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08 Gennaio 2026 - 23:08
Perché un’agente ICE spara e uccide una cittadina americana a Minneapolis: chi controlla davvero l’uso della forza federale?
La neve si scioglie a chiazze sull’asfalto di Portland Avenue, macchiata dal rosso acceso di una bomboletta che lascia scritto “ICE kills”. Davanti al complesso federale del Whipple Building, dove ha sede la Corte per l’immigrazione, una linea compatta di agenti federali in mimetica scura, con caschi e maschere, respinge i manifestanti usando spray urticanti e lacrimogeni. Dall’altra parte ci sono cappucci, guanti, cartelli improvvisati con scritte come “Shame!” e “ICE out of Minneapolis”. La città che nel 2020 aveva fatto il giro del mondo per l’immagine del ginocchio di Derek Chauvin sul collo di George Floyd attraversa un nuovo momento di rottura. Al centro c’è un nome: Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina degli Stati Uniti, madre di tre figli, uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE, Agenzia per l’immigrazione e il controllo delle dogane) durante un’operazione su strada nella mattina del 7 gennaio 2026.
Nei video girati da testimoni e diffusi online si vede il suo SUV Honda Pilot fermo in mezzo alla carreggiata. L’auto tenta una manovra per allontanarsi. Un agente spara a distanza ravvicinata. Per un istante l’aria gelida si riempie del rumore secco dei colpi, poi il silenzio, interrotto dall’impatto del veicolo contro alcune auto parcheggiate. È da queste immagini che nasce una frattura profonda tra la versione ufficiale e ciò che molte persone dicono di vedere con i propri occhi.
Le sequenze mostrano due agenti ICE mascherati che si avvicinano all’auto: uno prova ad aprire lo sportello, un altro si posiziona davanti al cofano. Il veicolo prima arretra, poi avanza cercando di svoltare a destra. In quel momento un terzo agente spara tre colpi, arretrando di un passo. Resta in piedi e si allontana di corsa. L’auto di Renee Nicole Good rocede senza controllo e termina la corsa contro due veicoli in sosta. Le urla dei presenti, riprese nei filmati, scandiscono quelle immagini: “Shame!”, “Stop!”. Sono video che hanno incendiato Minneapolis e alimentato uno scontro pubblico fatto di accuse incrociate e versioni inconciliabili.
La narrazione federale parla di legittima difesa. La segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, sostiene che la donna avrebbe “armato” il proprio veicolo e avrebbe tentato di travolgere un agente. Il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS, Department of Homeland Security) definisce l’episodio un atto di “terrorismo interno”. Ma le stesse immagini, analizzate anche da un ex agente ICE intervistato da media locali, raccontano altro: una donna che tenta di fuggire mentre un agente, posizionato davanti al veicolo, apre il fuoco a distanza ravvicinata. Le linee guida sull’uso della forza del DHS, aggiornate nel 2023, consentono di sparare contro un veicolo in movimento solo in assenza di alternative ragionevoli, compresa la possibilità di spostarsi lateralmente. È su questa discrepanza che, in poche ore, si concentra la contestazione in città.
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Il giorno successivo all’uccisione, la protesta si sposta davanti al Whipple Building, sede di uffici federali e della Immigration Court. Le unità federali, tra cui agenti della Homeland Security Investigations (HSI, Investigazioni per la sicurezza interna), dell’ICE e personale di sicurezza, rispondono con spray urticanti, munizioni PepperBall e lacrimogeni. Le immagini diffuse da Agence France-Presse (AFP) e Reuters, insieme a numerosi video amatoriali, mostrano spintoni, ordini urlati e almeno un fermo. Gruppi di manifestanti vengono respinti lungo il viale ghiacciato tra nubi di irritante. Lo scontro dura ore, accompagnato da cori ripetuti contro la presenza dell’agenzia federale in città.
La tensione non resta confinata a Minneapolis. Nelle stesse ore attivisti segnalano veglie e iniziative in città come New York, Seattle, Detroit, Washington D.C., Los Angeles, San Antonio, New Orleans e Chicago, all’interno di un dissenso nazionale contro l’intensificazione dei raid per l’immigrazione avviati nelle settimane precedenti.
Sul piano politico le reazioni sono immediate. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, invita a non credere alla “macchina di propaganda” del DHS, chiede che lo Stato abbia un ruolo pieno nell’indagine e sollecita il ritiro delle forze federali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, dopo aver visionato i filmati, parla di immagini in “chiara contraddizione” con il racconto federale e accusa l’ICE di aver trasformato un controllo in caos. Dall’altra parte, il presidente Donald Trump difende l’agente e ribadisce che la donna avrebbe investito un funzionario, una ricostruzione che non trova conferma nei video esaminati dai giornalisti. Il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, definisce l’invio massiccio di agenti federali una scelta che “diffonde terrore”. La politica entra così in una fase di scontro aperto, mentre le proteste non si fermano.
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Sul fronte investigativo, l’8 gennaio 2026 segna un passaggio decisivo. La Minnesota Bureau of Criminal Apprehension (BCA, Ufficio investigativo criminale del Minnesota), inizialmente coinvolta insieme all’Federal Bureau of Investigation (FBI, Ufficio federale d’indagine), comunica di essere stata esclusa dall’inchiesta per decisione dell’U.S. Attorney’s Office. Senza accesso a reperti, testimonianze e materiali, la BCA annuncia con riluttanza il proprio ritiro. Kristi Noem nega qualsiasi esclusione e parla di una semplice questione di giurisdizione, ma Tim Walz avverte del rischio di un’indagine non equa se lo Stato resta ai margini. La decisione interrompe una prassi consolidata di cooperazione tra livelli statali e federali in casi di uso della forza letale.
Dalle interviste alla famiglia emerge il profilo di Renee Nicole Good. Aveva 37 anni, era cittadina statunitense, madre di tre figli. Si era trasferita di recente nelle Twin Cities con la compagna. Aveva studiato scrittura creativa alla Old Dominion University in Virginia, vincendo nel 2020 un premio dell’Academy of American Poets. La madre, Donna Ganger, la descrive come una persona gentile, estranea alle proteste, probabilmente spaventata nei minuti finali. Un ex coniuge la ricorda come credente, cantante in cori, con esperienze di missione all’estero da giovane. La sua vita recente era stata segnata dalla morte del secondo marito nel 2023. Un ritratto che contrasta con l’etichetta di “terrorista domestica” utilizzata dal DHS.
L’uccisione di Renee Nicole Good avviene in un contesto già teso tra Minneapolis e le agenzie federali per l’immigrazione. Nelle settimane precedenti si erano moltiplicate proteste e denunce, soprattutto nei quartieri con una forte presenza somala. Video locali avevano mostrato agenti ICE con il volto coperto e senza segni di riconoscimento impegnati in controlli di identità in ristoranti e spazi pubblici, con uso di spray al peperoncino per disperdere cittadini e attivisti che filmavano le operazioni. Il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, aveva criticato apertamente queste modalità, richiamando i protocolli di de-escalation adottati in città dal 2020 e sottolineando come maschere e abiti non identificabili alimentino paura e confusione.
Il quadro nazionale contribuisce a spiegare l’escalation. Gli Stati Uniti attraversano una fase di rafforzamento dell’enforcement, con l’invio di migliaia di agenti federali in aree urbane selezionate e un linguaggio politico sempre più duro che associa attivismo e terrorismo. Un documento interno dell’FBI, emerso nel dicembre 2025, conferma l’apertura di indagini per “terrorismo interno” legate ad attività anti-ICE in almeno 23 aree metropolitane, alimentando timori di sorveglianza estesa e criminalizzazione del dissenso. In Minnesota, amministratori locali e comunità denunciano una spirale che rischia di normalizzare l’uso della forza anche dove manuali e leggi prescrivono cautela e identificazioni chiare.
Dal punto di vista giuridico restano due questioni centrali. La prima riguarda l’esistenza di alternative ragionevoli all’uso dell’arma da fuoco contro un veicolo in movimento, come previsto dalle policy del DHS. La seconda riguarda l’assetto operativo: maschere, ordini contrastanti, tentativi di aprire la portiera avrebbero contribuito a creare il rischio poi usato per giustificare lo sparo. Un ex agente ICE, intervistato da una televisione locale, solleva dubbi sulle scelte tattiche: la posizione davanti al veicolo, l’intervento ravvicinato, l’assenza di barriere o tecniche di contenimento, la possibilità di spostarsi lateralmente. Le immagini disponibili non mostrano l’agente travolto dal mezzo e, subito dopo i colpi, lo stesso uomo si allontana sulle proprie gambe. Dettagli che non stabiliscono automaticamente una responsabilità penale, ma incidono sulla credibilità pubblica delle versioni ufficiali.
La sera del 7 gennaio, una veglia riunisce centinaia di persone a sud di Minneapolis. Candele, preghiere, cartelli. L’avvocata per i diritti civili Nekima Levy Armstrong accusa le autorità di costruire una narrazione falsa su Renee Nicole Good e richiama schemi già visti. Gruppi locali, dalle reti di vicinato a organizzazioni come Defend 612, annunciano un rafforzamento delle attività di monitoraggio per documentare operazioni e controlli dell’immigrazione. Il coro contro l’ICE diventa la colonna sonora delle ore successive.
La tensione ha effetti immediati sulla vita cittadina. Le autorità scolastiche di Minneapolis sospendono le lezioni in alcune scuole l’8 gennaio, mentre il governatore mette in preallerta la Guardia Nazionale. Nelle prime ore del mattino studenti e insegnanti partecipano alle veglie. È il segno di una ferita civile che attraversa generazioni, in una città dove il tema della responsabilità delle forze dell’ordine è diventato centrale nel dibattito pubblico.
Ora tutto passa dall’indagine federale guidata dall’FBI. Resta aperta la questione dell’accesso dello Stato del Minnesota al fascicolo completo. Per la BCA, senza una condivisione integrale non è possibile garantire gli standard investigativi previsti dalla legge statale. Politicamente la spaccatura è netta: la Casa Bianca e il DHS difendono l’operato dell’agente e la campagna di enforcement, mentre Tim Walz, Jacob Frey e gran parte della leadership locale chiedono che chi ha ucciso in città sia perseguito secondo legge. A pesare saranno i fotogrammi dei video, i rilievi balistici, le testimonianze, le policy interne sull’uso della forza e il clima di opinione in una Minneapolis che ha già sperimentato cosa significhi mettere in discussione le versioni ufficiali.
Ridurre questa vicenda a un fatto locale sarebbe fuorviante. Il confine tra ordine pubblico e diritti civili si sta spostando in un’America dove il perimetro delle operazioni federali si allarga e il linguaggio politico si irrigidisce. Espressioni come terrorismo interno e minaccia agli agenti entrano nel discorso quotidiano e ne cambiano il senso. Il memo dell’FBI sulle 23 aree metropolitane monitorate è un dato che pesa anche senza dettagli operativi. La domanda di fondo resta aperta: fino a che punto l’etichetta del nemico interno diventa la chiave per ampliare i poteri coercitivi, e quando invece servono distanza, tempo e prudenza per evitare che una manovra stradale si trasformi in un esito irreversibile.
Rimane un’immagine che sintetizza tutto: un agente che arretra e spara, un parabrezza che si incrina, un SUV che perde il controllo, una voce disperata che urla “That’s my wife”. Il giorno dopo, la stessa strada invasa da cori, spray irritanti, neve e cartelli. Sono quarantotto ore che raccontano più dei comunicati ufficiali la distanza sempre più ridotta tra la richiesta di sicurezza e quella di garanzie, e la linea sottile che separa l’applicazione della legge dal diritto di non morire durante un controllo.
Fonti: Reuters, Agence France-Presse, Associated Press, video di testimoni oculari, Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), Federal Bureau of Investigation (FBI), Minnesota Bureau of Criminal Apprehension (BCA), dichiarazioni ufficiali del governatore Tim Walz, del sindaco Jacob Frey, della segretaria Kristi Noem, documento interno FBI dicembre 2025, media locali di Minneapolis.
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