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Nove morti a Gaza, cinque sono bambini. La tregua vacilla sotto i colpi dei droni

Cinque minori uccisi tra Al-Mawasi, Jabaliya, Khan Younis e Gaza centrale durante una tregua che sulla carta dovrebbe fermare le armi. Droni, raid e versioni opposte raccontano un cessate il fuoco sempre più fragile

Nove morti a Gaza, cinque sono bambini. La tregua vacilla sotto i colpi dei droni

Nove morti a Gaza, cinque sono bambini. La tregua vacilla sotto i colpi dei droni

Il telo azzurro della tenda si è accartocciato come carta bagnata. Sotto c’erano piatti di plastica, una coperta con disegni di cartoni animati e tracce di sangue sul terreno sabbioso dell’area di Al-Mawasi, nel sud della Striscia di Gaza. Nella mattina di lunedì 5 gennaio 2026, un attacco attribuito a un drone ha colpito quel riparo improvvisato all’interno di un campo per sfollati. Le prime informazioni, diffuse da fonti locali e rilanciate da media regionali, parlano di almeno quattro persone uccise, tre delle quali bambini. Una ricostruzione successiva, fornita dai medici del Nasser Hospital, indica invece due vittime, una bambina di cinque anni e lo zio, con altri due minori feriti. A Gaza, anche i numeri arrivano spesso spezzati e discordanti, ma ciò che resta costante è l’impatto sugli stessi soggetti: i più piccoli.

Nelle stesse ore, la Difesa civile palestinese ha comunicato un bilancio complessivo di nove morti in diversi episodi avvenuti durante quella che ufficialmente viene definita una tregua, cinque dei quali bambini. Oltre all’attacco di Al-Mawasi, altri colpi separati hanno provocato vittime civili nei pressi di Khan Younis, nel centro della Striscia e nel campo di Jabaliya, nel nord. Qui, giovedì 8 gennaio 2026, una bambina di undici anni, Hamsa Housou, è stata uccisa da colpi attribuiti a fuoco israeliano. I familiari ne hanno confermato l’identità all’uscita dell’obitorio dello Shifa Hospital. In un altro episodio, un adulto è morto in un attacco che ha colpito una scuola utilizzata come rifugio per sfollati. Le circostanze precise di ogni singolo evento restano difficili da verificare in modo indipendente, ma il quadro che emerge è quello di un cessate il fuoco che, sul terreno, viene eroso giorno dopo giorno.

gaza

Secondo fonti ospedaliere e autorità sanitarie di Gaza, dall’entrata in vigore della tregua mediata dagli Stati Uniti d’America il 10 ottobre 2025, oltre quattrocento palestinesi sarebbero morti in episodi riconducibili ad azioni israeliane, con migliaia di feriti. Reportage giornalistici e conteggi indipendenti hanno documentato una sequenza continua di violazioni, che includono sparatorie, raid mirati, colpi di artiglieria e attacchi aerei. Molti di questi si concentrano attorno alla cosiddetta “linea gialla”, il limite informale dell’avanzata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF, Israel Defense Forces) all’interno della Striscia.

L’area di Al-Mawasi, più volte indicata in passato come “zona umanitaria” o “zona sicura”, è oggi un’estensione continua di tende. Proprio qui, il 5 gennaio 2026, un attacco descritto da testimoni e fonti sanitarie come un colpo di drone ha centrato una tenda occupata da sfollati. Le IDF hanno dichiarato di aver colpito un militante di Hamas che stava pianificando un attacco imminente contro truppe israeliane, sostenendo che l’operazione rientrava nel quadro del cessate il fuoco perché mirata a rispondere a una violazione e condotta con l’obiettivo di limitare i danni collaterali. Il paradosso, però, è diventato una consuetudine: anche le aree dichiarate sicure continuano a essere colpite, come documentato da numerose inchieste giornalistiche negli ultimi mesi. Le tende, simbolo dello sfollamento forzato, sono allo stesso tempo rifugio e bersaglio, spesso in spazi aperti che non offrono copertura né vie di fuga.

Nel campo di Jabaliya, la morte di Hamsa Housou è diventata emblematica di questo confine instabile della tregua. La famiglia era rientrata nell’area l’11 ottobre 2025, il giorno successivo all’annuncio del cessate il fuoco. Secondo i parenti, la bambina è stata colpita mentre si trovava nei pressi dell’abitazione. La versione delle IDF, per quella giornata, afferma di non avere riscontri su vittime civili nella zona. In un episodio distinto, un adulto è morto durante un attacco contro una scuola adibita a rifugio. Negli ultimi mesi, strutture scolastiche riconvertite a shelter sono state colpite più volte. In alcuni casi, l’esercito israeliano ha sostenuto di aver preso di mira presunte unità di comando di Hamas all’interno o nelle vicinanze degli edifici; verifiche indipendenti e testimonianze dirette hanno tuttavia messo in dubbio la presenza di obiettivi militari, sollevando interrogativi sulla proporzionalità e sulla distinzione tra civili e combattenti, principi centrali del diritto umanitario internazionale.

Anche nel centro della Striscia e a Khan Younis, attacchi separati hanno causato nuove vittime civili e ulteriori distruzioni di infrastrutture già gravemente danneggiate da oltre due anni di guerra. Gli ospedali, in particolare il Nasser Hospital, continuano a ricevere feriti e corpi dopo ogni ondata di raid. Le IDF parlano di azioni preventive contro militanti, accusando Hamas di operare dentro e attorno a obiettivi civili. Le autorità sanitarie di Gaza ribattono che la maggioranza delle vittime resta civile, con una percentuale molto alta di donne e bambini.

Il cessate il fuoco siglato nell’autunno del 2025 è stato presentato come una tregua condizionata, non come una fine delle ostilità. Dai comunicati ufficiali e dai resoconti diplomatici emerge un accordo che prevede una riduzione delle ostilità legata a scambi di ostaggi e detenuti, il mantenimento da parte di Israele del controllo militare su oltre metà della Striscia, la creazione di linee interne e aree cuscinetto con restrizioni ai movimenti dei civili e un impegno a consentire un ingresso più regolare degli aiuti umanitari. Sul terreno, però, la prassi racconta altro. Le autorità di Gaza e diversi esperti indipendenti delle Nazioni Unite (ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite) denunciano centinaia di presunte violazioni attribuite a Israele, con colpi registrati quasi quotidianamente in tutti i governatorati della Striscia e un numero di morti che continua a crescere nonostante la tregua. Secondo UNICEF (United Nations Children’s Fund), i bambini restano il gruppo più esposto, con decine di minori uccisi in pochi giorni durante le fasi di ri-escalation, spesso sotto tende o in scuole usate come rifugi.

Le versioni restano contrapposte. Le IDF affermano che ogni azione sia difensiva o preventiva rispetto a minacce imminenti e che venga condotta con l’uso di intelligence e munizionamento di precisione. Le autorità sanitarie di Gaza, insieme a organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, replicano che la densità urbana, il collasso dei servizi essenziali e la frequenza degli attacchi rendono impossibile proteggere i civili. La divergenza non è solo politica, ma anche metodologica: l’esercito israeliano fornisce raramente dettagli immediatamente verificabili, mentre le autorità di Gaza aggregano i dati senza distinguere tra civili e combattenti. In mezzo restano i giornalisti locali, i medici, le ONG e le agenzie delle Nazioni Unite, che ricostruiscono i fatti con accessi limitati e spesso sotto bombardamenti.

La tregua non ha fermato la crisi umanitaria. Dati consolidati delle agenzie ONU descrivono una situazione di insicurezza alimentare estrema, carenze croniche di acqua potabile ed elettricità, ospedali sovraccarichi e ambulanze spesso impossibilitate a raggiungere le aree colpite. La popolazione continua a essere sfollata più volte, con campi che si espandono e scuole trasformate in rifugi. I bambini risultano particolarmente colpiti anche sul piano psicologico e nutrizionale. Le organizzazioni umanitarie chiedono accessi sicuri e continui, lo sblocco delle forniture e il rispetto sostanziale del diritto umanitario internazionale, che prevede la protezione delle infrastrutture civili come ospedali, scuole e impianti idrici, una protezione che sulla mappa di Gaza appare sempre più teorica.

Nei racconti raccolti negli ultimi mesi emerge una geografia invisibile della paura. I civili imparano a memoria nomi di quartieri e tratti di sabbia che separano la vita dalla morte. La “linea gialla” non è segnalata da cartelli e cambia con i bollettini militari. Spesso la sua esistenza viene compresa solo dopo un colpo. È in questa geografia che la famiglia di Hamsa Housou aveva deciso di rientrare, confidando nella tregua annunciata. La data dell’11 ottobre 2025 è rimasta impressa nelle parole dello zio allo Shifa Hospital. Tre mesi dopo, la bambina è morta.

Il linguaggio, in guerra, costruisce aspettative e orienta i movimenti di centinaia di migliaia di persone. Parole come tregua, cessate il fuoco o de-escalation hanno un peso concreto. Ma quando la sospensione delle ostilità viene interpretata come revocabile caso per caso e la distinzione tra obiettivi militari e civili resta affidata a chi attacca, per i civili non esistono più luoghi certi. Al-Mawasi non è sicura, le scuole non lo sono, le case non lo sono. Gli esperti indipendenti dell’ONU avvertono che la fragilità della tregua è messa a rischio da attacchi ripetuti contro i civili e dalle restrizioni agli aiuti. UNICEF continua a segnalare l’eccezionale tributo pagato dai bambini, uccisi anche durante una tregua che, sul terreno, somiglia sempre meno a una vera sospensione della guerra.


Fonti
Difesa civile palestinese
Ministero della Salute di Gaza
Nasser Hospital
Shifa Hospital
Forze di Difesa Israeliane (IDF)
UNICEF (United Nations Children’s Fund)
Nazioni Unite (ONU)
Media regionali palestinesi e internazionali
Agenzie di stampa internazionali

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