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09 Gennaio 2026 - 23:49
Il giallo della torpediniera inghiottita dal lago. Un giallo irrisolto da 130 anni
Il Lago Maggiore, nelle notti d’inverno, sa essere un luogo ingannevole, capace di mutare volto in pochi istanti e trasformarsi da distesa apparentemente placida in una trappola mortale. È ciò che accade nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 1896, una data che da oltre un secolo resta impressa come una delle più oscure e irrisolte della storia lacustre italiana. In quelle ore scompare la torpediniera della Regia Guardia di Finanza “19 T Locusta”, inghiottita dalle acque del Verbano insieme ai dodici uomini imbarcati, senza lasciare tracce, senza corpi, senza un relitto su cui costruire una verità definitiva. Un affondamento che, a distanza di 130 anni, continua a essere avvolto da un alone di mistero, alimentato da ricerche fallite, ipotesi mai chiarite e domande che il lago continua ostinatamente a non restituire.
La Locusta non nasce come unità della Guardia di Finanza. È una torpediniera costruita nei cantieri britannici Thornycroft, negli anni Ottanta dell’Ottocento, per la Regia Marina, in un’epoca in cui queste piccole unità veloci rappresentano il futuro della guerra navale. Dotata di armamento leggero e di un potente riflettore, la nave viene però giudicata poco adatta al servizio militare in mare aperto e ceduta all’Amministrazione finanziaria, che in quegli anni sta rafforzando il proprio naviglio per il contrasto al contrabbando nei laghi prealpini, in particolare sul Lago Maggiore e sul Lago Ceresio, attraversati da un confine con la Confederazione Elvetica tutt’altro che simbolico. A Cannobio, sede del Reparto navale della Guardia di Finanza – oggi Sezione Operativa Navale Lago Maggiore – la 19 T Locusta diventa una presenza costante, impegnata nei pattugliamenti notturni e nei servizi di vigilanza anticontrabbando in un contesto in cui le acque del lago sono spesso solcate da imbarcazioni clandestine veloci e difficili da intercettare.
La sera dell’8 gennaio 1896 nulla lascia presagire la tragedia. Le condizioni meteorologiche sono buone, il lago è calmo, il cielo sereno. La Locusta salpa da Cannobio per un normale turno di servizio di polizia lacuale, diretta verso Brissago, in Canton Ticino. A bordo, inizialmente, si trovano anche un tenente della Regia Guardia di Finanza e un elettricista civile, che vengono però sbarcati poco dopo a Piaggio Valmara, non lontano dal porticciolo di partenza. Un dettaglio che, col senno di poi, assume un peso enorme nella ricostruzione dei fatti: per loro, quella decisione significa salvarsi la vita.
Dopo la mezzanotte, il quadro cambia improvvisamente. Sul Lago Maggiore si scatena una tempesta di violenza inaudita, con forti raffiche di vento e un moto ondoso che rende difficoltosa la navigazione. La Locusta tenta una manovra disperata, dirigendosi verso Punta La Cavalla, sulla sponda lombarda, nel tentativo di trovare riparo sotto il Monte Borgna. Da Cannobio, qualcuno riesce ancora a scorgere il potente fascio di luce del riflettore della torpediniera proprio nei pressi di Punta La Cavalla. È l’ultimo avvistamento certo. Dopo circa quindici minuti, il nulla. Nessuna richiesta di soccorso, nessun segnale, nessun relitto in superficie. Il lago si richiude sopra la 19 T Locusta e sui suoi dodici uomini.
Le ricerche partono immediatamente. Vengono impiegati i mezzi disponibili all’epoca e arrivano palombari appositamente chiamati da Genova, ma ogni tentativo si rivela infruttuoso. Nessun corpo viene recuperato, nessun frammento della nave riaffiora. Già allora sull’affondamento cala un alone di mistero, destinato a durare decenni. Il fondale del lago, in quell’area, è profondo e scosceso, le acque torbide, le correnti complesse. Condizioni che rendono estremamente difficile qualsiasi operazione di ricerca subacquea.
Il caso resta irrisolto per gran parte del Novecento, fino a quando, nel 1975, viene organizzato il primo serio tentativo di individuare il relitto. Protagonista è un gruppo di sommozzatori romani guidati da Enrico Scandurra, con la collaborazione dell’ammiraglio Gino Galuppini, responsabile del Registro Storico della Marina Militare. Le ricerche si concentrano nell’insenatura della località Poggio, tra i comuni di Maccagno e Pino, dove, secondo la ricostruzione della dinamica dell’incidente, la Locusta avrebbe cercato riparo dalla tempesta. Ma il fondale raggiunge circa 200 metri di profondità, la visibilità è scarsa e le tecnologie dell’epoca non consentono risultati concreti. Anche questo tentativo fallisce.


Negli anni successivi il mistero si infittisce ulteriormente. Negli anni Ottanta non riesce nell’impresa nemmeno Jacques Piccard, celebre esploratore sottomarino svizzero, l’uomo che nel 1963, con il batiscafo “Trieste”, aveva raggiunto il punto più profondo degli oceani, la Fossa delle Marianne. Se nemmeno uno dei più grandi esperti di esplorazioni abissali riesce a individuare il relitto della Locusta, la sensazione è che il lago stia deliberatamente custodendo il suo segreto. Nemmeno i tentativi più recenti, quelli del 2015 guidati dall’ingegnere Guido Gay della Gaymarine Srl di Lomazzo, e quelli del 2018 condotti dall’ingegner Roberto Mazzara, riescono a fornire risposte definitive. Sonar, robot subacquei, strumentazioni avanzate: nulla porta alla scoperta certa della torpediniera.
In assenza del ritrovamento del relitto, le ipotesi sulla dinamica dell’affondamento si moltiplicano. La versione ufficiale attribuisce la tragedia esclusivamente alla violenza della tempesta, ma nel 1991 un articolo pubblicato dal quotidiano ticinese “Eco di Locarno”, firmato dal giornalista Libero D’Agostino, riapre il caso con una testimonianza destinata a far discutere. Secondo questa ricostruzione, la Locusta non sarebbe affondata a causa del maltempo, bensì per uno speronamento da parte di un’imbarcazione di contrabbandieri. Un urto violento, avvenuto nel buio e nel caos della tempesta, che avrebbe compromesso irrimediabilmente la stabilità della nave, provocandone l’affondamento rapido e spiegando l’assenza di rottami in superficie. Un’ipotesi mai provata, ma nemmeno definitivamente smentita, che continua ad aleggiare come un’ombra su questa vicenda.
Oggi i dodici uomini della 19 T Locusta sono ricordati con una targa nel cimitero di Cannobio, collocata il 9 gennaio 1996, e con un monumento posto di fronte alla caserma della Sezione Operativa Navale Lago Maggiore della Guardia di Finanza, inaugurato in occasione del 110° anniversario della tragedia.
Un timone sorretto da putrelle di ferro sopra una lapide, simbolo di una nave che continua idealmente a governare il lago, anche se il lago non l’ha mai restituita. La memoria ufficiale parla di tempesta, di dovere, di sacrificio. Ma la storia, quella completa, resta ancora sepolta sul fondo del Lago Maggiore. Finché la Locusta non verrà trovata – se mai lo sarà – questo affondamento resterà uno dei più grandi misteri irrisolti della storia navale italiana, un enigma custodito da acque profonde che, da oltre un secolo, continuano ostinatamente a tacere.
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