Cerca

Sanità

Pronto Soccorso a due velocità: Riboldi divide, la sanità piemontese affonda... L'elemosina!

Indennità differenziate, turn over non coperto e tecnici di radiologia penalizzati: dal Grattacielo arrivano proclami, nei reparti restano stress, carenze di personale e stipendi da elemosina

Pronto Soccorso a due velocità: Riboldi divide, la sanità piemontese affonda... L'elemosina!

Pronto Soccorso a due velocità: Riboldi divide, la sanità piemontese affonda... L'elemosina!

Alle 12.56 di giovedì 8 gennaio, Federico Riboldi batte un colpo. Non in un Pronto Soccorso, non tra barelle, monitor che suonano e personale stremato, ma dall'alto del suo ufficio nel Grattacielo della Regione Piemonte.

Il titolo è di quelli che si scrivono in maiuscolo: “Pronto Soccorso: primo atto concreto del 2026”. Un annuncio che vorrebbe segnare una svolta, ma che assomiglia molto più a un’operazione di maquillage politico su un sistema sanitario che continua a perdere pezzi.

Secondo l’assessore regionale alla Sanità, l’accordo firmato nelle ultime ore sarebbe la risposta alla “pressione continua” che grava sui Pronto Soccorso piemontesi. Una scoperta tardiva, verrebbe da dire. Perché quella pressione non nasce ieri e non si risolve con un post. È una condizione strutturale, figlia di anni di sottofinanziamento, di personale insufficiente, di turn over non coperto, di reparti lasciati a reggere l’urto dell’emergenza con organici ridotti e motivazioni sempre più fragili.

L’accordo esiste, certo. E prevede un aumento delle indennità economiche. Ma la vera notizia non è l’aumento. È come quell’aumento viene distribuito. La Regione Piemonte, questa volta, sceglie deliberatamente di differenziare le indennità tra i vari profili professionali, assegnando una quota maggiore a infermieri, ostetriche e infermieri pediatrici. Una prima risposta, per carità. Ma solo per alcuni. Per tutti gli altri, la valorizzazione si ferma prima di arrivare in busta paga.

È qui che la narrazione trionfante di Riboldi comincia a sbriciolarsi. Perché i Pronto Soccorso non funzionano a compartimenti stagni. Non esistono categorie che reggono l’emergenza e altre che la guardano. Esistono professionisti diversi, tutti esposti allo stesso stress, agli stessi turni massacranti, alle stesse carenze croniche di personale. E invece la Regione sceglie di creare una gerarchia economica interna, come se il caos dell’emergenza potesse essere suddiviso per profilo professionale.

A dirlo senza giri di parole sono FP CGIL Piemonte e UIL FPL Piemonte, che in un comunicato parlano di un riconoscimento doveroso ma non sufficiente. Chiedono alla Regione di integrare il fondo dell’indennità di Pronto Soccorso con Risorse Aggiuntive Regionali, per garantire un trattamento equo a tutti i professionisti della salute e agli OSS. Non un capriccio sindacale, ma una richiesta di giustizia elementare: stesso lavoro in emergenza, stesso riconoscimento.

Il punto politico, però, è un altro. Ed è devastante per chi governa. Nel 2025, quasi tutte le Aziende sanitarie piemontesi non hanno coperto il turn over. Un dato che pesa come un macigno su qualsiasi discorso di “attrattività” del Servizio sanitario regionale. Perché non esiste attrattività senza assunzioni. Non esiste rilancio senza investimenti sul personale. E invece la gestione di Riboldi continua a muoversi lungo la linea più vecchia che ci sia: contenere la spesa sul personale e raccontarla come riforma.

Ma il vero schiaffo alla retorica dell’assessore arriva dal fronte dei tecnici di radiologia. A metterci la faccia è Giuseppe Smeraldi, presidente dell’Ordine delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione di Torino, Aosta, Alessandria e Asti. I numeri parlano chiaro: 2.300 professionisti penalizzati. Per loro, l’indennità prevista nel 2026 è di 12 euro al giorno. Dodici. Meno della metà rispetto a quella riconosciuta ad altre figure del Comparto Sanità.

Dodici euro per chi opera quotidianamente con radiazioni ionizzanti, risonanza magnetica, medicina nucleare, radioterapia. Dodici euro per professionisti laureati, abilitati, altamente specializzati, senza i quali il Pronto Soccorso semplicemente non funziona. È difficile chiamarlo riconoscimento. Assomiglia molto di più a un messaggio: il vostro lavoro vale meno.

Smeraldi lo dice apertamente: l’accordo crea una disparità grave e apre la strada a future penalizzazioni per le 18 professioni sanitarie rappresentate dall’Ordine. Un precedente pericoloso, che rischia di spaccare il Comparto Sanità dall’interno. Altro che valorizzazione: qui si semina conflitto mentre si predica unità.

E allora forse è il caso di prendere sul serio quell’ironia sindacale che invita a un “refresh” dell’assessore che ama definirsi “sindaco della sanità”. Perché un sindaco, in teoria, dovrebbe conoscere le periferie. Qui invece si governa tutto dal Grattacielo, con una sanità osservata dall’alto, raccontata bene, gestita male.

I Pronto Soccorso piemontesi non hanno bisogno di slogan né di atti “concreti” a metà. Hanno bisogno di personale, di risorse vere, di scelte politiche nette. Hanno bisogno di una Regione che smetta di dividere e inizi finalmente a investire.

E allora la frase-manifesto, quella che resta, è questa:

“Quando la sanità diventa una questione di post, a pagare il prezzo non sono i bilanci, ma le persone.”

Insomma, mentre Federico Riboldi celebra il suo primo atto concreto del 2026, nei Pronto Soccorso piemontesi continua la stessa, identica emergenza. Con una differenza: oggi è ancora più chiaro chi governa dall’alto e chi, ogni giorno, resta sotto a reggere il peso di un sistema che scricchiola. E che la propaganda, per quanto lucidata, non riuscirà mai a salvare.

L’elemosina

C’è una parola che più di tutte descrive lo stato attuale della sanità piemontese. Non è “riforma”. Non è “rilancio”. Non è nemmeno “emergenza”, che ormai suona come una foglia di fico buona per tutto. La parola giusta è elemosina.

L’elemosina è ciò che si dà quando non si vuole davvero risolvere un problema. È il gesto minimo, studiato per essere raccontato più che per essere utile. È la moneta gettata senza guardare negli occhi chi la riceve. E soprattutto è l’esatto contrario di un diritto.

Dodici euro al giorno. Dodici. Per professionisti laureati, altamente specializzati, che lavorano nei Pronto Soccorso, in mezzo al caos, alle urla, alla paura, alle aggressioni, alle notti senza fine. Dodici euro per chi regge un pezzo fondamentale del sistema sanitario. Non è un’indennità. È un messaggio. E il messaggio è chiarissimo: accontentatevi.

L’elemosina ha sempre una giustificazione morale. In questo caso si chiama “vincoli di bilancio”. Oppure “norma nazionale”. Oppure “primo passo”. Sono formule rassicuranti, utili a chi governa per lavarsi la coscienza senza sporcarsi le mani. Ma chi lavora in Pronto Soccorso non vive di formule. Vive di turni scoperti, di organici insufficienti, di responsabilità enormi pagate con spiccioli.

L’elemosina divide. Perché non viene data a tutti. Viene data a qualcuno, mentre altri restano a guardare. Così il sistema si frantuma, si creano gerarchie artificiali, si alimenta una guerra tra poveri che fa comodo solo a chi sta in alto. È una tecnica antica: distribuire poco, distribuire male, e poi raccontare che si è fatto il possibile.

Ma l’elemosina ha anche un’altra caratteristica: pretende gratitudine. Chi la riceve dovrebbe ringraziare, abbassare la testa, non protestare. E se osa farlo, viene accusato di essere ingrato, corporativo, irresponsabile. Come se chiedere dignità fosse un capriccio.

Il problema è che la sanità pubblica non si regge sull’elemosina. Si regge sui diritti, sugli investimenti, sulle assunzioni, sul rispetto. Tutte cose che costano. Tutte cose che non fanno titoli facili. Tutte cose che non stanno bene in un post.

Finché continueremo a chiamare “atto concreto” ciò che è solo una mancia istituzionale, finché confonderemo la propaganda con la politica sanitaria, finché penseremo che basti gettare qualche moneta per comprare silenzio, la sanità continuerà a svuotarsi. Di personale, di senso, di futuro.

L’elemosina consola chi la dà. Non salva chi la riceve.
E di certo non salva un sistema che sta crollando sotto il peso della sua ipocrisia.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori