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Konecta: martedì 13 gennaio sciopero e presidio sotto il grattacielo della Regione

Sei autobus da Ivrea e Asti e una delegazione di sindaci canavesani per dire no alla chiusura delle sedi e allo smantellamento del lavoro sul territorio

Konecta: martedì 13 gennaio sciopero e presidio sotto il grattacielo della Regione

Konecta: martedì 13 gennaio sciopero e presidio sotto il grattacielo della Regione

Non è una protesta simbolica e non sarà nemmeno una presenza timida. Martedì 13 gennaio 2026 la vertenza Konectaarriverà fisicamente sotto il grattacielo della Regione Piemonte, portando con sé numeri, volti, storie e territori che rischiano di essere cancellati con un colpo di penna, infilati in una slide di un piano industriale e archiviati come un dettaglio trascurabile. Da Ivrea sono previsti tre autobus di lavoratrici e lavoratori diretti a Torino, altrettanti partiranno da Asti, a conferma di una mobilitazione che non nasce dal nulla ma da settimane di confronto, assemblee, preoccupazione crescente e tensione sociale che nessun comunicato aziendale è riuscito a smorzare.

torino

La multinazionale spagnola Konecta, durante la presentazione del piano industriale del 5 dicembre scorso, ha annunciato l’intenzione di accorpare le sedi di Asti e Ivrea a Torino, confermando poi questa linea anche negli incontri territoriali richiesti dai sindacati. Un annuncio freddo, asettico, che parla di razionalizzazioni e ottimizzazioni, ma che secondo SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM UIL equivale nei fatti a una chiusura mascherata, con lo spostamento forzato del personale e il rischio concreto di centinaia di esuberi. Dietro il linguaggio aziendale, insomma, si nasconde la solita vecchia storia: far pagare il conto della crisi a chi lavora.

In Piemonte Konecta occupa circa 1.600 persone: 400 ad Asti, 700 a Ivrea e 500 a Torino. Numeri che raccontano una presenza tutt’altro che marginale, radicata da anni nei territori, e che rendono ancora più pesante l’impatto sociale di un piano che rischia di svuotare intere città di un presidio occupazionale fondamentale. A essere colpite sarebbero soprattutto le donne, che rappresentano la stragrande maggioranza degli addetti, spesso con contratti part-time, già oggi difficilmente compatibili con trasferimenti forzati, tempi di percorrenza infiniti e un inevitabile aumento dei costi di spostamento. Per molte di loro, quel trasferimento non è un’opzione: è una condanna all’uscita dal lavoro.

I sindacati non negano la crisi del settore dei call center, attraversato da trasformazioni profonde, da una competizione al ribasso e da una deregolamentazione che penalizza sistematicamente il lavoro. Ma ribadiscono un punto che dovrebbe essere ovvio e che invece continua a essere ignorato: la crisi non può essere scaricata sulle lavoratrici e sui lavoratori, né può diventare l’alibi per abbandonare interi territori. La chiusura delle sedi di Asti e Ivrea viene letta come un chiaro segnale di disimpegno dal Piemonte, con conseguenze che vanno ben oltre la singola azienda, impoverendo il tessuto economico e sociale locale e lasciando dietro di sé precarietà e incertezza.

Non a caso, accanto ai lavoratori, martedì a Torino è prevista anche una delegazione dei sindaci del Canavese, a testimonianza di una vertenza che ormai non riguarda più soltanto chi timbra il cartellino, ma l’intero equilibrio di un territorio. Le istituzioni locali, incontrate nelle scorse settimane dalle organizzazioni sindacali, hanno espresso solidarietà e attenzione, riconoscendo come la decisione di Konecta non sia solo un problema occupazionale, ma una vera e propria questione di tenuta sociale, che rischia di colpire famiglie, servizi, comunità.

Lo sciopero del 13 gennaio coinvolgerà tutte le sedi Konecta del Piemonte per l’intera giornata, con un presidio a partire dalle ore 10.30 sotto la sede della Regione, in piazza Piemonte. Alla Regione, i sindacati chiedono di uscire dalla posizione di semplice spettatore e di assumere un ruolo attivo, aprendo un confronto vero, concreto, che porti alla ricerca di soluzioni alternative alla chiusura delle sedi, per salvaguardare l’occupazione e il futuro di centinaia di famiglie.

L’azienda, al momento, non ha ritirato il progetto. Ed è proprio per questo che la protesta scende in piazza, con autobus, sindaci e lavoratori pronti a farsi vedere e sentire. Perché dietro i piani industriali e le riorganizzazioni ci sono persone, città e comunità che non accettano di essere trattate come un numero su un foglio Excel e che non intendono sparire in silenzio.

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