino di asset esteri come CITGO. Un piano di rilancio credibile dovrà combinare investimenti su impianti esistenti e nuovi progetti, contratti chiari e un quadro di trasparenza che riduca i rischi di corruzione, condizione essenziale per i consigli di amministrazione delle compagnie quotate.

Sul fronte diplomatico, Stati Uniti e governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez hanno avviato i primi passi verso il ripristino delle relazioni bilaterali. Una missione tecnica americana è arrivata a Caracas per valutare la riapertura dell’ambasciata chiusa nel 2019, mentre il governo venezuelano ha annunciato l’invio di una delegazione a Washington. Il percorso resta graduale e condizionato dalla gestione del post-Maduro, oggi detenuto e al centro di procedimenti giudiziari negli Stati Uniti, e dalla frammentazione del potere interno.

Trump ha inoltre annunciato la cancellazione di una seconda ondata di operazioni militari, segnale di de-escalation dopo i primi eventi che hanno portato al fermo dell’ex presidente venezuelano. Sul tavolo restano la liberazione di prigionieri politici, la tutela di ONG (Organizzazioni non governative) e media, e soprattutto la stabilità istituzionale necessaria per firmare e rispettare i contratti. Per gli investitori, la prevedibilità conta quanto le risorse.

Dire a Cina e Russia di comprare petrolio passando dagli Stati Uniti significa tentare di ribaltare un asse che per anni ha legato Caracas ai crediti cinesi e al sostegno russo. Da Pechino arrivano segnali oscillanti tra irritazione e pragmatismo. Il peso del greggio venezuelano sulle importazioni cinesi è in realtà limitato, meno del 5 per cento nel 2025 secondo stime citate dalla stampa americana, e quindi sostituibile con forniture da altri Paesi sanzionati come Iran e Russia. La vera incognita è se gruppi come CNPC (China National Petroleum Corporation) e Sinopecaccetteranno una catena di vendita incanalata in strutture di compensazione statunitensi, rinunciando a parte del controllo.

Per Mosca, la questione è soprattutto politica. Un canale petrolifero centrato sugli Stati Uniti ridurrebbe lo spazio di influenza in America Latina, ma l’interesse russo a importare greggio venezuelano resta marginale. L’apertura americana appare quindi come una sfida diplomatica: se accettata, rafforzerebbe la leadership statunitense sul flusso; se respinta, isolerebbe ulteriormente Caracas, spingendola a negoziare alle condizioni di Washington.

I tempi di un aumento concreto della produzione dipendono dallo stato degli impianti, dalle regole sui permessi e dalla disponibilità di capitali. Le raffinerie statunitensi del Golfo, specializzate nel trattamento di greggi pesanti e solforosi, potrebbero beneficiare di maggiori forniture venezuelane, ma l’elasticità reale dell’offerta resta incerta. Sul mercato, l’arrivo di nuovi barili potrebbe influenzare il clima dei prezzi, ma solo volumi stabili e contratti di lungo periodo potrebbero produrre effetti duraturi.

Resta infine la questione della sovranità. Pechino ha ricordato che il Venezuela mantiene il controllo delle proprie risorse naturali, una posizione condivisa anche in ambito multilaterale. Il punto è capire fino a che livello gli Stati Unitipotranno gestire vendite e ricavi senza esporsi a accuse di esproprio di fatto. Per le compagnie, le domande sono più immediate: chi firma i contratti, quale giurisdizione si applica, chi assicura gli impianti. Senza risposte chiare, l’impegno resterà prudente e graduale.

C’è poi l’effetto sui Paesi più dipendenti dal petrolio venezuelano a prezzi agevolati. Cuba è il caso più delicato. Una riduzione delle forniture aggraverebbe una crisi energetica già profonda, anche se diversi studi indicano che la sola perdita del greggio venezuelano non basterebbe a provocare un collasso immediato. Il messaggio politico di Washington è comunque chiaro: usare l’energia come leva di condizionamento regionale.

L’Europa osserva con attenzione. Eni ha mostrato disponibilità a investire, ma le normative europee su sanzioni e criteri ESG (Environmental, Social and Governance, ambiente, sociale e governance) impongono standard elevati di trasparenza e diritti. Se l’asse USA–Caracas troverà una base giuridica solida, si apriranno opportunità anche per servizi e forniture europee; in caso contrario, prevarrà la cautela.

La frase di Trump va ora misurata sui fatti. Nei prossimi mesi si capirà se la promessa di un petrolio venezuelano incanalato attraverso gli Stati Uniti si tradurrà in flussi reali, contratti verificabili e stabilità operativa, oppure resterà una dichiarazione ad alto impatto mediatico. Il nodo centrale resta uno solo: chi controllerà davvero il petrolio venezuelano nei prossimi anni. La risposta dipenderà meno dagli slogan e più dalla capacità di costruire un equilibrio tra diritto, mercato e interessi nazionali.

Fonti: U.S. Energy Information Administration, OPEC, dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, comunicazioni di Eni, Chevron ed ExxonMobil, stampa internazionale.

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