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Quando il termine scade e l'assessore regionale alla sanità fa finta di niente

Bilancio 2024 della Città della Salute fermo, intramoenia in perdita e scadenze saltate. Mentre la Regione prende tempo, la firma resta nel cassetto e il rosso diventa un problema politico

Quando il termine scade e l'assessore regionale fa finta di niente

L'assessore regionale Federico Riboldi

La domanda, a questo punto, non è più retorica. È quasi notarile. Che succede domani, 10 gennaio?
Perché le scadenze, nel mondo reale, contano. Servono a dare un ordine alle cose, a impedire che i problemi vengano trascinati all’infinito. E quando le scadenze non contano più, è già una notizia. E anche piuttosto grossa.

Il 10 gennaio è il termine indicato dall’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi per l’approvazione del bilancio 2024 da parte della Regione. Una data messa nero su bianco, una sorta di ultimatum soft, di quelli che dovrebbero servire a rimettere ordine, a chiudere una partita aperta da settimane e a certificare che tutto, bene o male, è sotto controllo. Peccato che, strada facendo, i pezzi si siano persi. E non per distrazione.

Perché prima ancora di arrivare al 10 gennaio, ce n’era un’altra, di scadenza. Molto più concreta. Molto più vincolante. Il 7 gennaio. Entro quella data il direttore generale della Città della Salute Livio Tranchida avrebbe dovuto rispondere alla nota del direttore regionale Antonino Sottile, che chiedeva chiarimenti puntuali sul bilancio 2024 e, in particolare, sul disavanzo dell’intramoenia. Non una curiosità, non una richiesta di cortesia, ma un passaggio obbligato previsto dalle procedure di controllo regionale. Una richiesta tecnica, formale, tutt’altro che facoltativa. E invece, a quanto risulta, nessuna risposta è arrivata entro i termini.

Ed è qui che il quadro si fa più chiaro. Perché siamo alla Città della Salute, la più grande azienda ospedaliera del Piemonte, un colosso sanitario che macina numeri, flussi, prestazioni e soldi come una multinazionale. Ed è proprio qui che l’intramoenia – la libera professione esercitata dai medici all’interno delle strutture pubbliche – chiude il 2024 in perdita. Un’anomalia. Anzi, qualcosa di più: una violazione normativa bella e buona.

La regola è semplice anche per chi non mastica bilanci: l’intramoenia deve andare in pareggio. Punto. Le visite e gli esami pagati di tasca propria dai cittadini dovrebbero portare risorse all’azienda, dopo aver remunerato i medici, coperto i costi organizzativi e sostenuta la gestione. In corso Bramante, invece, accade il miracolo al contrario: si incassano milioni e si perde denaro. Altro che moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Tradotto dal burocratese al linguaggio dei comuni mortali: la Regione ha chiesto spiegazioni e non le ha ricevute. E questo non è un dettaglio. Perché senza quelle spiegazioni la firma finale semplicemente non può essere apposta. Non per cattiveria, non per ostruzionismo, non per giochi di palazzo, ma perché la normativa è chiara: se ci sono irregolarità non sanate o non giustificate, il bilancio non passa. Firmarlo comunque significherebbe assumersi una responsabilità diretta, personale e difficilmente difendibile.

E allora torniamo al punto di partenza. Domani scade il termine “politico” indicato da Riboldi, ma il termine “tecnico” è già saltato. E quando salta quello tecnico, quello politico diventa carta straccia buona per i comunicati stampa, utile magari per dire che “si è fatto il possibile”, ma inutile dal punto di vista amministrativo.

Cosa succede, quindi?
Succede che il bilancio non viene approvato. Succede che la Città della Salute entra in una zona grigia sempre più scivolosa, fatta di atti sospesi, responsabilità rinviate e decisioni che nessuno vuole prendere. Succede che la Regione, se vuole essere coerente con le regole che essa stessa impone alle aziende sanitarie, dovrebbe aprire formalmente una fase di verifica, chiedere atti integrativi, pretendere un piano di rientro specifico sull’intramoenia e, se necessario, imporre misure correttive. Quelle misure che la legge prevede e che finora nessuno ha avuto il coraggio – o la convenienza politica – di applicare.

Anche perché quei 400 mila euro di rosso potrebbero sembrare una goccia nel mare, visto che il 2024 si è chiuso con un passivo complessivo di 51 milioni di euro. Ma è proprio qui che sta l’inganno: questo non è un buco qualunque. È un buco che non è ammesso. Un rosso che la legge vieta esplicitamente. Ed è per questo che, ai piani alti della Regione, l’attenzione non è solo puntata sui 7 milioni del fondo Balduzzi spariti dai radar, vicenda finita sotto la lente della Procura, ma anche su questa intramoenia gestita come se le regole fossero opzionali.

Perché la normativa non lascia spazio a interpretazioni creative: se la libera professione va in perdita, va sospesa. Si fermano le prestazioni, si aggiornano le tariffe, si correggono le distorsioni e solo dopo si riparte. In corso Bramante, però, questa procedura sembra essere rimasta chiusa in qualche cassetto polveroso. Nessuna sospensione, nessuna revisione, nessuna spiegazione pubblica. Si va avanti, come se nulla fosse, mentre il rosso cresce e il tempo passa.

Nel frattempo, complice il calendario e lo spirito festivo, c’è chi rallenta, chi parte, chi si concede pause più o meno esotiche. Livio Tranchida, oltre a guidare la Città della Salute, è anche commissario del Santa Croce e Carle di Cuneo e non è nuovo a staccare la spina lontano dall’Italia. Ma al grattacielo della Regione, dove i bilanci vengono sezionati con il bisturi, l’attesa resta. Perché qui non si tratta solo di chiudere un consuntivo: si tratta di capire come si intenda evitare che lo stesso schema si ripeta identico – se non peggiore – nel 2025.

L’unica mossa tentata finora dal direttore generale si è rivelata un boomerang. Tranchida ha convocato i sindacati dei medici chiedendo un contributo per coprire il disavanzo dell’intramoenia. Traduzione: mettere mano ai compensi dei professionisti per sistemare i conti aziendali. La risposta è stata immediata e gelida: no.

Per Anaao Assomed, una delle principali sigle di rappresentanza, la proposta è inaccettabile perché apre a un precedente pericoloso: usare la libera professione come bancomat per coprire squilibri di bilancio. Non a caso Anaao ha scelto di parlare direttamente ai cittadini, spiegando in modo chirurgico come vengono spartiti i soldi pagati per una visita o un esame intramoenia. Su 100 euro, al medico restano 32,44 euro netti. Lo Stato ne incassa 28,90 tra Irpef, addizionali e contributi. All’azienda vanno 38,68 euro, tra fondo Balduzzi, fondo di perequazione e costi organizzativi.

Un messaggio di trasparenza per i pazienti, certo. Ma anche una frecciata nemmeno troppo velata a corso Bramante: da circa 32 milioni di incassi è uscito un buco. Un risultato che non può essere liquidato come un incidente di percorso e che ora chiede spiegazioni, responsabilità e soprattutto quegli interventi previsti dalla legge che finora nessuno sembra aver avuto fretta di applicare.

Insomma, il “rosso relativo” non è più solo un problema contabile. È diventato un test di credibilità. Per la Città della Salute, per la Direzione regionale, per l’assessorato. Perché domani non scade solo un termine: scade la possibilità di continuare a raccontare che va tutto bene.

Ah già, giusto.
Nel frattempo, Federico Riboldi continua a fare reel. Sorrisi, inquadrature studiate, storytelling da social network. In quel mondo parallelo la sanità piemontese ha i conti in ordine e funziona che è una meraviglia. Peccato che, nel mondo reale, i numeri non si montano con CapCut. E il rosso, quello vero, non si filtra.

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