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09 Gennaio 2026 - 10:43
Denver, Colorado. Guelma (seconda da destra), primogenita di Ida Scapino e di Bernardo Presbitero Bracco, con in braccio il fratellino Domenico.
L’emigrazione brossese viene sottolineata solitamente dai flussi migratori degli uomini, quasi tutti minatori di mestiere.
Si parla sempre in tono minore delle donne; quest’ultime sovente molto giovani, partivano perlopiù per raggiungere i loro uomini o in seguito alla morte di un genitore. Poche ebbero il coraggio di avventurarsi, ma alcune ci riuscirono e quasi tutte con buon esito.
Quelle, diciamo “meno coraggiose”, rimasero a Brosso ad accudire ai loro bambini, altre si dedicarono alla pastorizia, a fare le lavandaie per conto altrui, vivendo di stenti e di fatiche.
A quei tempi, l’invito a partire per l’estero veniva fatto con opuscoli ingannevoli affissi nelle stazioni o nei porti e nei quali v’era scritto, ad esempio, che in Canada gli europei avrebbero sofferto meno il freddo poiché la neve era più secca; il lavoro poi, era limitato a soli otto mesi, bastanti per vivere tutto l’anno.
Coloro che partirono, scoprirono ben presto che ’l salam pandù – i salami appesi, come si diceva a Brosso – avrebbero dovuto guadagnarseli a caro prezzo, sia a causa del lavoro, sia per la situazione climatica.
Ecco: tante donne partirono con un carico di speranze.
Da testimonianze e documenti, alcune di loro raggiunsero i mariti nella meta più ambita che era la Merica, ovvero il Canada. Allora si pensava che questa Merica fosse il simbolo della realizzazione.
Antonietta dice di essere giunta a destinazione, dopo un viaggio di dieci giorni, più morta che viva.
Arrivata ad Ellis Island, la misero in un posto dove si era assiepati come le bestie per espletare le pratiche dell’espatrio.
Per le donne e i bambini, occorreva che al porto ci fosse qualcuno che garantisse per loro, poiché se non avessero avuto un appoggio, sarebbero stati sicuramente rimandati nel paese d’origine. Queste erano le regole dopo il 1900.
Per Antonietta Favero, ci furono gli amici del marito (impossibilitato dal lavoro a raggiungerla negli Stati Uniti) a garantire per lei, e fu così che ebbe il lasciapassare.
Da quel momento, prima di giungere in Canada a Bellevue Alta, la aspettavano ancora parecchi giorni di viaggio.
Giunta a destinazione, si trovò di fronte una baracca di legno in un posto dove faceva un freddo polare, ma si era finalmente ricongiunta con suo marito Kilin (Michele), che lei descrive nella lettera a casa come l’uomo che amava tanto! Così si rincuorò. Questa era la Merica che avrebbe dovuto dar vita al suo sogno.
Seconda donna coraggiosa fu Ida Scapino. Ida, nata nel 1876, espatriò per il Canada nel 1904 con una figlia di sei anni per raggiungere suo marito Bernardo Presbitero Bracco (Barney), classe 1875.
Il viaggio fu massacrante, perché da Brosso dovevano percorrere un sentiero impervio per raggiungere Ivrea: la Drinà. Traducendo dal brossese, la parola vuol dire «cosa rotta», sfasciata o persona dolorante ovunque nel corpo.
Con un carico di biancheria personale e oggetti di uso quotidiano, portandosi appresso bauli, valigie e fagotti, si proseguiva alla volta di Torino da dove si prendeva il treno per Genova, città dalla quale ci s’imbarcava. Ida raccontava che il viaggio era durato un mese.
Negli anni seguenti al suo arrivo nella provincia canadese dell’Alberta, Ida si spostò negli Stati Uniti, in Montana e nel Colorado, sempre seguendo suo marito. In nove anni di continui spostamenti ebbe altri due figli oltre a Guelma, partita con lei: Nellje nel 1904 e Domenico nel 1906.
Ida, donna forte e caparbia, in questi deserti di neve aprì uno spaccio alimentare che approvvigionava i minatori e le loro famiglie, mentre suo marito, lavorando in tante province canadesi, riuscì a mettere da parte un bel gruzzolo, col quale poté aprire un saloon che denominò San Michele, in onore del patrono di Brosso.
Nel 1913 Ida, forse per nostalgia dei suoi anziani genitori, fece ritorno in Italia con i tre figli, mentre Bernardo restò a gestire il suo saloon, ma a soli 55 anni ebbe un incidente mortale per strada.
Sempre armata di coraggio, la donna si rimboccò le maniche anche a Brosso, e con la figlia Guelma aprì un negozio di stoffe a casa Brac, in via Giovan Battista Trono.
Un’altra donna sbarcata in Canada per raggiungere suo marito fu Irene Bollettino, sposa di Giovanni Bovio.
Irene e Giovanni si inserirono molto bene nel contesto di Bellevue e non fecero più ritorno in Italia. Più tardi nel tempo, invece, vi ritornarono le figlie Vera ed Eva, e sovente vennero in Italia anche i nipoti.
Partirono con un carico di speranze le sorelle Quintina e Martina Chiavario, rimaste orfane di padre in età scolare.

A sinistra: Matilde Deut, con la chitarra, a Morcote (Svizzera). A destra: Quintina Chiavario a Venezia

1914 deserto di neve nel Montana la casa cerchiata baracca chiamata box dove vivevano con le loro famiglie vicino alle miniere
In Italia Quintina Chiavario, classe 1907, finita la scuola lavorò per un po’ di tempo alla Varzi, poi a Torino come domestica. Infine raggiunse Genova dove si imbarcò sulla nave Saturnia in qualità di cameriera. Solcò vari mari, spedendo cartoline da Istanbul, Cairo, Porto Said, New York, Damasco, Gibilterra.
Interessante sapere che la nave Saturnia fu varata nel 1925 e iniziò i suoi viaggi con le rotte del Mediterraneo e di New York, dove, nel 1940, benché l’Italia non avesse ancora dichiarato guerra, fu confinata, dipinta di bianco e trasformata in nave ospedale. Dopodiché servì per il rimpatrio degli internati e dei soldati feriti in Africa Orientale sotto la protezione della Croce Rossa.
Nel 1946 fu restituita all’Italia e riconvertita in nave passeggeri. Infine, nel 1965 fece l’ultimo viaggio, dopo il quale fu portata nei cantieri di La Spezia per essere demolita.
Martina Chiavario, classe 1908, finita la scuola si recò a fare da cameriera in una famiglia agiata di Banchette: dal conte Emilio Pinchia. In seguito, mentre era a Torino, ebbe un’allettante proposta di lavoro e quindi partì per la Svizzera per lavorare dai duchi di Pistoia in qualità di guardarobiera. Lì restò fino al 1969.
Matilde Deut, nata nel 1901, ebbe il suo primo approccio col lavoro a Torino, poi si avvicinò alla sua valle trovando lavoro ad Ivrea da una stimata famiglia. In seguito, un componente della famiglia per la quale lavorava si trasferì in Svizzera e Matilde lo seguì, divenendo la bambinaia di casa.
Sicuramente era il lavoro adatto per lei, perché dotata di una estrema dolcezza, sapeva raccontare molte favole; inoltre aveva imparato a suonare la chitarra e a parlare tedesco.
Lavorò fino alla pensione ed è ricordata da tutti i brossesi per i suoi modi educati e per la sua dolcezza.
Matilde, Martina e Quintina non si sposarono: non ebbero forse nemmeno il tempo materiale per formarsi una famiglia.
Raccontava Matilde: «Avevo alcune simpatie, ma la difficoltà maggiore era avere un po’ di libertà, visti gli orari, per poter coltivare un’amicizia duratura. Così, dopo qualche approccio, dovevo lasciarle. La sera, spesse volte, dovevo accudire i bambini, perché la famiglia nella quale ero in servizio usciva, o per avvenimenti mondani o per lavoro».
Questo che segue è l’elenco delle donne brossesi che risultano nei registri di Ellis Island: Maria Brunetto, data di arrivo 1906, anni 28, insieme con la figlia di 3 anni; Maddalena Novaria, 1892, a. 28; Clotilde Presbitero, 1901, a. 28; Ida Scapino Presbitero, 1904, a. 27; Guelma Presbitero, 1904, a. 6; Margherita Gino, 1900, a. 31; Irene Bovio, 1912, a. 25; Secondina Vallesa, 1903, a. 32; Bernardina Vola, 1906, a. 56; Carolina Vola Gera, 1906, a. 20.
Ellis Island è l’isola che sorge nella Baia di New York alla foce del fiume Hudson. Dal 1892 al 1954 fu il punto d’arrivo degli emigrati che sbarcavano negli Stati Uniti.
Si conta vi siano sbarcati circa dodici milioni di emigranti. Ora vi sorge il Museo dell’Immigrazione.
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